I N T E R V I S T A


Articolo di Alessandro Tacconi

In occasione del nuovo Master di Regia Teatrale condotto da Giovanni Moleri presso la sede del Teatro dell’Aleph ad Arcore è stato analizzato lo spettacolo interpretato da Elena Mangola Giovanna e le sue voci, dedicato alla pulzella d’Orleans Giovanna D’Arco. Si tratterebbe di un monologo se non fosse che i monologhi di solito poggiano unicamente sul testo. Al Teatro dell’Aleph i “monologhi” sono decisamente differenti. L’attrice muove pesanti botti, sale scale, dà l’assalto ai nemici incitando i propri concittadini, viene fatta prigioniera, “sente le voci”, viene immolata sul rogo… e ovviamente recita anche il testo.

Ogni accademia di Master di Regia Teatrale inizia con la visione dello spettacolo, tratto dall’ampio repertorio della compagnia, dopodiché il regista e direttore artistico Giovanni Moleri analizza e sviscera alcuni aspetti salienti della messa in scena. Alla fine delle due giornate i partecipanti al corso visionano nuovamente lo spettacolo alla luce di tutto quanto è stato detto e spiegato.

L’attrice resta a disposizione del regista durante le spiegazioni, per rimettere in scena questo o quel passaggio, che sono stati appena analizzati. Durante la sessione, in una pausa dai lavori, abbiamo intervistato Elena Mangola (pronuncia: Mangòla).

Come è stato lavorare sul personaggio di Giovanna D’arco: una donna complessa dalla vita decisamente avventurosa e drammatica, terminata tragicamente. Quale è stato il tuo apporto alla costruzione del personaggio.
Giovanna e le sue voci è uno spettacolo nato nel 2009-2010. È stato il primo spettacolo da protagonista, costruito dalla A alla Z sotto la guida di Giovanni Moleri. Avevo già preso parte allo spettacolo La Nave del ritorno che tratta il tema drammatico delle foibe, ma in quel caso subentravo al lavoro già fatto da un’altra attrice. In questo caso, invece, lui mi aveva chiesto di creare un’improvvisazione con una bandiera, che poi è diventata lo stendardo che Giovanna D’Arco utilizza nello spettacolo.

Il lavoro preparatorio, il training fisico, al Teatro dell’Aleph è indispensabile per creare, come dice Giovanni Moleri, una sintassi corporea sufficientemente espressiva dell’attore.
Appena arrivata mi aveva detto di visionare e mettere in pratica alcuni esercizi di training di Iben Nagel Rasmussen dell’Odin Teatret. Lei faceva diversi esercizi con il bastone, così ho preso ispirazione per la partitura con lo stendardo e la spada, che sono poi stati modificati da Giovanni e inseriti nello spettacolo. L’altro aspetto davvero interessante del lavoro di Iben è stata la “partitura fisica”: una sequenza di azioni che possono diventare più o meno espressive e significanti a seconda dei differenti contesti: compio la stessa azione in situazioni diverse ed essa acquista un senso diverso. Tutto parte dall’esercizio quotidiano grazie al quale sviluppi un grado di controllo su ogni singolo gesto, così sei in grado di ripetere con precisione sempre la stessa azione. Il lavoro del regista ha bisogno di questa esattezza per fissare le sequenze dei movimenti su cui andrà a scrivere e montare il testo. Un lavoro di formazione simile richiede mesi, o meglio anni, in pratica non finisce mai.

Oltre al training fisico hai approcciato per questo ruolo qualche disciplina particolare?
Ci sono una serie di esercizi e danze che Giovanni Moleri ci ha chiesto di imparare. Una di queste è stata il flamenco che mi ha aiutata a trovare più stabilità e forza nella postura e nei movimenti, visto che io sono molto più fluida e morbida.

A proposito della forza fisica: durante lo spettacolo sposti due pesanti e ingombranti botti. Sali e scendi da una scala di legno piuttosto pesante, che diventa una torre, la cella in cui viene rinchiusa la protagonista, la finestra della sua stanza… Il tutto su di un fondo di sassolini bianchi che, se sono belli esteticamente, non giocano a favore della tua stabilità rischiando a ogni passo di farti scivolare e perdere l’equilibrio.
Utilizzare oggetti così pesanti e ingombranti mi ha costretta a un costante lavoro fisico. Per salire e scendere la scala, ad esempio, ho dovuto lavorare sull’equilibrio. Spostare le botti in un certo punto, per poterci appoggiare la scala, affinché non impattassero gli altri oggetti di scena ha richiesto diverse sessioni di prova. Ho sviluppato grazie a questo lavoro un maggiore controllo su quello che faccio e su come lo faccio.

Al Teatro dell’Aleph vengono usate diverse modalità di scrittura drammaturgica. Com’è avvenuta in questo caso la stesura del testo?
Io avevo letto alcune biografie di Giovanna D’Arco e avevo visto due film su di lei. Giovanni, per raccontarne la vita, ha utilizzato ovviamente le biografie e ha composto ex novo le parti più intime e poetiche per rappresentarne l’anima. Da attrice quest’ultimo è l’aspetto più interessante, cioè poter mostrare la profonda umanità del personaggio: i dubbi e i turbamenti, i desideri e i sogni… Il testo è stato letteralmente composto sulle mie improvvisazioni: intanto che io eseguivo le azioni fisiche, lui ci scriveva sopra le parole.

Questo tipo di scrittura drammaturgica da parte di Giovanni ha sempre affascinato anche me e gliel’ho copiata negli ultimi miei spettacoli. Che cosa puoi dirci dell’espressività della recitazione?
Le indicazioni del regista sono indispensabili sempre e soprattutto in questo caso per le parti più intime e drammatiche, chiedendomi di accentuare o smorzare alcuni passaggi. Da subito c’è stata da parte sua la richiesta di scindere la Giovanna D’arco guerriera da quella più “visionaria”. Differenziare, ad esempio, la dolcezza di quando dialoga con le “sue voci” dalla foga di quando incita il popolo francese contro i nemici. Anche il trucco del viso doveva accentuare questo aspetto senza sottolinearlo eccessivamente. Il lavoro che ho fatto sul copione abbinava, passaggio per passaggio, le azioni alle sfumature interpretative stabilite dal regista. Mi aveva chiesto, ad esempio, di dare un’interpretazione più giornalistica in alcuni passaggi cronachistici della vita della protagonista.

C’è qualche aspetto della scenotecnica che influenza la tua interpretazione?
La musica senz’altro mi condiziona profondamente, ad esempio quando ha un ritmo molto sostenuto come nel caso della battaglia, mi costringe ad alzare il volume della voce e mi accompagna nelle azioni che devo fare, che devono essere al contempo molto vigorose e controllate. I “buio” tra una scena e l’altra mi danno invece qualche secondo per transitare da uno stato energeticamente più “alto” a uno più intimo e introspettivo.

Questo è stato il primo spettacolo in cui sei stata protagonista. Che cosa ti sei guadagnata con la fatica di questa messa in scena?
In primis la sicurezza che qualsiasi cosa accada di imprevisto durante lo spettacolo posso rimediare a un errore mio o tecnico, ad esempio se una luce o un brano musicale non partono al momento stabilito.

E come sappiamo se anche in prova tutto è filato liscio, senz’altro durante lo spettacolo qualcosa di imprevisto accadrà senz’altro!
Come si dice: “Il bello della diretta!”.

La partitura fisica-testuale così ferrea è un limite o un vantaggio? Penso a molti spettacoli visti a Milano dove gli attori sembrano ciondolare sulla scena e non hanno azioni precise da compiere.
Da un lato è può apparire un po’ limitante, ma visto che c’è sempre un margine di errore a cui fare attenzione, questo aiuta perché posso porvi rimedio con l’appuntamento fisico successivo. Oppure quando lavoravo in prova con le botti poteva accadere che non riuscissi a imprimere la forza necessaria per metterle nel posto stabilito oppure usando la spada che questa s’impigliasse nella veste o nella scala, tutto ciò mi rendeva più vigile e reattiva durante lo spettacolo perché ogni azione doveva incastrarsi con la successiva.

Ormai sono molti anni che lavori con la compagnia del Teatro dell’Aleph, tanti spettacoli e tanti personaggi che hai portato in scena. Quale è quello a cui sei più legata.
In questi anni ho interpretato diversi ruoli, eppure ogni volta che termino questo su Giovanna D’Arco provo una soddisfazione unica, forse dipende come dicevo dalla fatica fisica che esso richiede e dai cambi continui di registro interpretativo. Quando finisco, ad esempio, quello su Edith Stein o Il giardino dei ciliegi sono contenta ma non così appagata come quando recito in questo. So che la perfezione non esiste, a essa si può tendere e in alcune repliche mi pare di esserci andata molto vicina. Questa è la sfida che mi impongo ogni volta che affronto la scena per uno spettacolo vecchio o nuovo che sia. Riuscire a dare il meglio aggiungendo quel quid che la volta precedente non avevo ancora visto come possibile.

Nel teatro tutto è possibile.
Basta volerlo… e vederlo!

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