R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Il giovanissimo trombettista Jakob Bänsch firma il suo secondo lavoro da titolare dopo Opening (2023), rifiutando ogni tentazione di costruirsi una qualsivoglia comfort zone. Nato a Pforzheim, una città a pochi chilometri da Stoccarda ventitrè anni fa, in questo ultimo All The Others dimostra un’accurata conoscenza del jazz classico – che emerge limpida e ben metabolizzata, anche se non ostentata – accanto ad un linguaggio decisamente più personale, mobile, spesso imprevedibile. È un album che si presenta come un progetto coerente e strutturato, vivendo di una sensualità volatile, capace di insinuarsi sottopelle senza peraltro svelare esplicitamente la propria natura più intima. Bänsch soffia nella tromba con l’intento di raccontare storie dedicate a personaggi e/o luoghi per lo più immaginari, costruendo un universo narrativo popolato da nove figure simboliche – tante sono le tracce dell’album – provenienti dai mondi chimerici “...della letteratura, dei film e delle serie TV, ma anche del mondo reale…“, così come lo stesso Autore racconta nelle note stampa allegate. Questi caratteri che ispirano le composizioni non vengono descritti, ma evocati come figure-soglia, tra sogno e realtà. Una sorta di simulacrizzazione letteraria che diventa parte di una pura ispirazione musicale.

In questo modo l’Autore promuove il suo jazz collocandolo all’interno di un territorio francamente emotivo, accostando tra loro con naturalezza momenti vicini a certo hard bop di matrice marsalisiana ad altri più contemporanei, fino ad arrivare a pescare giocoforza nella tradizione musicale classica – Bänsch è infatti figlio di due musicisti classici… Ma vengono toccati anche territori più astratti, dove emergono atmosfere evanescenti e suggestioni timbriche di derivazione cinematografica e novecentesca. In queste ultime circostanze si evidenzia un aspetto altalenante per mezzo di una scrittura che a volte si fa rassicurante e lineare, mentre altre volte privilegia curve improvvise, sospensioni, silenzi carichi di aspettative. Bänsch suona una tromba leggera, pura, fantasiosa, evitando l’urgenza virtuosistica ma con una cura del suono impressionante per un artista della sua età. La musica si sviluppa utilizzando una certa economia di materiali, nonostante l’apparente varietà d’interventi e anche di strumenti impegnati e questo è dovuto al fatto che ogni elemento utilizzato è calibrato e oculatamente funzionale al disegno complessivo. Ne derivano brani attraversati da strappi melodici, strategicamente motivati che interrompono e ri-orientano il flusso narrativo in atto. Il gruppo storico – Niklas Roever al piano, Jakob Obleser al contrabbasso e Leo Asal alla batteria – funziona come un organismo unico, ormai diventato quasi telepatico, mentre l’ingresso di Ella Zirina alla chitarra e di Friedrich Paravicini come polistrumentista apre il campo a una formazione eclettica, arricchita da sintetizzatori, celesta, Hammond e persino dall’Ondes Martenot – una derivazione del Theremin – strumento fantasmatico che dona a certi brani dell’album una patina fuori dal tempo. Compaiono inoltre sia la voce di Zuza Jasinska in uno dei momenti più sospesi e riusciti dell’album verso il finale come pure la fisarmonica di Fe Fritski. La principale virtù di All the Others sta però, come sopra già accennato, nell’uso misurato dei mezzi, badando a non sovraccaricare gli assoli e a non smarrirsi in nessuna frase superflua. L’inventiva e un senso innato dell’equilibrio si mescolano nelle giuste proporzioni, promuovendo infine un’opera audace e coraggiosamente finalizzata alla ricerca di nuove dimensioni musicali. In tutto questo All the Others non punta allo shock né alla seduzione immediata, producendo un effetto di rarefazione emotiva, uniforme, discreta, capace di coprire ogni tendenza all’eccesso.

L’Ouverture pare prender forma tra la nebbia, come un’apparizione magica, un’evocazione misterica tra pianoforte, synth e una tromba che fa capolino in un’iniziale risveglio di coscienza. Si percepiscono vibrazioni alla Ravel e sensazioni di attesa per qualcosa che accadrà, forse la creazione di un alchemico Rebis dalla natura ermafrodita a rappresentare un’ipotetica unità degli opposti. Chissà se Mephisto, il brano successivo, abbia a che vedere con l’omonimo personaggio della Marvel. Comunque sia, in un breve frammento iniziale eseguito in solitudine, Bänsch dimostra la sua abilità tecnica prima d’inserirsi insieme al pianoforte e al resto della ritmica in una serie di quadri armonici complessi che vanno a sfociare in un vero e proprio temerario hardbop. Poi tutto si frammenta e si disunisce, lasciando al pianoforte l’arduo compito di mantenere uniti gli elementi rimasti. Di certo Roever pare un pianista colto e fantasioso, tanto da saper trascorrere dall’impressionismo francese all’atonalismo in un battito di ciglia. Da sottolineare il gran lavoro percussivo di Asal che ingaggia col pianoforte uno stretto dialogo, coronato dal ritorno dell’Autore alla tromba. Vasudeva è una figura mitologica nell’ambito induista, identificato come il padre di Krishna o con Krishna stesso, ma in questo contesto potrebbe anche essere un omaggio alla citazione di H. Hesse nel suo Siddharta.  Al di là di ogni plausibile riferimento, il brano si manifesta come una splendida ballad sostenuta dal flicorno e dallo scandire lento e avvolgente della ritmica. Certamente è ancora il pianoforte a stupire con un assolo raccolto e personalizzato pieno di pause, pronto a riaccogliere lo strumento di Bänsch che s’incarica di condurre il romantico tema verso il finale. In questo brano si possono cogliere, oltre alla conoscenza della tradizione da parte dell’Autore, la minimalistica efficienza della coppia contrabbasso-batteria ed una scelta tematica suggestiva, operata con sentimento e quasi con devozione.

