A R T E – M O S T R E
Articolo di Mario Grella
La cisterna della Fondazione Prada a Milano ospita, fino al prossimo mese di novembre, una installazione site specific di Mona Hatoum e il titolo della sua mostra fa riferimento alle modalità in cui lo spettatore dovrà porsi rispetto a ciò che vede. Se mi passate la digressione, il rapporto tra il titolo di un’opera e l’opera stessa, è una tematica poco sviluppata dagli storici dell’arte, almeno non quanto si dovrebbe, poiché foriera di stimoli molto fecondi per lo studio della dialettica opera/pubblico. Ma torniamo alla mostra di Mona Hatoum e ai grandissimi spazi dove sono state installate tre opere imponenti. Nella prima sala della Cisterna (ricordiamo solo en passant che la sede della Fondazione era una distilleria), una rete popolata di sfere di vetro di varie dimensioni è sospesa sulla testa del visitatore, nella seconda invece un planisfero formato da trentamila sfere di vetro rosse è ai piedi del visitatore mentre, nella terza sala, un’imponente torre cinetica si staglia dinnanzi al pubblico. Il mio approccio alle opere è sempre diretto, ovvero cerco sempre di osservare e farmi rapire (o meno) dall’opera stessa, prima di andare alla ricerca dei significati (eventuali).

In fondo è vero, come scriveva Arnold Hauser nella sua celeberrima Sociologia dell’arte, che artista e spettatore non parlano immediatamente la stessa lingua, ed è quindi conseguentemente vero che una mediazione data da guide, spiegazioni, interpretazioni, analisi, potrebbero essere necessarie, purtuttavia è anche vero che troppo spesso le spiegazioni precedono l’opera, provocando un appiattimento della sua aura (per usare il termine di Walter Benjamin in L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica) o quantomeno modificando fortemente lo status dell’opera, didascalizzandola come se il significante fosse un orpello del significato. Elaborate tutte queste elucubrazioni, invito sempre chi mi legge a porsi dinnanzi alle opere cercando di dimenticare ciò che ha letto qui o altrove e ricorrere al supporto del testo solo dopo aver attraversato le installazioni, dopo essersi concentrato sulle forme, insomma essersi fatto emozionare dai manufatti.
Tornando a Mona Hatoum e alla prima opera della triade, Web. Se c’è un termine per sua natura ambiguo, questo è proprio web, ovvero rete, ragnatela… Cadere nella rete, ma anche rete di protezione, tessere la ragnatela, ma anche essere prigioniero della ragnatela. E allora quale significato intende dare l’artista alla sua rete impreziosita da piccoli globi di vetro e tesa sopra le teste degli spettatori? Ci protegge o ci minaccia? Difficile dirlo. Forse nessuna delle due interpretazioni, forse rappresentare solo una sorta di cielo stellato, una via di fuga poetica dalla domanda che l’opera pone a noi.

La seconda installazione, Map è certamente una delle classiche opere “a pavimento” dell’artista libanese ed è, di esse, l’ennesima variazione. Il planisfero di sfere di vetro, suggerisce istintivamente due concetti: la fragilità del pianeta e la inconsistenza dei confini. Un messaggio piuttosto lineare derivato da una installazione spettacolare, ma con una sottigliezza non di poco conto: infatti l’immagine del planisfero appare leggermente diversa dai normali planisferi poiché utilizza la cosiddetta proiezione di Gaill-Peters che modifica, correggendola la classica proiezione di Mercatore (1569) che faceva apparire le regioni del sud del mondo (Africa, Sud America, Sud Est asiatico) significativamente più piccole della realtà, con un “peso visivo” di queste terre inferiore a quello dell’Europa e del mondo occidentale. Come si osserva qui, con buona pace di chi non vede di buon occhio la politica nella musica, nella poesia e persino nella storia, è palese che non solo non è neutra la storia, ma non lo è nemmeno la geografia. Infine, la terza installazione, la più imponente ed enigmatica, All of Quiver: una grande torre cinetica fatta di sbarre metalliche che formano dei cubi, dai contorni irregolari, dovuti al leggero ma continuo movimento della struttura, ossia una sorta di scheletro di un edificio antisismico durante una prova di stabilità e resistenza. La struttura, cigolando sinistramente si piega leggermente su sé stessa come se stesse collassando, tenendo in uno stato di soggezioni il visitatore assiso ai suoi piedi. Non è proprio difficile, anzi direi che è proprio semplice pensare ad una metafora lampante della precarietà dell’esistenza, un “si sta come/d’autunno/sugli alberi/le foglie” di ungarettiana memoria, ma materica e sonora.
Piccola, ma di grande impatto Over, Under and In Between è una mostra che non va persa e non sarà nemmeno facilmente dimenticata.



Foto © Roberto Marossi Courtesy Fondazione Prada





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