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MUSICA

Samuele Strufaldi, Tommaso Rosati – Profondo (Auand, 2020)

R E C E N S I O N E


Recensione di Mario Grella

Il tema del viaggio è certamente uno dei più utilizzati dalla musica di tutte le epoche, di tutte le latitudini e di tutti i generi. Spesso però il problema non è tanto il tema o la destinazione, ma il modo di trattarlo. Quello del compositore e pianista Samuele Strufaldi con Tommaso Rosati all’elettronica, è un viaggio nell’abisso. Devo ammettere che, per chi come me si impigrisce anche solo ad andare alla spiaggia, un viaggio negli abissi sarebbe non solo scarsamente desiderabile, ma del tutto inimmaginabile. Ma è per questo che ci sono gli artisti. E così sprofondato nel mio divano Frau, mi preparo all’immersione.

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Benjamin Biolay – Grand Prix (Polydor / Universal, 2020)

R E C E N S I O N E


Articolo di Antonio Sebastianelli

«La route, c’est aussi mon métier. »
B. Biolay

Un disco per l’estate. Non suoni irrispettoso verso il grande chansonnier francese, ma è di questo che andremo a parlare. Biolay, titolare di un numero considerevole di album e di almeno un paio di capolavori, confeziona il disco pop perfetto con questo Grand Prix.

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Roots Magic – Take Root Among the Stars (Clean Feed Records, 2020)

R E C E N S I O N E


Recensione di Mario Grella

In Frankiphone Blues di Phil Cohran, pezzo che apre questo gustoso lavoro, dal titolo Take Root Among the Stars prodotto da Roots Magic, si può ben dire che “in nuce” siano già presenti tutti gli stilemi del disco. Un groove “di spessore”, con una vena di forte spiritualità che pesca direttamente nella tradizione “afro”, ma anche nelle vibrazioni del blues. Del resto che le “radici” siano nelle stelle è un pensiero intimamente blues, oltre che una allusione metaforica piuttosto evidente. In realtà il titolo all’album è mutuato dalle parole di Octavia Butler, scrittrice americana e inventrice, se così si può dire, della “fantascienza malinconica”.

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Run The Jewels – RTJ4 (Jewel Runners/BMG, 2020)

R E C E N S I O N E


Articolo di Cristiano Carenzi

L’attesa per il quarto capitolo del duo americano è stata più ampia del solito, quattro anni dall’ultimo disco, eppure dopo averlo ascoltato possiamo affermare tranquillamente che non sia stato un problema. Ci sono tantissime cose che si possono dire su questo album ma la prima che va sottolineata è sicuramente che è uscito nel momento giusto. Certamente il più politico tra tutti i loro album esce in un momento in cui le manifestazioni invadono le strade degli Stati Uniti (non dico altro perché immagino che già tutti siano informati). Evidentemente c’è dietro un lavoro di anni, non è stato certo scritto guardando ciò che accade in questi giorni, però accompagna la realtà perfettamente anche se, per capirlo a pieno, soprattutto per chi non mastica perfettamente la lingua come me, ci vorrà ancora un po’ di tempo.

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Marina Rei – Per essere felici (Perenne / Believe, 2020)

R E C E N S I O N E


Articolo di Elena Di Tommaso

Essenziale (agg. m.s.) relativo all’essenza, sostanziale, fondamentale; est. che comprende solo ciò che è più importante e indispensabile.
È questo il primo aggettivo che raggiunge la mente nel tentativo di descrivere l’ultimo intenso lavoro di Marina Rei che prosegue instancabile un percorso in continua evoluzione e torna con un nuovo album di inediti dopo 6 anni dal precedente Pareidolia e dopo 25 dall’uscita del suo primo album in italiano.
Per essere felici è un disco molto personale che è stato registrato quasi interamente a casa dell’autrice capitolina, caratterizzato da una produzione pulita e tutto concentrato sulla scrittura, per soddisfare quell’esigenza di raccontarsi in maniera totalmente trasparente e sincera, senza giri di parole o sotterfugi.
Durante l’ascolto ciò che si para davanti agli occhi, anche se chiusi, è una carrellata di intime immagini che scorrono seguendo il personale fermento musicale dell’artista. Quest’ultimo è del tutto scevro da paletti che dettano confini e caratterizzato da quella autentica libertà di chi sceglie per sé, con la consapevolezza del proprio volere e con la maturità di chi sa assumersi i rischi attraversando strade inconsuete e poco battute, con la schiettezza e la trasparenza di chi non ha paura di raccontare sé stessa guardandosi da diverse angolazioni.

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Sonia Schiavone – Come – Eden! (Da Vinci Jazz, 2020)

R E C E N S I O N E


Recensione di Mario Grella

Pensavo di aver messo per errore sul vassoio de lettore del cd, Meredith Monk, poi invece mi sono accorto che forse era Suzanne Vega… E invece non erano né l’una né l’altra, era la bellissima voce di Sonia Schiavone. Basta ascoltare la intrigante versione di My favorite Things perché il pensiero corra immediatamente, non solo alla sperimentazione o alla introspezione, ma anche alla favolosa melodia di Richard Rodgers (con le rassicuranti e consolatorie parole di Oscar Hammerstein), ma anche alla indimenticabile voce di Julie Andrews (colonna sonora del film “Tutti insieme appassionatamente”). Sarebbe sufficiente questo scintillante inizio per capire che Come – Eden!, uscito a giugno per l’etichetta giapponese Da Vinci Jazz (giapponese, avete letto bene), non è un lavoro che possa passare inosservato.

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Mattia Prevosti – Le Gabbie dei Tori (Autoprodotto, 2020)

R E C E N S I O N E


Articolo di Cinzia D’Agostino

Giorgio Canali si sa, ha un fiuto perfetto quando si tratta di lanciare musicisti particolarmente dotati, ha occhio lungo e straordinario orecchio se pensiamo a nomi come i Verdena o Le Luci della Centrale Elettrica da lui prodotti. Ed anche stavolta il vecchio “immortale”, come lui stesso ama definirsi, non è stato da meno in quanto a valutazione.
Mattia Prevosti, è un giovane musicista di Varese che, dopo esperienze in gruppi locali, inizia a scrivere le sue canzoni e ad apprezzare sempre più la musica indipendente italiana finché una sera nel 2010, durante un concerto di Giorgio, prende la sua chitarra e sale sul palco improvvisandosi a suonare con lui. Da qui nasce un bel legame e spesso Mattia apre le esibizioni dei Rossofuoco eseguendo un paio di suoi pezzi.

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La musica, “Album” e il lockdown: l’intervista al cantante Bombay

I N T E R V I S T A


Articolo di Iolanda Raffaele

Molti nella scelta del nome d’arte si rifanno a città, personaggi ed altro, il tuo da dove deriva?
Ciao a tutte e tutti. Il mio nome d’arte viene dalla città, ma anche dal fast food indiano dove andavo a mangiare quando abitavo nella vecchia casa e dal gin Bombay Sapphire; qualche anno fa il mio cocktail preferito era il gin tonic e lo chiedevo sempre col Bombay, tanto che alla fine ho scelto di chiamarmi così. E poi Bombay suona bene!

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Structure – Mindscore (Autoprodotto, 2020)

R E C E N S I O N E


Articolo di Claudia Losini

Stefano Giovannardi, già autore di numerosi progetti di cui vi abbiamo parlato in precedenza (due, Alex Cremonesi, Cesare Malfatti), stavolta propone un disco totalmente autoprodotto, sotto lo pseudonimo di Structure: sua la musica, i testi, le voci, gli strumenti e il mix.

Ph Giovanni Salinardi

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