R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Live at Thalia Hall fotografa un momento di transizione cruciale per i LA LOM, acronimo di Los Angeles League of Musicians. Si tratta infatti, per questa ispida band californiana, del passaggio avvenuto alla velocità della luce dai piccoli locali e dalle feste di quartiere di Los Angeles per arrivare ai teatri sold-out, come appunto il Thalia Hall di Chicago, dove questo concerto è stato registrato nel marzo 2024. L’album interamente pregno di danze e ritmi latini, segue il lavoro d’esordio pubblicato nello stesso anno e si avvale di un suono plastico che procede per rotte derivative, unendo twang-rock e la cumbia, il bolero e vari generi centro e sudamericani in una miscela oltremodo coinvolgente. Per il trio losangelino tutto ciò equivale a una fase di consolidamento identitario, con l’avallo progettuale della loro sintesi di influenze latinoamericane (Colombia, Perù, Messico), soul statunitense e chitarre californiane. Questo insieme si presenta sotto una forma tutto sommato sufficientemente sobria, funzionale, orientata alla performance dal vivo.

Il concerto di Chicago, nonostante sia avvenuto circa otto mesi prima della rielezione di Trump alla presidenza USA, sembra oggi possedere quasi il carattere di un elzeviro, non raccontando soltanto un evento concreto di per sé ma facendo metaforicamente il punto sul senso comunitario di questo rito collettivo, prima della lotta feroce che avverrà, di lì a poco, contro l’immigrazione e in qualche modo contro una realtà americana non conforme alla politica governativa. Se da un lato il megafono MAGA tende oggi a promuovere una separazione tra le identità sociali, dall’altro lato questa partecipazione di pubblico che avvolge il trio LA LOM sembra quasi remare in senso contrario, non smettendo di farci sperare in una futura, maggior integrazione culturale sul suolo americano e non solo. Una dichiarazione del giugno 2025 sulla pagina Facebook del gruppo afferma comunque che “ …la musica che suoniamo è stata molto influenzata dagli immigrati che son venuti qui e hanno contribuito alla cultura della città… Sappiamo che gli abitanti di Los Angeles si terranno sotto controllo l’un l’altro e speriamo che tutti siano al sicuro...”. Il progetto può essere più pragmaticamente interpretato come una sorta di regalo tradizionale da parte di una band che padroneggia i codici della musica da ballo latina e li ripropone in una veste contemporanea, incentrata sulla chitarra, oscillando continuamente tra filologia e aggiornamento stilistico. La musica avanza per cicli brevi, mentre il trio rilegge ogni influenza acquisita attraverso una sintassi immediata, dove la ripetizione di pattern su cicli di 2/4 ospita i frequenti tresilli – una terzina di accenti nel tempo occupato normalmente da due note – diventando linguaggio espressivo e non solo formula metrica. Gli assoli, brevi e motivati, rifuggono il virtuosismo, ma c’è da sottolineare come la chitarra di Zac Sokolow sia nel contempo la voce solista e la regia timbrica, quel motore melodico che passa attraverso numerosi registri e figure altrettanto dinamiche, lavorando spesso per ostinati e fratture sincopate. Il basso sia elettrico che acustico di Jake Faulkner è terra e radice, scandendo il tempo con solidità puntuale. La batteria di Nicholas Baker, a volte suonata asimmetricamente con una bacchetta da un lato e la mano nuda nell’altro, cuce il tempo con colpi asciutti e articola sapientemente l’indispensabile supporto ritmico. Tutto sembra semplice, ma dietro l’apparente chiarezza la band cerca di evitare il rischio dell’eccesso didascalico, grazie a un equilibrio costante tra attenta sommazione ed un’altrettanta accurata sottrazione. La musica si svolge così in un continuo dualismo tra danza e ascolto, tradizione e attualità, disciplina e improvvisazione. I quadri ben delineati, mai sovraccarichi, privilegiano il vitalismo ritmico rispetto ad una narrazione melodica estesa. Anche se il concerto quindi si rivolge soprattutto alla fisicità del ballo, non rinuncia al colloquio più intimo a distanza con le persone, evocando sensazioni di eccitazione e felicità. Inoltre la sala – pubblico e architettura del teatro, dove i LA LOM suonano su di un palco rotondo al centro della hall – compie il proprio lavoro di partecipazione collettiva, facendo sì che l’energia delle persone – e questo è chiaramente avvertibile – diventi parte integrante del risultato finale.

Si comincia con Alacràn, uno tra gli undici brani dell’album scritto dal trio. Gran parte della musica d’ispirazione ispanico-latina si suona spesso su tessiture modali, senza cambi di tonalità e questo pezzo, rispecchiando la tradizione, si sviluppa in modo tale da allungarsi sugli accordi dilatando gli assoli e le melodie senza l’affanno di obbligati salti armonici. Con i rinforzi vocali da parte del pubblico e il palco circolare che sembra un’arena, la band resta esposta a 360° al contatto con le persone per cui l’energia che si rimpalla tra i musicisti e gli spettatori è realmente tangibile. Sale la temperatura con Figueroa, che proviene dal loro primo album in studio. Si alza anche l’attenzione per la cumbia, che è una danza popolare la cui origine risale all’Africa del periodo schiavista e alle colonie sudamericane di deportati in Colombia, Perù, Argentina e Cile. È sempre la chitarra distorta di Sokolow che determina le gerarchie strumentali e dobbiamo rimarcare la sua bravura nell’alternare gli accordi con i passaggi solisti, mantenendo stretti i legami tra i cambiamenti armonici.

