R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

L’età è la madre di tutti gli snodi. Come se si alzasse un velo, la parte autentica di noi stessi emerge senza più timidezze, con le sue componenti più rigide e manichee che spesso sopravanzano le nostre qualità migliori. Ci si mette sulla difensiva e si proteggono le poche certezze rimaste. Ma nel caso di Enrico Rava questa osservazione introduttiva verrebbe clamorosamente smentita. Il trombettista torinese, in questa sua ultima esperienza discografica, alla fresca età di 85 anni, si mette a capo di un gruppo di quattro musicisti giovani e non per scopi filantropici. In realtà quello che muove Rava, da sempre, è l’interesse per la musica in tutte le forme che potrebbero emozionarlo ed influenzarlo. Dalla musica latina ai grandi classici e contemporanei del jazz, da Michael Jackson a Prince, la sua apertura mentale lo spinge a giocarsi le carte in tutto ciò che egli reputa interessante e promettente. Come in questo caso, in concomitanza della pubblicazione dell’ultimo album Fearless Five. Il titolo ha un’origine lontana nel tempo e deriva da un brano composto da Rava nel 1978, riproposto nel 1995 su Electric Five, riapparso in seguito anche in Edizione Speciale (2021). Rava duetta insieme al trombone del ventisettenne Matteo Paggi, si relaziona con le chitarre di Francesco Diodati – che fa parte del New Quartet dello stesso Rava dal 2014 ed è inoltre presente nel recente sopracitato Edizione Speciale (2021) – si misura con un’eccellente componente ritmica sostenuta da Francesco Ponticelli al contrabbasso – anche questi già collaborativo con il trombettista nel gruppo New Generation – nonché con Evita Polidoro alla batteria e alla voce – leggi qui il recente commento di Off Topic al suo album Nerovivo.

Ovviamente l’intelligente scelta di Rava è dovuta principalmente al desiderio di testare un nuovo assemblaggio di energie, un plesso di impulsi sonori che nascano sia dalla sua guida sicura – suoi sono tutti i brani dell’album – ma anche dalla componente emotiva e visionaria della giovane band che l’accompagna. Di Enrico Rava si era già parlato su Off Topic riguardo il lavoro del 2022 in coppia con Fred Hersch, The Song is You – leggi qui – e in occasione dell’uscita del più volte menzionato Edizione Speciale pubblicato l’anno prima – vedi anche qui. Senza dubbio due ottimi album, ma questo Fearless Five ha qualcosa in più. Innanzitutto in diversi brani ci giunge, quasi con un sentimento d’inaspettata nostalgia, l’intensa impronta lirica della sua tromba – o del flicorno a seconda dei casi – che nelle sue ultime prove mi sembrava fosse rimasta un po’ in ombra per via di un sempre costante desiderio di sperimentazione. Volontà che resta comunque in auge ma con un gruppo alle sue spalle che aiuta a costruire una certa essenziale linearità, fatta di vivace immaginazione ma evitando eccessi improvvisativi – a parte il perturbante brano iniziale – mantenendosi in costante, attento e reciproco ascolto con le intenzioni di ognuno dei componenti. Pochi voli pindarici, quindi, ma spesso una poesia essenziale alternata a vere e proprie esplosioni estemporanee. Potessi definire tutto questo in altro modo, parlerei di libertà autocontrollata, che in fondo ho sempre ritenuto fosse la maniera migliore di esprimersi nel jazz, evitando inutili cacofonie e sperimentazioni estreme che forse divertiranno solo l’esecutore e qualche ascoltatore troppo incline alla piaggeria. Un album anticonvenzionale, quindi? Troppo facile utilizzare questo termine, buono per tutte le stagioni. Direi invece che si tratta di un lavoro coraggioso, che non si pone problemi di star dentro o fuori una prassi comune ma si lascia invece vivere sull’onda del momento e della melodia, beninteso con un timoniere come Rava che segna la rotta e mai la perde di vista. Il suono degli strumenti del leader è sempre pulito, sicuro, accorato come forse non lo si sentiva da un pò di tempo, mentre il livello tecnico del restante quartetto permane nell’ambito dell’eccellenza.

