R E C E N S I O N E


Recensione di Antonio Spanò Greco

Alberto Visentin è un trentanovenne chitarrista e cantante veneto, di Conegliano. Ha da poco pubblicato, per il momento solo in vinile, il suo secondo lavoro discografico, Back Again, che segue Away (2022), EP d’esordio con ben 7 brani, che aveva ben impressionato e ricevuto unanimi consensi per la capacità espressiva delle canzoni e per la caratteristica voce piena di sfumature. Alberto ama l’America e tutta la sua musica, in special modo il filone afroamericano con tutti i suoi derivati, il blues in primis, seguito dal soul, dal funk, dal rock e dal reggae. All’età di 31 anni decide di volare negli U.S.A., prefissandosi di suonare e vivere alla giornata, approda a New Orleans, suona per le strade della Big City e conosce nuovi amici. Nei frequenti viaggi si sposta anche in Texas ad Austin, dove frequenta Jam, viene invitato a suonare su diversi palchi, Santa Barbara, New York, Colorado e finanche alle Hawaii.

Back Again è composto da dieci brani che Alberto ha voluto presentare singolarmente nel corso di dieci settimane sul proprio profilo Facebook e sulle piattaforme digitali raccontando aneddoti e particolarità. Old Guitar’s Blues apre le danze, brano che parte dalle atmosfere rarefatte per svilupparsi in un gospel corale e coinvolgente anche grazie alla armonica di Marco Pandolfi. No Matter What è un bellissimo brano dove cuore, ritmo e soul formano un connubio unico: «è stato il primo brano composto di quest’album, parla di fede, non per forza religiosa, fiducia nel prossimo, credo. Ognuno ci vede quello che vuole». Magistrali l’Hammond di Federico Gava e l’armonica di Marco Pandolfi. Better Man è una cavalcata country rock dal sapore southern, arioso, godereccio e di facile presa da cui è stato estratto anche un video. Back Again è il brano che dà il titolo all’album, intro alla Toto proseguo alla Allman Brothers Band, suoni compatti e decisi con le chitarre che intrecciano con l’Hammond melodie sulfuree. In The Morning, come afferma il suo autore, «è un brano particolarmente intimo, ma che racconta un sentimento comune, quella lieve inquietudine nel pensarsi intrappolati in un luogo arido per l’anima, nel posto sbagliato, ma con la libertà di pensarsi altrove». Time To Reveal Myself è un brano dal sound ricco e avvolgente «parte con un gran groove di batteria di Marco D’Orlando, timidamente entrano un paio di chitarre, una di queste è di Enrico Crivellaro, e manco a dirlo è pazzesca! La strofa scorre fluida, come un viaggio in macchina in una calda giornata estiva, con il braccio fuori dal finestrino». La voce di Orlando Johnson aiuta nel ritornello, l’Hammond di Federico Gava fa da collante con il contrappunto dei fiati di Rob Daz. It Won’t Be Long ha lo stile festaiolo di New Orleans dove i fiati sostengono i ritmi forsennati della chitarra, tornano in mente Robbie, Rick, Levon e affini, «parla di quanto sia una perdita di tempo soffermarsi su sentimenti negativi, come la rabbia, l’invidia o l’odio; prima o poi saremo costretti tutti a lasciare questo mondo, godiamoci la vita e vogliamoci bene». Ocean è invece «un brano reggae spensierato, di abbandono, che si lascia cadere verso l’ignoto, con la consapevolezza di perdersi nel presente». Bring You Home è un brano soul lento e intenso con la calda voce di Alberto in evidenza e la magica chitarra elettrica di Giacomo Zanus, «l’unico brano registrato in una session differente qualche anno fa. Il brano parla di quel momento in cui si prova il desiderio di trovare un posto di appartenenza spirituale o fisico che sia, una sorta di riparo dopo un lungo viaggio». Ain’t No Rock Ain’t No Roll è il brano finale, il classico rock and roll vecchia maniera che strizza l’occhio agli anni 70 e a tutta l’empatia che Alberto ha verso quel periodo, come dargli torto? Doveroso citare la presenza al basso di Stanley Sargeant, figura dalle innumerevoli collaborazioni sia in ambito jazz che rock, (Leonard Cohen, Dolly Parton e Barry Manilow).

Nella breve chiacchierata intercorsa con Alberto mi racconta che il titolo dell’album, preso dal brano Back Again, sta a significare una sorta di ritorno, sia dal punto di vista discografico, sia dal punto di vista geografico, visto che dopo diverso tempo è tornato a New Orleans; mi dice che le influenze musicali sono molteplici, ma nell’ultimo periodo è stato molto ispirato dalla scrittura di Anders Osborne, dagli arrangiamenti di Bahamas e dalla passione per Taj Mahal. Mi racconta: «Ci sono sicuramente dei brani più intimi rispetto ad altri forse, ma anche qui capita per puro caso, cerco sempre di essere più sincero possibile nella scrittura. Se dovessi scegliere ora due brani è difficile, forse in questo momento ti direi “In The Morning” e “Better Me”, ma credo dipenda da questo momento, probabilmente se mi fai la stessa domanda tra qualche mese ti rispondo in maniera diversa. Tutti i brani mi rappresentano in maniera equa, per molteplici diversi motivi». Conclude dicendomi: «I miei brani nascono in maniera diversa ogni volta, ma la linea comune è che imbraccio la chitarra e da lì nasce qualcosa che può essere una melodia, un giro di accordi o un riff. Solitamente il testo arriva secondariamente. Altre volte invece nasce da una melodia che mi viene in mente mentre faccio altro. In quel caso devo interrompere quello che sto facendo e registrare la melodia o meglio ancora trovare una chitarra». Complimenti Alberto, album bellissimo! Invito chi ha letto queste righe all’ascolto. Vi sorprenderà!

Tracklist:

  • Old Guitar’s Blues
  • No Matter What
  • Better Man
  • Beck Again
  • In The Morning
  • Time To Reveal Myself
  • It Won’t Be Long
  • Ocean
  • Bring You Home
  • Ain’t No Rock Ain’t No Roll

Photo credit © Diego De Martin

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