Los Sabanales è una composizione del fisarmonicista colombiano Calixto Ochoa pubblicata nel 1995 all’interno dell’album Del Majagual a Mexico ed eseguita dal gruppo da lui fondato, Los Corraleros de Majagual. È uno tra i brani migliori dell’album, vuoi per la composita struttura ritmica trascinante – ci sono slittamenti percussivi e maliziosi cambi di ritmo – e anche per l’ottimo lavoro del chitarrista che dilata le battute contando sull’accoppiata basso e batteria alle sue spalle. Questa relazione è gestita soprattutto da Baker che mescola sapientemente e con elevato spessore tecnico percussioni latine con le sonorità proprie della batteria insistendo particolarmente sui piatti – e non ci sono sovraincisioni!! È la volta poi di un medley di tre composizioni di altrettanti autori diversi. El Paso del Gigante del messicano Alberto “Beto” Tlahuetl, La Danza de Los Mirlos del chitarrista peruviano Gilberto Reategui e Cumbia Sampuesana, del fisarmonicista colombiano Josè Joaquin Bettin Martinez. La chitarra di Sokolov trascorre da toni drammaticamente distorti ad assoli pentatonici di stampo blues. I continui riff vengono spesso riproposti secondo formule ripetibili, sconfinando in una psichedelia gentile, forse ricordo degli antichi splendori musicali californiani degli anni ’60 e ’70. Le musiche hanno andamenti circolari, spiraliformi, muovendosi tra folk e improvvisazione rock con disinibita noncuranza nei riguardi di certa ortodossia latino-americana. Ma il brano che segue, Lucia, è probabilmente il più frizzante della raccolta ed è una composizione propria del trio, dove si ascolta un basso guizzante, corposo in lieve anticipo sul battito in levare del batterista. La melodia si riveste un po’ di sana frivolezza e saltella tra i cambi di accordi, recuperando un accompagnamento del tutto tonale, in controtendenza rispetto ad altri pezzi di questo album. Angel’s Point proviene dal primo album dei LA LOM ma in questo caso non c’è la possibilità delle sovraincisioni presenti nel lavoro d’esordio. Nonostante tutto sono assenti grosse varianti, il brano si dondola inizialmente tra due accordi, uno in maggiore ed un secondo in minore, distanziati da un tono. San Fernando Rose era anch’essa presente nel primo album del trio come loro composizione. Il brano diventa il posto ideale del twang chitarristico in una traccia che rimanda ad un ibrido tra contemplazione dei cieli californiani e nostalgiche serate a base di Chicha e Margarita. Juana la Cubana è un brano del compositore messicano Rodolfo “Fito” Olivares che risale al 1986. Un invito a nozze per le capacità improvvisative di Sokolow che dopo l’esposizione dei temi comincia a divertirsi a metà brano con dei brevi passaggi solistici, in realtà dei riff non molto originali ma potentemente efficaci, vista la risposta del pubblico. Finale intensamente contratto con un accenno di canto. Llorar è opera del messicano Angel Ramos e il cuore batte in piena danza cumbia. Nel video relativo si vedono ragazze che salgono sul palco a ballare, la chitarra aumenta l’intensità della distorsione tra gli stacchi ritmici e le percussioni tiasiche dell’ottimo Baker, l’autentico colore aggiunto di queste musiche. Con Ooo Baby Baby si comprende da subito come il clima sia modificato. Dalle danze latine si devia verso i balli da mattonella, tipici di certe melodie soul. Questo brano è infatti firmato Smokey Robinson ed è datato 1965, quando divenne un hit singolo per il suo gruppo The Miracles della leggendaria etichetta Tamla Motown. L’atteggiamento della band è rispettoso tendente all’illanguidimento. Si chiude tra fuoco e fiamme con El Cascabel, brano di Lorenzo Barcelata, un tipico huapango tradizionale messicano, cioè un insieme di stili fortemente influenzato dalle danze spagnole come il fandango ed il flamenco. E in effetti si ascolta il basso che s’impegna a metà brano in un classico passaggio della stessa musica flamenca.

Non si chieda ai LA LOM di essere interpreti nostalgici né tanto meno di diventare, come californiani, manifesto d’una latinità che li circonda ma che non appartiene alla loro genetica. Il gruppo funziona piuttosto come un esercizio di pragmatismo musicale, una pratica collettiva in cui la tradizione viene utilizzata più che celebrata, e il groove diventa un fatto evidentemente più operativo che non ideologico. I LA LOM non sembrano interessati a risolvere le tensioni che attraversano il loro linguaggio. Preferiscono piuttosto abitarle, lasciarle lavorare nel tempo reale della performance. È una musica che non promette rivelazioni, ma continuità, un sistema che regge perché comprende quando non eccedere e quando sottrarsi al desiderio di superare un limite che confonderebbe la propria identità. Ed è forse giusto in questa etica della funzionalità — più che dell’estetica — che risiede la sua forza.

Tracklist:
01. Alacrán
02. Figueroa
03. Los Sabanales
04. El Paso Del Gigante / La Danza De Los Mirlos / Cumbia Sampuesana
05. Lucia
06. Angels Point
07. San Fernando Rose
08. Juana La Cubana
09. Llorar
10. Ooo Baby Baby
11 El Cascabel

 

 

 

 


 

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