R E C E N S I O N E
Recensione di Riccardo Talamazzi
Mi auguro che questo lavoro del trombettista romano Iacopo Teolis, The Moving Forest – il titolo è ispirato da un frammento shakespeariano del Macbeth – possa diventare in un prossimo futuro uno di quegli album oracolari che anticipano i tempi. Perché solitamente i tentativi di sintesi tra jazz e musica classica non vanno sempre a buon fine, soprattutto quando non si tratti di rileggere brani di autori storici attraverso le lenti del jazz. Invece in questo caso, l’operazione di creare una nuova pozione magica – come quella preparata giustappunto dalle tre streghe del dramma di Shakespeare – che fonda insieme strumenti e composizioni ad unire epoche musicali e fronti culturalmente differenti, nonostante si possa definire come un progetto rischiosamente ambizioso, pare essere decisamente ben riuscita. La formazione che accompagna Teolis è molto giovane dato che l’età dei componenti oscilla da un massimo di trentasette anni ad un minimo di…nove, con la partecipazione, infatti, della sorellina dell’Autore, impegnata al canto e in un breve appunto narrativo in un brano. Tutti i musicisti provengono da preparazioni accademiche, sia da orientamenti classici che jazz o, sarebbe meglio dire, da entrambi.

Al di là della possibilità di ascoltare strumenti insoliti come il fagotto, poco usuale nell’ambito del jazz, magnificamente suonato da Marco Taraddei – leggi qui – l’aspetto più importante è la composizione affidata quasi interamente a Teolis, se si esclude il rifacimento di un iconico brano di Benny Golson come I Remember Clifford. L’Autore non è al vero e proprio debutto discografico avendo già alle spalle un lavoro col sassofonista Lorenzo Simoni pubblicato lo scorso anno, Openings. Si trattava di un’opera forse ancora più all’avanguardia che non questo suo ultimo sforzo creativo, comunque Teolis mostra di possedere idee molto chiare in proposito, fondando il proprio sillogismo estetico in un’esperienza vasta nonostante i suoi ventisei anni. Sin da bambino attratto dalla tromba, Teolis ha costruito un linguaggio dove ogni modulo espressivo è utile, cioè necessario. Nulla è ornamentale o affidato al caso. L’anima di questo album non sta in una dimostrazione virtuosistica, ma in una serie di gesti d’ascolto e di attenzione. È una musica che non urla, ma semmai, passatemi il paradosso, sussurra con forza. Una musica che, nella nigredo della forma, cerca una rinascita sonora, una rigenerazione del pensiero attraverso questo connubio tra generi apparentemente lontani. I riferimenti non mancano, ma sono sempre trasfigurati attraverso la sensibilità creativa dell’Autore. Ci sono i concerti dell’Orchestra e Coro Nazionale di Santa Cecilia in Roma che hanno iniziato Teolis verso la sensibilità classico-sinfonica, ci sono gli insegnamenti del trombettista americano Dave Douglas, il contatto col violinista Atwood-Ferguson, ponte vivente tra sonorità d’estrazione classica e collaborazioni più contemporanee. E poi è presente una radice jazzistica che s’insinua tra i nodi armonici e ne condiziona il fine, promuovendo un ibrido – sia detto senza polemica – che potrebbe realmente essere uno stimolo per una delle tante trasformazioni a cui il jazz si sta sottoponendo in questi ultimo anni. Nell’ascoltare The Moving Forest, si ha la netta sensazione di entrare in un luogo interiore, non tanto una foresta reale, quanto un paesaggio mitologico e simbolico, abitato da presenze teriomorfe e archetipi sommersi. Una selva dove ogni nota pare radicarsi nella terra umida dell’inconscio e, allo stesso tempo, esplicitare il movimento con dignità verticale verso un cielo fatto di ottoni, legni e strumenti cordofoni. Un’opera che, senza cedere al citazionismo, si propone come coniunctio oppositorum tra mondi apparentemente inconciliabili: il jazz moderno e la musica classica, il groove e il contrappunto, l’istinto e la struttura. In questo solco si muove Teolis, con un senso della forma che non è estraneo al jazz contemporaneo, coinvolgendosi nella cura dell’organico strumentale. Ad esempio, per quello che riguarda la scelta timbrica del fagotto del già citato Taraddei e del violoncello – in questo album suonato da Livia De Romanis, di cui Off Topic si è retroattivamente occupata recensendo l’album di Jacopo Ferrazza, Fantàsia (2022) – vedi qui. Ciò che colpisce non è solo il tentativo di fusione degli opposti quanto la loro coabitazione, la loro reciproca accettazione. La foresta si muove perché è viva, è corpo e mente, è madre terra che genera suoni e li dissolve. È una mappa del sentire, dove ogni strumento diventa simbolo: la tromba profetica che annuncia e si ritrae, il violoncello come profondo ventre terrigno, il fagotto col suo respiro arcaico. Un linguaggio che ha molto a che fare con la Storia e con il mito, ma anche con la realtà più intima di un artista che non ha paura di cadere nel dubbio e rischiare l’errore. Ovviamente non dimentico l’apporto degli altri musicisti, alle prese con strumenti peraltro già più normalizzati all’interno del jazz, come il pianoforte e il Rhodes di Vittorio Solimene – leggi qui e qui – il contrabbasso di Stefano Zambon – vedi qui e qui – e la batteria di Luca Caruso.

Ife, il brano iniziale dell’album, si sviluppa originando da alcuni accordi di pianoforte, sorretti dalla pulsazione del contrabbasso a cui s’aggiunge ben presto il timbro del fagotto in coppia col violoncello. La traccia resta melodica, quasi in odore di jazz ballad ma l’irrompere della tromba e i suoi incroci armonici con gli altri strumenti spostano l’asse del brano verso territori più insoliti. Il Rhodes di Solimene tiene ancorato il brano verso aree jazzate ma l’ultima parte acquista una dimensione pencolante tra atteggiamenti proto-sinfonici e orchestrazioni d’ispirazione gilevansiana. The Moving Forest rispetta il suo ruolo di title track dipingendo uno sfondo a tinte cupe e un po’ misteriose. Flicorno e violoncello impostano un tema orientato verso una dimensione che mi ha ricordato certi momenti Carla Bley o Michael Mantler. Una ritmica molto discreta e quasi appartata sostiene l’andamento melodico orchestrale con un bellissimo violoncello in contrappunto. Più spettrale l’intervento in assolo di Teolis che si adagia in un clima molto jazzy costruito dal contrabbasso, dalla batteria e dagli interventi brillanti del Rhodes. La seconda parte del brano è una ricerca di equilibrio tra la componente più orchestrale e la suggestione jazz. Finale a due tra fagotto e violoncello, quasi ad evocare una sorta di dance macabre. Love Story s’annuncia con un certo velato romanticismo attraverso un bell’incipit di pianoforte che sfocia in una sorta di contrappunto dai ricordi bachiani. Quando sembra che tutto venga risucchiato all’interno di un buco nero gravitazionale, riappare il flicorno che insieme al violoncello e al pianoforte pare mantenere quel clima melodico e sentimentale intravisto all’inizio. Il brano procede con calma, in uno stato emotivo vago e malinconico. A tratti si ha l’impressione di ascoltare un quartetto cameristico ma con delle dissonanze sempre pronte ad equilibrare le tematiche più nostalgiche. Un quadro di notevole architettura armonica, un puzzle di variabili senza costanti emotive e con un fugace e misurato assolo di contrabbasso circa a metà brano. Bi’tz #5 è tra le offerte migliori dell’album, con un pizzicato di violoncello e un contrabbasso archettato in fase iniziale. Poi irrompe un bellissimo fagotto… alla Prokofiev e il brano evolve su ritmi lenti e cullanti, riempiti dalle note del Rhodes che sembra un vibrafono. Ovviamente il brano è tutt’altro che lineare ed è un incrocio continuo tra violoncello, fiati ed un assetto ritmico squisito giocato in coppia da Zambon e Caruso. Circa a metà percorso Teolis si rende presente con un assolo di tromba in pieno assetto jazz e dopo di lui tornano De Romanis e Taraddei. Finale in decrescendo che ripropone il pizzicato e l’archetto dell’inizio. Arriviamo all’unico standard presente nell’album, quell’I Remember Clifford di Benny Golson (1957) composto come omaggio per la morte prematura del trombettista Clifford Brown. Teolis e sodali donano al brano tutto il fascino che merita, non solo rispettandone la melodia già bella da par suo, ma costruendo lungo il suo percorso gestito dalla tromba, un contrappunto armonizzato dalla coppia violoncello-fagotto arricchito dal passo discreto del contrabbasso. C’è veramente da innamorarsi di una versione originale come questa!! Old Man’s Tales ha il suo preludio condiviso tra batteria e contrabbasso, presto raggiunti dal Rhodes – la bravura di Solimene sta nell’estrarre timbriche non comuni da questo piano elettrico, alle volte simili ad un vibrafono, altre volte, come in questo caso, ad una chitarra elettrica… I vari strumenti si stratificano sopra questa base che via via diventa una struttura melodica destinata a ripetersi, riarmonizzata da ogni intervento e acquisendo sempre più corpo, fino ad essere suggellata dall’apporto conclusivo della tromba. She Never Promised a Rose Garden, nella sua prima parte, apre ad una versione più cameristica di matrice maggiormente legata ad una forma classica. Armonizzazione ed arrangiamenti dimostrano tutta la scienza musicale di Teolis, ma quando sembra che il destino del brano sia segnato in un’unica direzione, circa a metà avviene un brusco cambio di direzione verso una dimensione jazzistica decisamente contemporanea, salvo terminare in una coda più classicheggiante sul finale. Potrei dire che questa traccia è l’esempio esplicito della finalità di questo album, dove l’apporto tradizionalmente classico prova ad allacciarsi con quello più moderno del jazz. L’unico neo è che le due parti sembrano distinte e non ben legate tra loro, contrariamente a quello che succede nelle tracce precedenti. La Piccola Principessa vede la compartecipazione al canto di un’intonatissima Arianna Teolis, sorella nemmeno decenne dell’Autore, che raddoppia la linea melodica alla tromba, mentre violoncello e fagotto dialogano organizzandosi matericamente nella struttura del brano. Accompagna il tutto un diligentissimo Luca Caruso alla batteria, che in questo contesto rinuncia al bagaglio tecnico per seguire l’evoluzione del brano. La Teolis aggiunge un commento parlato, verso il finale, con citazione indiretta del Piccolo Principe di Saint-Exupery e del resto il titolo di questa traccia, qualche indicazione, l’ha pur segnalata…Time Lapse of Climate Change è il brano soave che chiude l’album, impostato dalle note del pianoforte accogliendo splendidamente l’approccio del violoncello – forse qui sovrainciso – fino alla comparsa del fagotto e naturalmente della tromba di Teolis. In questo ultimo brano è più avvertibile la commistione tra elementi classici e jazzistici, cosa che era riuscita parzialmente, come già sottolineato, in She Never Promised… Finale accattivante in un mid tempo sfumato, con dialogo partecipante di tutti gli strumenti.
Non sono solito sbilanciarmi in giudizi affrettati o troppo accondiscendenti ma devo dire che questo album di Teolis & C è veramente una gran prova autoriale. Sono persino sorpreso dall’età di questo trombettista – e tra le righe di tutti i componenti di questo gruppo – per la maturità e la tecnica dimostrate. The Moving Forest è un atto di coraggio e di verità. Una dichiarazione poetica e personale, in cui la musica si fa luogo iniziatico, rito, soglia. Più che un album, una porta aperta verso una nuova percezione del jazz.
Tracklist:
01. Iffe
02. The moving forest
03. Love story
04. BI’TZ #5
05. I remember Clifford
06. Old man’s tales
07. She never promised a rose garden
08. La piccola principessa
09. Time lapse of climate change
Photo 1 © Caterina Di Perri, 2 © Riccardo Musacchio




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