Eywa è un nome che fa parte dell’universo immaginario – o sarebbe meglio dire del franchise creato da James Cameron – di Avatar. L’inizio non può non far pensare ad un incrocio tra La Mer di Debussy e la più casalinga sigla dell’Ulisse televisivo del 1968 di Carlo Rustichelli. Tromba e pianoforte ed una quasi silenziosa fisarmonica di sottofondo evocano, coadiuvati dai piatti della batteria, l’avvicendarsi di onde marine e riflessi acquei in un dinamico crescendo strumentale. Uscendo da questa introduzione troviamo il contrabbasso in assolo, tra gli arpeggi di tastiera e una tromba che riappare con qualche bagliore sotto la cenere. Si tratta di una seconda parte del brano molto improvvisato, assolutamente libero ma controllato. Tra ingenua genialità e cultura della Storia musicale, il pezzo si sviluppa comunque in modo imprevedibile e decisamente fuori dalla norma, meritando un sincero plauso per l’ardimento esecutivo. Kauaio’o’ è un brano fuori dal comune perché racconta una storia molto triste ed emblematica del decadimento della Natura. Gli ultimi eventuali bagliori di un’Età dell’Oro secondo Esiodo, finiscono con questo uccello maschio delle Hawai estinto da pochi decenni, il cui inutile richiamo per una femmina che non esisteva già più fu registrato su nastro come ultima testimonianza della specie. Qui la tromba imita il canto desolato del volatile, tra gli accordi dissonanti del pianoforte ed arpeggi che ricordano il movimento alare. Compare l’inquietudine con la sovrapposizione della Celesta e dell’Ondes Martinot, forse un invito a meditare sulla degradazione progressiva dell’ambiente provocata dall’Umanità. Maeve arriva giustamente ad interrompere il clima un po’ mesto del brano precedente, imboccando la via del jazz-funk-fusion, quindi accelerando le battute in un mid-tempo che diventa quasi un pezzo dalla caratteristiche mainstream. La gradevolezza di questa traccia la si realizza attraverso un suono pulito di tromba, l’organo in sottofondo ed una ritmica non invasiva. Inoltre vi sono degli intermezzi pieni di aspettative, come quello che allude all’intervento della chitarra della Zirina, suonata anch’essa in modo estremamente sobrio e pulito. L’assolo di tromba che segue è magistrale ed ancora mi stupisco di come un musicista dell’età dell’Autore sia in grado di suonare così bene. Finale in crescendo dinamico. Kaonashi è il nome di un ambiguo personaggio di un film d’animazione giapponese. In effetti questo brano lavora su melodie dall’assetto inquieto e misterioso, basato sulla contrapposizione tra l’accompagnamento arpeggiato di pianoforte e la tromba un po’ spiritata di Bänsch. Iroh è il nome di un altro personaggio della saga di Avatar, una sorta di trasposizione prometeica in chiave cartoon. Probabilmente è il brano migliore dell’album, dove gli arpeggi magici della chitarra di Zirina ospitano la voce ammaliante e dolcissima della Jasinska, contornata dal commento altrettanto fascinoso della tromba. Tano è il brano più lungo della raccolta, dove vengono riassunte tutte le fila del discorso. Si avverte la collaborazione stretta che vede la tromba, la chitarra e il pianoforte operare come un tutt’uno, sopra un tappeto ritmico omogeneo. Il momento dell’assolo di Bänsch avviene in stretta collaborazione con l’accompagnamento pianistico di Roever e il tutto è un autentico tuffo nell’hardbop più elegante, includendo anche un secondo assolo, questa volta di pianoforte, che si chiude su un accordo ostinato di Si maggiore. Questa reiterazione serve sia alla chitarra che al synth per manifestare la loro presenza, almeno fino al ritorno della tromba. Mentre l’accordo ripetuto si mantiene fisso come un bordone, viene a crearsi un dialogo stretto tra chitarra e tromba che ruota attorno alla componente pianistica, andando a terminare con un crescendo strumentale e ritmico imperioso. L’ultimo brano Iroh (Reminescence) riprende in parte la melodia già ascoltata due brani precedenti ma qui la tonalità è diversa e manca la voce della cantante. La malinconica tromba e la fisarmonica sono inizialmente le uniche testimonianze strumentali, ben presto avviluppate dalla componente ritmica e dal pianoforte.

Jakob Bänsch cerca di aggiornare il linguaggio jazz non attraverso forzature estetiche o dichiarazioni programmatiche ma piuttosto scegliendo la via più esigente, quella di un’audacia espressiva mantenuta nei limiti del controllo della misura e della responsabilità formale. La sua scrittura rivendica il diritto alla complessità silenziosa, alla profondità non esibita. Questo album si colloca così in uno spazio intermedio e prezioso, dove la tradizione è ancora una grammatica viva e l’innovazione non è vista come frattura ma piuttosto come una lenta deviazione dalla Storia. È un lavoro che resiste alla fruizione distratta, non concede appigli immediati ma nel tempo rivela una coerenza interna rara, fatta di equilibrio, ascolto reciproco e spiritualità visionaria.

Tracklist:
01. Ouverture (2:41)
02. Mephisto (6:53)
03. Vasudeva (5:00)
04. Eywa (4:56)
05. Kauaio’o’ (3:00)
06. Maeve (5:05)
07. Kaonashi (2:43)
08. Iroh (2:20)
09. Tano (8:30)
10. Iroh (Reminescence) (2:12)
 

Photo 1 © Lena Semmelroggen, 2 © Vincent Sima

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