L I V E – R E P O R T


Articolo e immagini sonore di Daniela Pontello

I Savana Funk arrivano senza proclami, come fanno sempre: tre figure che si muovono con naturalezza, quasi in punta di piedi, prima di scatenare un’onda sonora che travolge tutto. Aldo Betto (chitarra), Blake Franchetto (basso) e Youssef Ait Bouazza (batteria) confermano ciò che le recensioni degli ultimi tour hanno già raccontato: sono una macchina da groove, ma soprattutto un organismo vivente, capace di respirare insieme e di trascinare chi ascolta in un flusso continuo. La loro miscela – funk, blues, desert blues, afrobeat, psichedelia, rock – non è mai un collage, ma un’unica corrente che cambia temperatura, densità, colore.

Come spesso accade, aprono con un’introduzione rarefatta: vocalizzi, suoni minimali, un’atmosfera sospesa. Poi, all’improvviso, la chitarra di Betto si accende con un fraseggio che ricorda Santana, e il concerto prende forma. Da lì in avanti non c’è più tregua. Ait Bouazza è semplicemente devastante. Il suo assolo – un marchio di fabbrica –strappa applausi interminabili. La scaletta dei Savana Funk cambia spesso: il trio lascia ampio spazio all’improvvisazione e alla costruzione del flusso energetico con il pubblico. È un mix perfetto tra i classici che ormai cantiamo con gli strumenti e i pezzi più recenti che spingono sull’elettronica analogica. Molto uso di wah-wah controllato con una precisione millimetrica e un delay analogico che crea quei tappeti spaziali durante i momenti più dilatati. C’è dentro tutto: il Maghreb, il Mediterraneo, l’Africa occidentale, il blues americano, la psichedelia anni ’70, il rock più ruvido. Eppure, è un’unica direzione. È la loro forza, e dal vivo si sente ancora di più.

I Savana Funk hanno una regola non scritta: se il pubblico risponde, loro allungano i brani. Se il pubblico urla, li trasformano in jam. Se il pubblico balla, li portano fino alla trance. Durante i live, i tre musicisti si avvicinano al centro del palco e formano un piccolo triangolo. È il loro modo di “parlare” senza parole: lì decidono se cambiare brano, allungare un assolo, o buttarsi in una jam improvvisata. Una jam finale può durare anche 10–15 minuti. Parliamo dell’ultimo nato: Behind The Eyes, uscito lo scorso 20 febbraio. L’album è un lavoro di rottura, prodotto da Tommaso Colliva (già dietro a Calibro 35 e Muse), e si sente. Hanno abbandonato la zona di comfort per esplorare territori più oscuri e, sorpresa delle sorprese, hanno introdotto il cantato. La grande novità è stata proprio sentire Youssef Ait Bouazza cantare.

Hanno aperto con Metta, la prima traccia del nuovo album, e il messaggio è chiaro: “Dimenticate i Savana di ieri, questi sono i nuovi“. Behind The Eyes non è solo un nuovo disco, ma un nuovo modo di stare sul palco. Il suono è meno “solare” e spensierato rispetto a un anno fa. C’è più profondità, più mistero. Dal vivo i ragazzi creano un contrasto meraviglioso tra la precisione del nuovo album e l’anarchia della jam. Quest’anno i Savana Funk non hanno avuto paura del silenzio o delle note lunghe, usandole per costruire una tensione cinematografica prima di esplodere nel funk più viscerale e liberatorio…

Setlist:
Metta
Bolodelic
Il ghepardo
Heron
Ah, Folie
Baboon
Ou tu vas
Behind the eyes
Lfen
Il porto delle scimmie
Savana sun
Fuga da Gorèe
Lipari
Tindouf
Zahra
Ghibli

Immagini sonore © Daniela Pontello

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