R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Mi sono chiesto in più occasioni quale sia il pubblico che segue Little North e ciò che viene abitualmente chiamato jazz nordico. Se cioè il jazzofilo-tipo – chissà se poi veramente esistesia attratto da una musica come questa, oppure ne venga in qualche modo respinto, alla ricerca di ritmi e tempi di ben altro tenore. Ma il discorso, ormai annoso, ruota sempre attorno al medesimo concetto. Non c’è più il jazz di una volta, mi verrebbe da parafrasare con una punta d’ironia. Al suo posto c’è qualcosa di nuovo e diverso, stimoli che provengono da ambienti tradizionalmente poco affini al jazz ma che ora mandano interessanti segnali da decriptare e da godere per quello che sono, senza necessariamente porsi altre domande. Del resto c’è da prender atto come i Little North formino un gruppo che certo non cessa di stupire. Con una media di recenti pubblicazioni a cadenza annuale, si è arrivati oggi al loro sesto album, dopo un esordio avvenuto nel 2016, quattro dischi per la April e adesso la prima volta per l’ACT di Siegfried Loch con While You Wait. Tre ragazzi danesi sulla trentina che in occasione di questa ultima pubblicazione vengono accompagnati da un trombettista norvegese, Oscar Andreas Haug, il cui strumento sposta il baricentro del trio verso una momentanea, vellutata revisione degli equilibri interni. Off Topic si è già occupata in passato di questo gruppo e per le informazioni di base vi rimandiamo qui e qui.

Non è cambiato drasticamente nulla per quello che riguarda la qualità musicale complessiva, le dinamiche son sempre contenute, il rapporto tra note e silenzi spesso pende a favore di questi ultimi e si sottolinea la costante, notevole ampiezza dello spettro espressivo. Semmai, com’è lecito aspettarsi, il ruolo a volte trainante della tromba sottrae parte dell’attenzione rivolta al pianoforte che in questa forma modificata a quartetto si trova, diversamente che in passato, spesso nel ruolo di strumento d’accompagnamento. Per il resto, Little North continua a lavorare con le ombre, gli intervalli e le melodie che riecheggiano ricordi di canti tradizionali e tematiche di provenienza classica europea. L’impressione, però, è che vi sia stata un’ulteriore retrazione emotiva, un’accentuata introversione dovuta ad una maggior temperie malinconica che abbia spinto i componenti della band ancora più in profondità dentro le proprie meditazioni. Il risultato ottenuto è comunque totalmente acustico, in quanto non mi pare di aver colto alcun intervento elettronico o comunque effettistico di contorno. Benjamin Norholm Jacobsen è sempre al pianoforte, così pure ai loro rispettivi strumenti ritroviamo Martin Brumbjerg Rasmussen al contrabbasso e Lasse Jacobsen alla batteria. Per quello che riguarda il ruolo del trombettista aggiunto Andreas Haug, si avverte l’influenza di quel musicista suo conterraneo – sto parlando di Arve Henriksen –  che sta tracciando un nuovo stile di soffio sospirato diffuso ormai non solo nel nord Europa. C’è da dire che Haug non esagera nell’applicazione di questa tecnica strumentale e non fa a spallate con gli altri elementi del gruppo, inserendosi strategicamente e in modo naturale nella comprovata eleganza stilistica del trio danese.

Primo brano della sequenza è Le Guin, forse dedicato all’omonima scrittrice statunitense di fantascienza e fantasy. Si parte con un deciso ma morbido squillo di tromba di Haug, un poco davisiano, a dir la verità. Dopodiché si crea un ritmo moderatamente lento, introdotto da uno stacco di batteria, su cui inizialmente si sfrutta un passaggio di pianoforte costituito da due accordi distanziati da una seconda maggiore. All’interno di questa traccia e nello sviluppo successivo s’accomoda la tromba in un piacevole momento di malinconica leggerezza. Circa a metà brano il gioco s’interrompe, simulandone quasi l’arresto. In realtà c’è una variazione operata dal piano che sembra modificare radicalmente la traiettoria emotiva della musica. Non sarà proprio così perché attraverso una serie di modulazioni armoniche si arriva all’assolo di Jacobsen, molto jazzato ma che si mantiene in un’oasi di tranquillità, fino a quando il brano pare arrestarsi di nuovo del tutto. Ma anche qui il finale è rimandato, con la tromba che arieggia con note prolungate e riverberanti e sarà Haug a spingere così il brano verso l’effettiva conclusione. Un exploit controllato del batterista – l’altro Jacobsen – innesca il secondo brano, Third Eye. La traccia risulta un po’ anomala, rispetto al contesto generale dell’album, pregna di umori riconducibile ad un jazz in linea con gli standard più diffusi e tradizionali. Il tema, impostato dalla tromba su una progressione discendente di accordi che tende a reiterarsi, viene rimpolpato dal bell’assolo di piano, veramente ben suonato, che si riallaccia poi all’improvvisazione del trombettista. Ottimo il drumming del batterista che dimostra la sua verve espressiva, oltre che tecnica. Colors si cala in pieno nell’ambito atmosferico prediletto dai Little North, con un brano decisamente tra i migliori dell’album. L’introduzione pianistica è notevole, quasi chopeniana, con una traccia melodica che viene ripresa dalla tromba di Haug, vibrante d’irradiazione e di luccicanze emotive. Anche quando il tema si esaurisce e il trombettista attacca con l’improvvisazione, il clima segnato da una calda e nostalgica tenerezza si conserva gelosamente tra le maglie del gruppo. Devo dire che la mia stima verso l’artista norvegese sale di punteggio dopo questa parentesi, ma non dimentichiamo che tutto questo avviene grazie all’ottimo livello compositivo del brano. Il finale è magistrale, con la ripresa del tema molto, molto romantico…