Il perentorio feedback chitarristico a mo’ di bordone che inizia in Lavori Casalinghi s’interfaccia con il suono misterioso della tromba di Rava, insieme alle percussioni e i magmatici ribollii di trombone. Sembra che tutto si trasformi in un brano melodico e con un tema orecchiabile ma è solo un’illusione fugace. Un po’ di caos guidato, sorretto dalla batteria sostenuta della Polidoro e dalla continuità timbrica dello stesso trombone, mostra in realtà una polpa instabile e nervosa, al di sotto della quale la chitarra corrode le fondamenta dell’impianto sonoro. Poi segue un periodo di massima libertà dove tutto sembra slegarsi e successivamente svolgersi nelle trame di un’ispida avanguardia, almeno fino a quando non ricompare la tromba morbida di Rava. Lady Orlando è un brano ripreso dal già menzionato album Electric Five del 1995. Ma la stessa traccia è stata poi riproposta in New York Days (2009) con il supergruppo Bollani-Mark Turner-Larry Grenadier e Paul Motian. La melodia, venata da un nebbioso romanticismo, viene qui eseguita al flicorno e scende di un tono rispetto all’originale dov’era la tromba in combutta col clarino di Trovesi a svolgere il tema. Nel caso di questo Fearless Five il brano viene sintetizzato in un ottimo duetto tra Rava e Paggi e in un intimo accompagnamento offerto dalle percussioni e dalla chitarra agrodolce di Diodati. The Trial risale ai tempi di Noir e siamo nel ’96, ma la stessa traccia è stata immessa anche nel recente The Song is You realizzato in coppia col pianista Hersch. Immersa in un clima latino, almeno nelle sue fasi iniziali, è suonata in sincrono con tromba e trombone all’interno di un calderone ritmico ben organizzato da batteria e contrabbasso con l’efficace e sintetica chitarra di Diodati. Parte l’assolo al trombone di Paggi che dimostra tutta la sua arte, simulando con un crescendo progressivo una sorta di decollo sonoro che supera la barriera latina, con la chitarra che diventa protagonista sopra il drumming frammentato ma preciso della Polidoro – tra i migliori batteristi di questi ultimi anni, per lo meno in Italia. Il clima – mirabile auditu – diventa quasi psichedelico per poi terminare la corsa tra le braccia della primitiva atmosfera sudamericana.

