R E C E N S I O N E
Recensione di Mimmo Stolfi
Quando Jean-Baptiste Rousseaux entra nel registro medio della tromba, lasciando che una nota si allunghi appena oltre il necessario prima che il contrabbasso di Konrad Waldert ne raccolga l’eco, si comprende immediatamente quale sia la materia di Kaveriot Korridor. Non il virtuosismo, benché non manchi. E neanche la qualità compositiva, pur evidente. Piuttosto una ricerca di equilibrio fra linee indipendenti, fra suoni che si sfiorano senza sovrapporsi mai del tutto.
Il primo album del trombettista francese nasce da un organico che potrebbe apparire austero: tromba, contrabbasso e batteria, con la chitarra di Alex Goodman ospite in due episodi. In realtà questa apparente nudità diventa una risorsa. L’assenza di uno strumento armonico stabile apre continuamente il campo all’immaginazione dell’ascoltatore. Le note del contrabbasso non definiscono soltanto il fondamento ritmico; spesso suggeriscono direzioni armoniche che la tromba accoglie, devia o contraddice. Attorno a loro, Gianbattista Di Genio costruisce un tessuto mobile, ricco di sfumature, fatto più di colore e respirazione che di semplice scansione metrica.

Ciò che colpisce fin dalle prime battute è il suono di Rousseaux. La sua tromba evita sia l’asprezza aggressiva che una certa levigatezza estetizzante molto diffusa nel jazz europeo contemporaneo. Il timbro conserva una lieve granulosità, una qualità quasi vocale che emerge soprattutto nelle ballad. Le frasi non vengono scolpite per impressionare; sembrano piuttosto cercare il proprio percorso mentre si sviluppano, lasciando spazio a esitazioni, aperture improvvise e cambi di prospettiva.
Airegin offre un esempio significativo di questo approccio. Della composizione di Sonny Rollins resta qualche traccia riconoscibile, ma ciò che interessa Rousseaux è il potenziale trasformativo del materiale originario. La tromba espone frammenti che il contrabbasso raccoglie e rilancia in un continuo gioco di specchi. Più che il consueto schema tema-assoli-tema, emerge una costruzione collettiva nella quale le voci mantengono costantemente un ruolo attivo. Anche durante le improvvisazioni il dialogo non si interrompe mai.
Ancora più rivelatori appaiono i brani originali. In Sileok la tensione nasce da un movimento trascinante. Il contrabbasso procede per figure ostinate e leggere variazioni, mentre la tromba disegna un’accattivante melodia che sembra affacciarsi e ritirarsi continuamente dalla superficie del brano. Di Genio interviene con tocchi asciutti sui piatti, piccole ombreggiature ritmiche che ampliano lo spazio senza riempirlo. L’effetto è quello di un paesaggio osservato in condizioni di luce mutevole.
Kaveriot Korridor, che dà il titolo all’album, condensa in pochi minuti gran parte dell’estetica del trio. Le linee procedono parallele per un tratto, poi si intersecano, si allontanano, ritrovando alla fine un punto d’incontro. La scrittura rivela una notevole attenzione alla forma e al gusto melodico, ma l’ascoltatore percepisce soprattutto la naturalezza del fluire musicale. Fra i momenti più riusciti spicca Duo Grave alla Rava. Qui la presenza della chitarra di Alex Goodman introduce una nuova profondità timbrica. Le corde disegnano un’atmosfera sospesa, quasi crepuscolare, sulla quale la tromba sviluppa un canto misurato e intenso. L’omaggio a Enrico Rava si coglie nella centralità della melodia e nella fiducia accordata al silenzio, più che in qualsiasi richiamo stilistico diretto. Alcune note sembrano restare sospese nell’aria anche dopo la loro estinzione fisica, sostenute dalla trama discreta del trio.
L’intero disco è attraversato da una chiara qualità narrativa. Brani come Là où les toits sont bleus o il movimentato e cangiante Emmêlées Ancolies (impreziositi da due brillanti assoli del leader e di Goodman) non sembrano costruiti attorno a un’idea da sviluppare, quanto piuttosto a un’immagine da esplorare lentamente. La scrittura possiede una dimensione quasi letteraria che trova un’ulteriore conferma nell’interludio dedicato ad Apollinaire. Nulla viene forzato verso il climax. Ogni episodio cerca il proprio tempo interno. La breve rilettura conclusiva dello standard Goodbye di Gordon Jenkins chiude il percorso con una delicatezza disarmante creata da due linee di tromba in contrappunto, entrambe liriche ed evocative. Dopo aver attraversato composizioni dense di dettagli e intrecci sottili, Rousseaux sceglie qui la via della sottrazione. Le ultime note di Goodbye si allontanano senza fretta, lasciando dietro di sé una sensazione di spazio ancora abitabile. Più che un punto d’arrivo, questo corridoio sembra l’ingresso a stanze che Jean-Baptiste Rousseaux deve ancora esplorare.
Tracklist:
01. Intro (2:00)
02. Airegin (7:37)
03. Degab (4:00)
04. Kaviet Korridor (3:34)
05. Interlude – Clotilde (0:54)
06. Lyre Koliocienne (4:45)
07. Sileok (6:40)
08. Là où les toits sont bleus (6:41)
09. Emmêlées Ancolies (9:13)
10. Duo Grave alla Rava (9:13)
11. Outro (Goodbye) (2:24)
Jean-Baptiste Rousseaux: tromba
Konrad Waldert: contrabbasso
Gianbattista Di Genio: batteria
Alex Goodman: chitarra (tracce 9 & 10)






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