R E C E N S I O N E
Recensione di Riccardo Talamazzi
C’è un sogno che non si lascia completamente afferrare, in I Have a Dream di Marco Gamba. Sarà forse la suggestione della copertina dell’album, un paesaggio urbano velato dalla nebbia che appare come un’immagine onirica sfocata. Forse il risultato di un precoce risveglio mattutino, quando il confine tra realtà ed illusione pare imprigionato in ambigue dissolvenze. Oppure è la citazione stessa di M. L. King con i frammenti del suo famoso discorso dell’agosto del ’63, davanti al Lincoln Memorial di Washington, inseriti nell’album e che rimandano alla radice del desiderio di un Brave New World, lontano però dalle distopie huxleyane. Qualsiasi spiegazione possa avere questo sogno citato nel titolo, il sestetto di Marco Gamba ha un’idea di jazz del tutto personale. Non credo che egli avverta tanto il bisogno di una precisa integrità formale, forse preferendo defilarsi dal centro della scena e agire verso i margini della stessa, dichiarandosi disposto ad abitare quelle zone d’ombra ipnagogiche dove le strutture musicali tendono giocoforza a contaminarsi. I Have a Dream si muove preferenzialmente lì, sotto il vasto ombrello della musica sperimentale senza cedere al compiacimento teorico o alla posa intellettuale.

Il termine sperimentale si presta di per sé a diverse interpretazioni ma qui Gamba si assume consapevolmente il rischio di sostenere una musica senza quella orecchiabilità un po’ ammiccante che si propone spesso come elemento strutturale di un nuovo progetto, magari inserita in elementi minimali e ripetitivi che fanno tanto sapore contemporaneo. L’Autore costruisce composizioni che non mirano quindi ad un’integrità concettuale e nemmeno si sforzano di rincantucciare facili seduzioni melodiche ma si propongono invece un’esplorazione stratificata del materiale sonoro, caratterizzato da un indubbio rigore nella scrittura e da un’improvvisazione che non perde mai il controllo di sé. Il terreno è quello di un jazz contemporaneo che lascia affiorare fragranze acustiche, pulsazioni urbane, aperture liriche improvvise e innesti elettronici che non cercano l’effetto ma sono solo il risultato di una cruda necessità espressiva. I nove brani, tutti firmati da Gamba, si susseguono come una suite discontinua, un flusso emotivo coerente pur nella sua instabilità, dove nulla è decorativo e ogni gesto sonoro ha un proprio peso specifico. Il linguaggio adottato è collettivo e mobile, con un’alternanza calcolata tra sezioni di densità ritmica e momenti di sospensione, in cui emergono assoli decisi e improvvise aperture timbriche, sino ad arrivare a fragorose compartecipazioni di fiati. Le varie voci strumentali convivono in un impasto dinamico che prima avvolge e poi mira a ritrarsi, lasciando spazio al silenzio, alla sospensione e all’attesa, delineando una tavolozza che privilegia la tensione interna piuttosto che la risoluzione melodica. Contrabbassista di solida formazione, Gamba guida il progetto con una sensibilità inquieta, che pare quasi più interessata al processo che al risultato finale. Qui la sperimentazione è davvero un work in progress, un’incessante espressione che invita all’ascolto riflessivo ma vitalistico, vincendo l’aspetto spesso indolente di chi s’abbandona alla musica in modo completamente passivo. Ne emerge un jazz quintessenziale, asciutto e stratificato, capace di alternare misteriose vaghezze ad energici fraseggi insidiosamente irregolari. Gamba conduce il suo ensemble in territorio aperto, oscillando tra scrittura e slancio improvvisativo con un ardore che appare talora persino iconoclasta, ma con l’obiettivo di essere più liberatorio che non distruttivo, maggiormente interessato a sollevare interrogativi che a fornire risposte. Porsi all’ascolto di un album come questo significa in sintesi accettare di attraversare un sogno a occhi aperti fatto di strati, di chiavi di lettura sovrapposte, di visioni mai definitive, non offrendo approdi sicuri, ma orizzonti mobili e sequenze d’interrogativi. Accanto al basso di Gamba, si muovono la tromba di Paolo Malacarne, il sax tenore di Massimiliano Milesi, il sax contralto di Michaël Attias, il pianoforte e le tastiere di Michelangelo Decorato e infine la batteria di Marco Zanoli.