Infant compare in Wild Dance (2015) con l’Enrico Rava Quartet e Gianluca Petrella e con Diodati già presente alla chitarre, però poi lo stesso brano verrà riproposto nel live Edizione Speciale. Molto frenetico e free, adrenalinico fino ad essere un po’ disturbante. Non perde di densità nemmeno un secondo, qualcuno potrebbe anche definirlo fascinosamente scorbutico ma non io. Si procede con Amnesia e finalmente si tira un po’ il fiato con la voce sognante della Polidoro che sostituisce il tema portato dalla tromba nell’originale comparso in Noir. A dire il vero l’intera traccia viene qui stravolta, estrapolata dagli incroci tra la tromba e quello che era il sax di Di Battista. La soluzione stilistica proposta è una sorta di ballad ad elevato tenore di struggimento, molto suggestiva, con un bell’intermezzo solistico di contrabbasso verso il finale. Bell Flower è una splendida melodia che incrementa la dimensione malinconica accennata dal brano precedente. La tromba di Rava procede in totale purezza tra un accompagnamento chiaroscurale di chitarra e un controcanto di trombone che sembra quasi un coro umano a bocca chiusa. Stiamo volando alto. Spider Blues lo si può trovare originariamente nell’album The Monash Sessions del 2014. L’introduzione meditata del contrabbasso fluisce in un riff su cui si sovrappongono dapprima chitarra e batteria e solo in un secondo tempo intervengono i fiati. Lo spirito del blues viene qui evidentemente diluito e trasformato in un brano dalla decisa componente rock, mediato principalmente dal suono della chitarra. Solo in un secondo tempo compare il flicorno di Rava che morbidamente inanella una serie di fraseggi dal forte sapore be-bop, seguiti a breve dal trombone. Sul fondo le taglienti sonorità della ritmica scansionano gli spazi a disposizione mentre tornano a farsi più chiare, nel finale, le battute che appartengono di diritto al blues. Cornettology risale a Tati, l’album con Bollani e Motian del 2005. L’assolo iniziale di batteria è qui più limitato nel tempo e anche l’assetto complessivo pare, almeno nei momenti iniziali, meno angoloso rispetto all’originale. Poi l’improvvisazione prende per mano i componenti e si procede in forma libera, con la chitarra che si distorce alquanto e l’accoppiata Ponticelli-Polidoro che regge la pulsazione ritmica. Nel finale l’impressione è che si vada un po’ troppo a braccio e il brano sembra disperdersi in mille rivoli che ne attenuano lo spessore. Fragile lo si ritrova nell’album Rava Plays Rava, pubblicato insieme a Stefano Bollani nel 1999. Si torna in clima ballad, tutto sommato sempre congeniale all’Autore con il resto della band che segue disciplinatamente, soprattutto in un bel contrappunto di Paggi. Si chiudono i giochi con Le Solite Cose, brano iconico dello stesso Autore con un tema qui impostato in contrappunto tra la tromba e il trombone. La melodia, dal piglio popolare, possiede un’aria amicale ed informale nonostante la complessa fraseologia costruttiva.

Rava esercita da tempo un campo magnetico d’attrazione attorno alla sua persona, dato che i migliori musicisti jazz al mondo si sono prima o poi confrontati e intrecciati con la sua musica. Questa volta ha creato attorno a sé un gruppo di strumentisti decisamente più giovane che senza timori reverenziali ha sostenuto ed arricchito le sue composizioni. A sua volta Rava ha dimostrato di divertirsi e di interagire con la nuova generazione di jazzisti, dimostrando di possedere ancora e sempre un’energia curiosa e una notevole capacità d’interscambio, anche con artisti che hanno la metà dei suoi anni. Del resto, come ha rivelato in un’intervista lasciata a Paola De Angelis per Il Manifesto il 28/07/2023, “…Alla mia età dovrei dare da mangiare ai gatti o guardare i cantieri per strada. Mi costa moltissimo prendere un aereo, viaggiare, suonare ma vale la pena per il momento sublime che a volte si realizza sul palco…”. Parole migliori di queste, a chiosa di tutto, non saprei trovarle.

Tracklist:
01. Lavori Casalinghi (11:01)
02. Lady Orlando (2:13)
03. The Trial (7:45)
04. Infant (2:05)
05. Amensia (4’19)
06. Bell Flower (2:35)
07. Spider Blues (8:50)
08. Cornettology (6:29)
09. Fragile (2:05)
10. Le solite cose (2:11)

Photo © Riccardo Musacchio

2 risposte a “Enrico Rava – Fearless Five (Parco Della Musica Records, 2024)”

  1. […] com’è stato nel caso dell’ultimo lavoro di Enrico Rava, Fearless Five (2024) – vedi qui – anche il pianista stellato Enrico Pieranunzi sceglie di farsi parte di un gruppo di […]

  2. […] di spessore, forte anche dell’esperienza acquisita in Fearless Five (2024) – leggi qui – a fianco di Enrico Rava. Il materiale su cui l’Autore lavora è tutto originale e di sua […]

Rispondi

In evidenza

Scopri di più da Off Topic Magazine

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere