R E C E N S I O N E
Recensione di Riccardo Talamazzi
Il nuovo lavoro del cinquantenne sassofonista ungherese Kristóf Bacsó – attualmente mi risulta essere alla sua seconda pubblicazione dopo Fitting (2006) – da una parte conferma la seria preparazione musicale e la solidità espressiva già manifestata nel suo album precedente. Però, da un altro lato, sembra rivolgere la sua attenzione verso il senso del gesto musicale inteso come atto totale, soprattutto in ambito jazz, quindi mai completamente dominabile in quanto sottoposto al credo dell’improvvisazione. Bacsó problematizza il concetto stesso di decisione artistica ponendo implicitamente una domanda di matrice quasi filosofica, e cioè fino a che punto il compositore jazz sia in grado di controllare l’esito del proprio lavoro. In questo Let it Go, infatti, il sassofonista ungherese riflette sul libero arbitrio in ambito musicale non con riflessioni teoriche ma lasciando che sia la musica stessa a farsi arguto ritratto di un pensiero in continuo divenire per cui composizione e improvvisazione non sono visti come opposti, bensì come stati diversi della medesima materia fluida.

In questo senso, l’album si configura come una ricerca priva di enfasi emotiva e deliberatamente distante da ogni possibile banalità che talora affligge certa produzione contemporanea. Let It Go si comporta come una filigrana trasparente tra ciò che è scritto e ciò che accade, tra il pensiero e l’abbandono, lasciando che la musica scorra affidandosi a un nucleo in gran parte inconscio per cui il suono diventa gesto inevitabile, non totalmente deciso ma completamente accolto. Il trio con Áron Tálas al pianoforte più le tastiere, Márton Juhász alla batteria e ampliato per l’occasione dalla presenza di István Tóth al basso elettrico e alla chitarra, lavora su una conformazione metamorfica del linguaggio jazzistico, dove metri irregolari e architetture polifoniche ne sono la struttura costante. Il sax tenore di Bacsó si muove tra lirismo trattenuto e fraseggi chiari e traducibili, evitando per lo più scarti improvvisi, sostenuto dalle armonie sensibili e combinate di pianoforte e chitarra elettrica e da una ritmica che sembra accompagnarlo con attendibile naturalezza. Il ticchettare asimmetrico della batteria di Juhász conferma le direzionalità via via selezionate dal resto del gruppo, mentre le corde di István Tóth aggiungono chiaroscuri inattesi spesso sovrapponendosi al pianoforte e alle tastiere di Áron Tálas, ampliando lo spazio a disposizione, rendendo la musica meno formale e capace di espandersi oltre i margini del suo perimetro. La struttura dei brani evidenzia una densa progettualità ed un altrettanto spessore armonico evitando di sedurre l’ascoltatore con facili soluzioni, per cui l’accessibilità a questo album non è concessa sotto forma di semplificazione, ma come risultato di un equilibrio attentamente calibrato tra libertà individuale e disciplina collettiva, cioè tra peso dell’improvvisazione e scrittura. Quindi ciò che coinvolge l’ascoltatore è un’architettura complessa ma comprensibile, cerebrale eppure capace di momenti cantabili, persino accorati. Tra armonie articolate e melodie mai sacrificate, emergono momenti di canto sommesso, talvolta freddi e glaciali altre volte sorprendentemente accoglienti. In questa prospettiva, l’atto improvvisato non è celebrazione dell’ego, bensì accettazione del rischio. Significa cioè rinunciare alla correzione degli errori – come del resto faceva un pianista sui generis come Thelonious Monk che se li andava a cercare volontariamente per avere più stimoli di creazione estemporanea – per accedere a uno stato di coscienza musicale il più possibile autentico. Let It Go è un invito a fidarsi del flusso, ad accettare le decisioni prese nel momento in cui accadono e a riconoscere che, nella musica come nella vita, talora conviene lasciare che gli eventi anche casuali procedano per la loro strada.
La title track Let it Go è posta come brano iniziale dell’album. Il sax comincia da solo con pochi respiri di fraseggio e quando gli si affiancano batteria, tastiere e via via gli altri strumenti, prendiamo coscienza che il pezzo si sviluppa su un ritmo dispari di area latina. Ma non dobbiamo pensare a qualcosa di ballabile, in realtà la traccia si mantiene ambigua attraversata da inconsuete asimmetrie, sebbene le percussioni e il pianoforte brillante spingano verso l’ipotesi sudamericana. Il tema, manco a dirlo, è complesso, frastagliato e sembra riflettere il clima di caos premeditato che anima l’intera traccia. Se fino ad ora il gruppo di Bacsó ha, diciamo così, scherzato un poco, con Crossroads la faccenda rischia di complicarsi per l’ascoltatore poco attento. Il sax si distende in sonate lunghe sopra la cristalliera del pianoforte mentre la ritmica s’infila tra le melodie inizialmente contratte che poi in un secondo tempo si espandono prendendo sempre più spazio. Basso e batteria sostengono il tutto formando un classico piano-trio e solo a metà traccia ricompare il sax con le sue soffiate allungate e dilatate con fraseggi controllati che s’incrementano nella seconda parte del brano. Finale in assetto dialogico con il pianoforte.

