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Ada Montellanico – WeTuba (Incipit Records, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Mario Grella

Nove volte su dieci, se si ascolta senza conoscerlo, un brano jazz cantato si pensa si tratti di un pezzo composto negli anni Sessanta, Cinquanta, magari anche Quaranta, dipende da molti fattori, naturalmente. Quasi mai però si pensa che un pezzo cantato possa essere scritto oggi. Forse perché scrivere un brano jazz non è come scrivere una canzone di musica leggera. Per identificarlo come brano jazz occorre abbia caratteristiche specifiche, molte delle quali sono state codificate negli anni e nella storia del jazz. Quando allora si sente cantare Ada Montellanico, come in questo magnifico WeTuba uscito qualche mese fa, si è portati a pensare che si tratti di brani della storia del jazz che magari non conosciamo o non ricordiamo. Ed è per questo che amo molto la voce di Ada Montellanico, per questa sua capacità di stare nel solco della tradizione, ma apportando continue novità nel modo di cantare e di interpretare il jazz. Del resto anche la tradizione è frutto di invenzione (come teorizzò anni fa lo storico Eric J. Hobsbawm, per questioni molto diverse). Ada Montellanico è una grande “inventrice di tradizione”. Se poi ad aiutare la bravissima cantante romana, ci si mettono Simone Graziano al pianoforte, Francesco Ponticelli al contrabbasso, Bernardo Guerra alla batteria, nonché la tuba di Michel Godard e la tromba di Paolo Fresu, l’incanto è “bell’e che fatto”.

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Heroes, da un’idea di Paolo Fresu, un concerto imperdibile omaggia David Bowie

L I V E – R E P O R T


Articolo di Annalisa Fortin

Forse non tutti sanno che il primo passaggio di David Bowie in Italia risale al 1969, anno in cui partecipò ad un concorso canoro a Monsummano Terme, un piccolo comune toscano. Arrivò però secondo. Per rimediare, come sostiene scherzosamente Paolo Fresu, cinquant’anni dopo il comune stesso ha incaricato il famoso trombettista di omaggiare adeguatamente il Duca Bianco. “Appena mi è stato proposto questo progetto”, dichiara Fresu, “mi sono sentito onorato ed emozionato. Ho deciso di mettere insieme una band unica, creata appositamente, con grandi musicisti eclettici e provenienti da esperienze diverse, anche lontane dal jazz. Credo che questo sia un grande valore. Avvicinarsi alla musica di David Bowie è una grande emozione e anche una straordinaria opportunità per tutti noi”.
Durante l’esibizione di Heroes, avvenuta il 9 luglio nell’ambito del Vicenza Jazz Festival, Paolo Fresu confessa che la conoscenza primordiale che lui e gli altri componenti avevano della musica di Bowie era quella delle comuni persone, ovvero di puro ascolto e apprezzamento. Nessuno si era mai cimentato nell’esecuzione di quella che poi si è rivelata una sfida artistica emozionante e coinvolgente, riportando una splendida luce in un momento buio comune dovuto alla pandemia. La band scelta da Fresu ha nomi di calibro stellare: Petra Magoni, Filippo Vignato, Francesco Diodati, Francesco Ponticelli, Christian Meyer. Insieme hanno messo le mani su una trentina di pezzi, tra i quali Life on Mars, This Is Not America, Warszawa, When I Live My Dreams. Ogni membro della band ha dato il proprio contributo negli arrangiamenti, conferendo maggiore varietà e dinamicità al progetto, scaturito anche in un cd. Tornando alle parole di Fresu: “Bowie è un autore immortale che è sempre stato vicino al jazz. Abbiamo trattato con il massimo rispetto la sua arte pur essendo propositivi, gettando infatti uno sguardo nuovo su queste canzoni”.

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Eloisa Manera Duende – Mirko Signorile Trio Trip @ EJC Fringe – Piccolo Coccia, Novara – 11 settembre 2019

APPUNTI DALL’ EUROPEAN JAZZ CONFERENCE – NOVARA


Articolo di Mario Grella

Questa sera primo “fringe” ovvero uno dei tanti concerti collaterali ai lavori della European Jazz Conference.
Eloisa Manera mi ha confessato che, da qualche anno, era nato in lei il desiderio di uscire dalla gabbia di un concerto già strutturato per lanciarsi, senza paracadute, in una esperienza del tutto nuova e cioè, “vivere il momento, il suono e seguirlo nel presente”. E come si poteva chiamare un’esperienza simile se non con il poetico ed evocatore termine di duende? Eloisa utilizza due violini, uno, il suo solito completamente “nudo” e un violino elettrico a cinque corde. Insomma alla ricerca del “blues, onda dopo onda, insieme a chi ci sarà, rimescolando le tracce sonore che mi hanno definito in questi anni…” Così mi aveva detto qualche giorno fa.

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