Suoni elettronici aprono Urban Reunion, primo brano di I Have a Dream, che precedono l’insieme robusto di fiati a muoversi in un complesso dipolo tematico sviluppato tra consonanze ed antitetiche dissonanze. Segue il pulsare ritmico di contrabbasso e batteria, con qualche effetto elettronico sotterraneo a perturbare il clima. Parte poi un dialogo a distanza tra sax contralto e pianoforte, molto affascinante e tutt’altro che scontato, affiancato in seguito dall’arrivo della tromba. Malacarne resta così l’unico interlocutore di Decorato, in una dialettica che continua appunto tra il pianoforte e la tromba, sorretti dalla turbina ritmica di Zanoli. Un breve vagare in ambito dissonante dei fiati anticipa un assolo di pianoforte, lontano dal concetto usuale di quello che normalmente reputiamo come un assolo. Si tratta invece di un’escursione in una qualche forma di pianismo astratto contemporaneo, post-novecentesco, con linee di confine che arrivano sino ad un personalissimo hard-bop. Il finale si costruisce con l’arrovellante tema fiatistico collettivo iniziale. The Usual Cheating, nel suo incedere moderato, sembra possedere una velenosa vena di follia, con il pianoforte che emerge d’incanto tra una sorta di drone elettronico di sottofondo. Poi il brano incomincia letteralmente a muoversi in una direzione incerta, come una misteriosa massa citoplasmatica e pseudopodica, con la tromba che ne rimarca il lento movimento. Saranno poi i due sax ad affiancarsi ai giochi innescando un certo dinamismo controllato. Attias innesca un assolo di fremiti inquieti, affiancato e sostituito dalla tromba spiritata di Malacarne che a sua volta cederà il passo al sax tenore di Milesi. Infine i tre fiati procedono insieme in forma libera, con dissonanze controllate. Le dinamiche sonore s’acquietano lentamente per dare spazio ad un assolo di batteria che viene recuperato dal piano e dalla discretissima elettronica. Si procede verso il finale recuperando i temi iniziali. Brano stupendo, difficile ad un primo ascolto ma che poi mostra successivamente tutti i suoi angoli di moderna bellezza.

Pandemic si sviluppa sopra un ansioso riff di pianoforte sul quale il sax tenore prima e gli altri fiati poi s’impegnano a costruire questo pezzo angoscioso di dissonanze armoniche ed emotive. Dopo questa prima fase, la traccia sembra diventare più newyorkese, urbanizzandosi ed adeguandosi ad uno stile contemporaneo maggiormente malleabile e questo grazie agli interventi di sax contralto prima e di pianoforte poi che entrano a confronto in un dialogo a distanza. Ottimo il riscontro ritmico con l’ossatura di contrabbasso e batteria che aiutano a ripescare i conturbanti riff iniziali. Aradeo s’annuncia con un pensieroso pianoforte che oscilla tra un paio di accordi che sembrano celare segreti. Una voce interiore legge i vari pensieri, ora col suono del sax contralto, ora col rimuginare più antico operato dal contrabbasso, fino a quando tutto pare fondersi e confrontarsi in una dialettica rilassata tra pianoforte e sax. L’assolo di Decorato si muove in un contesto segnato da pochi accordi tranquilli per elaborare una ragione equivoca ed ambivalente. Nel finale compare anche la tromba che aiuta a chiudere il brano. Kammerspiel, che tradotto dal tedesco significa dramma da camera, è una citazione colta che rimanda al teatro e al cinema di Max Reinhardt, basandosi sulla focalizzazione intima e silenziosa dei personaggi, all’insegna di un anti-espressionismo qui rimarcato brevemente dalla combinazione di varie sequenze elettroniche. Alter Ego pare scrollarsi di dosso la dimensione introspettiva precedente tornando all’insieme tematico ottenuto dalla dinamica combinazione