Con Double Vision ci si assesta in un clima più morbido, con un inizio quasi lounge e le tastiere di sottofondo che si esprimono insieme ad una chitarra arpeggiante. La batteria ricama sul ritmo mentre il sax intona una melodia cantabile e ricca di fascino che ricalca un po’ un modello alla Wayne Shorter. Il momento legato all’improvvisazione si svolge in un sistema modale molto ordinato per poi assemblarsi in un caleidoscopio di idee tenute comunque sempre sotto controllo. Could Be Something Else è un brano enigmatico. Sembra nascere da un gorgo di suoni in cui si continuano ad alterare i rapporti gestaltiani tra figura e sfondo. Uno sperimentalismo collagistico? Il sax manovra libero in fase d’improvvisazione, la chitarra produce qualche suono di contorno ma dalla metà in poi il brano sembra raggiungere una certa linearità, anche attraverso un buon assolo di Tóth. Tutto sommato una macchina sonora perturbante, in piena sintonia con l’impostazione generale dell’album. Deep Blue origina in pieno clima shorteriano su una base armonica piuttosto leggibile, sempre con il sax di Bacsó in evidenza e i suoi fraseggi limpidi. Tutto sommato questo brano è tra i più facilmente fruibili tra tutti. Un assolo di piano elettrico spezza l’egemonia del sax che però dalla metà in poi si trova a galleggiare in un limbo all’insegna dell’improvvisazione, all’interno di una dimensione più intimista, pur sollecitato dai tempi nervosi della batteria. My Father Sent Me a Message prosegue sulla vena più raccolta del brano precedente ma la melodia impostata dal sax possiede una variabile con toni sentimentali. È il piano a raccogliere il boquet di profumi che si sprigionano dallo strumento di Bacsó mentre il collante musicale è costituito dal continuo arpeggiare di chitarra e tastiera. Da questo mazzo di fiori di campo emergono melodie dolci, mai melense, che tendono ad incrociarsi e sovrapporsi e a combinarsi coi silenzi. Oblique Words inizia con una nota ostinata di sax da cui si diparte un tema a progressione armonica discendente. Ancora quiete, ancora calcolati silenzi e poi il sax spicca il volo nei cieli dell’improvvisazione, con la chitarra che si fa largo tra gli accordi di piano elettrico e il ritmo combinato di batteria. La musica ha una robustezza intrinseca, un insieme di vibranti chiaroscuri che pulsano di melodie turgide. Soulbird è il brano più malinconico e più lineare dell’intero album, un valse triste dedicato alla memoria del contrabbassista Matyas Szandai. Si parlava, nella parte introduttiva, di canti accoglienti e accorati e non trovo parole migliori per sottolineare il clima di questo brano, almeno…fino a tre quarti della sua lunghezza. Ciò che sembra non solo un omaggio ad un musicista ma anche ad una forma musicale più tradizionale, subisce una sorta di scuotimento interiore dove l’anima dell’outsider riemerge con decisione, salvo poi ridimensionarsi e tornare alla melodia assorta dell’inizio. Smiling Moon è quasi spettrale nella sua atmosfera raccolta, shorteriana come in altri casi, con un piano elettrico che rende il contrasto tra chiarità lunare ed oscurità notturna. Anche questo è veramente un ottimo brano, magari meno personalizzato rispetto ai precedenti, ma che dimostra come Bacsó e sodali siano costantemente sul pezzo e capaci di muoversi all’occorrenza tra modernità e tradizione. Chiude Mandala dall’umore più sciolto dove partecipano tutti i musicisti, con una scorza ritmica come sempre ben gestita dal vulcanico batterista Juhász. Gli incroci tra piano elettrico, chitarra e sax funzionano come orologi svizzeri e l’assolo di Bacsó sfiora l’eccellenza esecutiva. Anche Tálas si fa notare per un misurato ed efficace intervento tra le righe.
Let It Go si colloca come un lavoro di buon spessore e coerenza interna che apre tra l’altro uno squarcio sullo stato delle cose del jazz ungherese di cui si sa generalmente poco. Kristóf Bacsó dimostra una piena consapevolezza dei propri mezzi e, soprattutto, dei propri limiti operativi, trasformando il rischio improvvisativo in metodo e la complessità in linguaggio funzionale poco ornamentale. L’album non chiede adesione emotiva immediata né indulge in soluzioni concilianti, proponendo piuttosto un ascolto vigile, in cui forma e contenuto procedono in equilibrio controllato. È un disco che non cerca di dire qualcosa al di fuori della musica stessa, ma che afferma, con lucidità quasi programmatica, come il jazz possa ancora essere uno spazio di pensiero, decisione e responsabilità estetica.
Tracklist:
01. Let It Go
02. Crossroads
03. Double Vision
04. Could Be Something Else
05. Deep Blue
06. My Father Sent Me a Message
07. Oblique Words
08. Soulbird
09. Smiling Moon
10. Mandala
Kristóf Bacsó: sax tenore, effetti
Áron Tálas: pianoforte, Fender Rhodes, tastiere
Márton Juhász: batteria
István Tóth: chitarra, contrabbasso
Photo 1 © Stepan Virag






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