R E C E N S I O N E
Recensione di Monica Gullini e Andrea Notarangelo
Eccolo tornare, Erik Honoré. Il compositore norvegese chiude la trilogia iniziata con Heliographs nel 2014 (tre anni più tardi spunta il meraviglioso Unrest) con Triage, delicato e raffinato album in uscita in questi giorni. In questa avventura lo affianca il gotha della musica scandinava e nord-europea: Sidsel Endresen, Nils Petter Molvær, Arve Henriksen, David Toop, Eivind Aarset, Bjørn Charles Dreyer, Jan Bang, Kirke Karja, Mats Eilertsen and Anders Engen.
Gli anni trascorsi dietro le fila del Punktfestival e le innumerevoli collaborazioni con artisti monumentali come David Sylvian e Jan Bang si fanno sentire lungo tutto l’arco di Triage, a partire dalla prima traccia, The Bone Setter, che evoca scenari cupi al pari di Snow White in Appalachia, gioiello del Manafon sylvaniano reso ancora più prezioso nelle variazioni di Died in the Wool.

Non siamo negli Stati Uniti, bensì tra i ghiacci perenni della Norvegia, ma anche qui il protagonista si muove tra vite a metà, spezzate non dalla furia degli elementi ma dalla crudeltà del primo conflitto mondiale. Prague ci accoglie attraverso un incedere solenne. Pochi accordi che aprono le danze a un mondo ancestrale nel quale una tromba disegna un suo percorso sulla neve, conscia del fatto che quel sentiero è destinato all’oblio. Se non si sapesse che questo disco è dei giorni nostri, potremmo pensare di trovarci davanti a un immortale Klaus Kinski con le mani giunte, gli artigli pronti a ghermire in quella che diviene poi una pestilenza dilagante (è immediata, per chi scrive, l’assonanza tra il titolo e plague e quell’avvertimento su sfondo nero a fare rientro con estrema urgenza alle proprie case). Con noncuranza gli artisti coinvolti proseguono il loro cammino malinconico. Il silenzio creatosi viene interrotto da una voce femminile telefonata che introduce Hope is the Thing with Feathers, nella quale il gioco elettronico è creato da effetti minimali che ci riportano alla mente i primi Sigur Rós intenti a coprire una tela pensata da David Alan Batt in uno dei suoi sogni post-Japan. Anche qui, come nelle composizioni dell’artista britannico, troviamo suoni provenire direttamente dai ricordi dei fantasmi, con una differenza: il rimando alla poesia di Emily Dickinson e alla speranza alata, che da lei non ha voluto nemmeno una briciola, lascia l’amaro in bocca. I rintocchi dal sottofondo divengono via via più chiari, Maryan Karwan cede il passo a sussurri che si tramutano in lamenti e si fondono coi synth. La sperimentazione sofisticata di David Sylvian ritorna spesso in questo Triage, come ad esempio in In a Station of the Metro, componimento di Ezra Pound che tradisce invece sensazioni fumose e orientali di una vecchia pellicola giapponese in bianco e nero. Le inquietanti voci femminili si intrecciano con l’elettronica e piccoli battiti che ricordano una lieve pioggia in un giardino ben curato in prossimità del Fujiyama. Tutto scompare in sordidi mulinelli e lievi tintinnii, i suoni tendono a rarefarsi fino a nascondersi dietro le potenti note di Arve Henriksen, che magicamente riporta in superficie i gorgheggi di Sidsel Endresen e il recitato di Tim Nelson. È solo un fugace passaggio, la tromba sfuma nel finale e si arresta di fronte alla title track, Triage, affidata al timbro maestoso dell’amico e sodale Jan Bang e ai suoi bassi rubati a Sylvian, Cave e Feiner. Honoré scrive un testo meraviglioso sull’autunno e le sfumature della luce che si attenua, i primi freddi e gli incubi si fanno strada tra gli incitamenti a tornare a casa e il silenzio di una natura matrigna che nottetempo disperde le briciole sul sentiero. Sì prosegue con Pain has an Element of Blank, altra poesia della Dickinson incastonata tra i campionamenti e un cantato epico e imponente. Le distorsioni allontanano sempre di più la Endresen fino a condurla lì, in quel core senza spazio né tempo, intangibile come il vuoto descritto dalla poetessa. Ci sono pareti elettroniche in questo brano erette da Honoré e irrobustite dalla chitarra di Eivind Aarset, ma – ce lo ricorda a perfezione la Dickinson – la sofferenza è viva e vegeta, il dolore non ha origini perché non ha futuro ma solo il passato che è la sua linfa e lo proietta in avanti, verso nuove lacrime. At Ease on Lethe Warf contiene elementi potentissimi ai quali il musicista norvegese conferisce una notevole aurea evocativa: la perdita della memoria (I have forgotten, ripete spesso Carol Box nel suo recitato) e l’incapacità di immaginare uno scenario reale (I cannot guess). L’incipit di The Cantos è una stilettata in pieno petto perché richiama alla mente le atmosfere hasselliane di Brilliant Trees. Erik però è un ottimo prestigiatore e come tale ci mostra la carta che cerchiamo, la nasconde e richiama la nostra attenzione sulle altre cinquantuno in modo da poter creare il suo numero senza intoppi. Non si tratta di sola illusione, ma il richiamo al suo mentore è qui ben evidente attraverso atmosfere sfuggenti e piccoli suoni che come gocce d’acqua tintinnano e riempiono l’ambiente circostante. La melodia rilassata ci culla e ci coccola in attesa che un’onda marina ci ridesti dal sogno per condurci in quel lido che corrisponde al nome di Tourniquet. La chiusura si manifesta come un bagno solare che ci avvolge e ci dona una sensazione di quiete perfetta come solo sa essere la domenica mattina tra le braccia del partner. La voce di Bang è una filastrocca rassicurante e pone l’accento sui versi intensi che ci vedono descritti come ladri di calore. Può essere tutto reale o magari solo illusione creata da un laccio emostatico, ponte verso paradisi artificiali irraggiungibili con la sola immaginazione. Ciò che conta però, come dice anche il testo, è che “il vento ci porta storie inedite mentre conduce a casa gli sperduti e guida chi finalmente si è ritrovato attraverso un viaggio dal tramonto all’alba. E il suono, come sempre, è il protagonista indiscusso che cavalca il vento come un’onda carica di speranza che ci riporta al sicuro sulla spiaggia.”
E quelle storie, che si snodano dai campi di battaglia della Prima Guerra Mondiale fino ai giorni nostri, guariscono e rigenerano. L’illusione di un altro mondo possibile diviene certezza una volta raggiunta la riva nonostante la tempesta, consapevoli di non essere più gli stessi della partenza.
Triage è un disco intenso, un’opera che va scoperta passo dopo passo, tintinnio dopo tintinnio, in paziente attesa che la notte faccia capolino da dietro gli interminabili giorni.
Basta solo stringere il laccio e non darsi per vinti.
Tracklist:
01. The Bone Setter (02:04)
02. Prague (04:38)
03. Hope Is The Thing With Feathers (04:14)
04. In A Station Of The Metro (05:15)
05. Triage (03:44)
06. Pain Has An Element Of Blank (06:05)
07. At Ease On Lethe Wharf (01:48)
08. The Cantos (04:05)
09. Tourniquet (04:08)
Photo © Ruben Olsen Lærk




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