degli strumenti a fiato che s’allarga sopra una costante escursione ritmica. I tre fiati dialogano con continuità, a volte sovrapponendosi, altre volte incamminandosi in parentesi solistiche, sempre in bilico sulla sottile linea della dissonanza. A metà brano si tira il fiato, il basso questa volta elettrico, si ricava infatti uno spazio tra una coppia reiterata di accordi pianistici che si ripetono a distanza di un tono, prima di dar vita ad un assolo più canonico, muovendosi tra schemi e scale bebop. Tuttavia questo brano non ha una precisa direzione, vuoti e pieni si susseguono lasciando l’ascoltatore in una zona sospesa, fino al finale dissonante condotto dai fiati. Arriva la title track I Have a Dream, con l’inserzione di numerosi estratti dal famoso discorso già citato in precedenza di Martin Luther King. Sotto le parole pronunciate dallo stesso King c’è solo una componente ritmica giocata dal pianoforte che insiste sull’ostinato d’una nota e dalla partecipazione della batteria. Ma l’insieme dei fiati si organizza per conformarsi in un pieno sonoro che è insieme caos e ordine, rabbia e speranza, in una strana parentesi tra Sun Ra e il Mingus meno tollerante. Stop the Traffic, con tanto di Rhodes in primo piano, è quasi un funky che porta dalle parti di Chick Corea fin tanto che resta confinato tra Decorato e base ritmica. Poi interviene la massa sonora dei fiati che s’immette in una sorta di swing con un carattere tutt’altro che mainstream e la sequenza di assoli di sax e di tromba ce lo fa capire in modo appropriato. Pur restando nel contesto di un assetto ritmico ordinato, i fiati sviluppano linee fraseggiate di grande eleganza e tecnica, addirittura sontuose quando suonano in sincrono. Tra i brani migliori dell’album, anche per la sua immediatezza in un contesto tutt’altro che lineare. Angels Day chiude quasi inaspettatamente nel segno di una ballad, questa volta con un’insolita attenzione alla linea melodica mai così presente in tutta la sua chiarità. Molto bella la chiosa affidata alla solennità dei fiati.
Questo lavoro di Gamba & C. si configura come un dispositivo aperto, un campo di forze in cui la forma risultante non è mai data come finita una volta per tutte, ma continuamente rimessa in discussione. La scrittura dell’Autore, più che alla compiutezza, mi sembra che miri alla tensione tra idea e gesto, tra struttura e deviazione dalla stessa. Insomma, tutto appare nell’ottica di un’instabilità vigilata in cui l’album trova la propria coerenza interna, rifiutando tanto il barocchismo ornamentale quanto una musica di facile rassicurazione. La sperimentazione è vissuta come una pratica di scavo, un metodo di lavoro che accetta l’attrito, il rischio, l’incompleto come condizioni necessarie del linguaggio jazz contemporaneo. Ne deriva un ascolto che richiede tempo, attenzione e partecipazione attiva, perché ciò che viene offerto non è una narrazione lineare, ma una trama di relazioni, rimandi e tensioni latenti. Vorrei concludere con un’osservazione personale, magari non condivisibile. Penso proprio che I Have a Dream si dimostri un eccellente lavoro di gruppo, con una qualità compositiva ed esecutiva assolutamente parificata ai migliori standard contemporanei del pianeta per un Autore che vanta un curriculum stellare ma che resta ahimè poco conosciuto al pubblico più vasto dei jazzofili.
Tracklist:
01. Urban Reunion [8:09]
02. The Usual Cheating [11:03]
03. Pandemic [5:07]
04. Aradeo [7:00]
05. Kammerspiel [1:41]
06. Alter Ego [8:44]
07. I Have a Dream [5:12]
08. Stop The Traffic [8:14]
09. Angels Day [3:17]
Photo 1 © Vincenzo Magni, 2 © Luciano Rossetti




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