Arriva poi la title-track While You Wait. La tromba diventa quasi un pensiero metafisico, ridotta a poco più di un respiro e accompagnata dal contrabbasso rampicante di Rasmussen. A dire il vero la melodia ha qualcosa che mi ricorda il tema di Alfie di Bacharach, sarà forse per l’insistenza con cui viene proposto quello strategico intervallo di quinta giusta così caratteristico nel pezzo dell’autore americano. Dopo il primo minuto il brano si asciuga in un duetto tra contrabbasso e batteria, prima che si affacci il pianoforte con qualche rado accordo e di nuovo la tromba che più minimale non si potrebbe. Tuttavia la musica scorre ugualmente pur così contratta da stringere il cuore, in una vertigine nebbiosa che ne sottolinea la tristezza palpabile. Il finale si stempera leggermente, acquisendo un po’ più di levità. Little One resta nel clima abbondantemente ascrivibile a questo quartetto, con un incipit autunnale, in verità vagamente funereo che successivamente si distende – o tenta di farlo – con la suadenza della tromba e una ritmica estremamente raccolta su cui si sovrappongono poche note di piano. Un assolo di contrabbasso sottolinea la dimensione musicale prescelta, sempre volutamente poco spettacolare, così intima che quasi l’ascolto potrebbe sembrare addirittura intrusivo. Però i temi sono sempre belli, melodici allo sfinimento ma svolti in una beatitudine creativa che ha pochi uguali nel jazz che viene dal freddo. Steinar si discosta dal crepuscolarismo precedente decollando su un arpeggio di piano e su un tema che cerca approdi più chiari ma la ritmica resta ancorata al silenzio di fondo, accontentandosi di qualche transitorio spazio più luminoso. La tromba volteggia con garbo e il piano si allarga in uno dei suoi assoli migliori. La costruzione del brano è più complessa e cerca di svincolarsi dai melodismi immediati che spesso si riscontrano in questo album. La narrazione però sembra incespicare in qualche punto e farsi a tratti meno scorrevole. Terrible Seeds espone la band ad una strada più ergotropa, cercando di liberare i ritmi – che cambiano spesso – e di realizzare una maggior unità e più incremento dinamico tra gli elementi del trio, mentre Haug increspa e strapazza la sua tromba come mai aveva fatto in precedenza. Embrace è poco più che un’evanescenza lunare con un incipit classicheggiante di piano in cui però Jacobsen prova ad infilare qualche dissonanza. La tromba sospira, sbuffa, fischia in sottofondo, mentre contrabbasso e batteria trovano qualche minimo pertugio in cui accennare i loro suoni. Si chiude così l’album, con questo pianismo asciutto ed un quadro finale dipinto a tinte piuttosto fredde.

Little North, in questo album, racconta come ci si senta a stare in mezzo tra la gravitazione terrestre e il desiderio di aria e cielo. La malcelata tristezza di fondo che traspare da questa musica è la proiezione di una spinta all’elevazione spirituale che il gruppo cerca di risolvere puntando almeno sull’equidistanza tra Alto e Basso, tra visceralità e una certa forma di ascetismo musicale. Il loro incedere lento controbilancia i radi momenti centrifughi, le seducenti melodie dal sapore romantico non descrivono anime corrucciate in cerca d’amore ma percorsi interiorizzati, in lotta costante con il buio per cercare più luce possibile.

Tracklist:
01. Le guin
02. Third eye
03. Colors
04. While you wait
05. Little one
06. Steinar
07. Terrible seeds
08. Embrace

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