R E C E N S I O N E
Recensione di Andrea Notarangelo
Ci sono band che diventano caposaldi di un genere, ce ne sono poi altre che, non riuscendo a contenere la propria vena creativa, il genere se lo inventano. O meglio, viene inventato dai critici e gli viene cucito addosso per tutto il resto della carriera nonostante le svolte i passi avanti apportati con le opere successive. Il periodo tra la fine degli anni ’80 ed inizio ’90, da questo punto di vista, è stato il più prolifico. I gruppi di allora, una volta raggiunte le vette più alte della forma canzone, non potendo scalare nuovi traguardi, hanno trovato altre strade guardandosi intorno e scoprendo che si poteva comunque viaggiare orizzontalmente ed esplorare nuove angolature del conosciuto per approdare a lidi ancora inesplorati. Mi vengono in mente ad esempio i Talk Talk, con il loro primevo post-rock, i Codeine e i Low, i quali rallentando il più possibile le proprie progressioni di accordi, sfociarono in un genere definito sadcore; c’erano poi i Fugazi, che presero il messaggio diretto e aggressivo di band precedenti quali Minor Threat (nella quale militava Ian MacKaye, cantante e chitarrista dei Fugazi stessi), e Rites Of Spring (dove erano invece presenti Guy Picciotto e Brendan Canty, rispettivamente cantante/chitarrista e batterista della band di Washington D.C.), e lo evolsero in quel post-hardcore che diede una grande scossa elettrica a parecchie delle band a venire. Tutte queste sigle fanno venire il mal di testa? Bene, sappiate allora che tra tutti questi gruppi, ce n’è uno che si discosta da tutti gli altri e si tratta proprio dei Karate, la band capitanata da Geoff Farina.

Il quartetto bostoniano segna un unicum nella storia della musica, in quanto di difficile etichettatura, si scoprirà invece, col senno di poi, essere l’anello di congiunzione di gran parte del rock alternativo americano. Ormai lo sappiamo, Darwin ci ha preso per quanto riguarda la teoria, ma, come ci ricorda il professor Telmo Pievani, l’esperienza ci ha fatto capire che ci fu un periodo nel quale i tipi di esseri umani che hanno convissuto sono stati cinque. E quindi a parte l’attuale assetto, non c’è mai stato un periodo dove ci fosse un solo tipo e un solo genere. I Karate, dicevamo, di difficile etichettatura, grazie all’elevato virtuosismo messo in campi sin da giovani, sono stati indicati come band dalla classificazione complessa e condividevano in parte il periodo storico degli altisonanti nomi precedenti. Un po’ punk, un po’ indie, un po’ jazz, un po’ slowcore, un po’ sadcore, un po’ hardcore. Insomma, un po’ tutto. E capita a volte che con così tanta offerta messa in campo non si riesca poi a centrare l’obiettivo. Non è il loro caso. I nostri infatti sono riusciti davvero a diventare una summa di tutte queste esperienze pur mettendo in mostra uno stile personale e per certi versi unico. Cosa possiamo invece dire dell’attualità? La band pubblica l’ultimo disco Pockets nel 2004, si esibisce per l’ultima volta in Italia, e a parte, una raccolta di cover (In The Fishtank 12, uscita l’anno seguente), per vent’anni non si è più sentito parlare di loro. Ma le ristampe, si sa, fanno crescere la voglia di tornare a imbracciare gli strumenti e in seguito a volersi misurare di nuovo con il palco. E poi? E poi quasi sempre arriva l’album del ritorno che per noi corrisponde al nome di Make It Fit.
Che cosa ci dice questo nuovo dischetto? Lo scopriamo strada facendo, perché Geoff Farina e soci non lasciano mai nulla al caso. Defendants ci accoglie con qualcosa di inedito. Il pezzo si accoda alla storia recente del gruppo, ma in più ha un piglio solare, una particolare energia, che ricorda in parte alcuni pezzi del Boss (Springsteen). Possibile? Provare per credere. E Bleach The Scene procede sulla falsariga anche se il gusto ricercato del gruppo fa subito capolino. Il basso diventa protagonista e filo conduttore mentre la chitarra, che poco prima teneva il ritmo, si lascia andare a diversi assoli in area blues. Lo avete capito, la formula, mai banale, è la stessa e, la classe, quella innata, è presente ovunque in questi solchi. Cannibals non si discosta di un centimetro proseguendo l’ondata positiva con accordi ben più cadenzati e un basso che, da vera colonna portante, consente alla chitarra di spaziare e lasciarsi andare anche a sprazzi hard rock. Voce a parte, qui si avvicinano di molto a coordinate care ai Rush. Un cambio di rotta lo si riscontra con Liminal, quarto pezzo in scaletta, il quale, dopo un’intro post rock, ci consegna un pezzo raffinato cantato magistralmente da Farina. Rattle The Pipes è un funk debitore dei migliori Fugazi, con una strofa calma, pigra e un ritornello veloce che crea sempre nuove ripartenze fino a quando Geoff apparentemente improvvisa un assolo sul basso dell’onnipresente Jeff Goddard. Forse il trucco dei Karate sta proprio in questo e cioè suonare un blues che lascia nel cuore dell’ascoltatore una sensazione d’improvvisazione che per certi versi avvicina questa musica al mondo del prog. Come per i grandi artisti, si tratta di una mossa studiata, ed è così che suonando brani apparentemente incompleti, si lascia nell’ascoltatore la voglia di averne sempre di più, di voler colmare una sorta di vuoto che in realtà non esiste. E Fall To Grace non differisce in questo. Qui troviamo il basso di Goddard e la batteria di Gavin McCarthy dialogare perfettamente, mentre Farina sembra impegnato in una sessione di prova in sala, se non fosse per la parte vocale, curata e precisa. La verità è che il suo cantato è sempre stato particolare. Mai urlato, mai fuori posto, né intonato, né stonato. Sembra una voce semplice, ma, così non è. E il talento si vede anche in questo, cioè nel mostrare facile qualcosa che in realtà non lo è affatto. E a proposito, in chiusura del brano troviamo un momento in cui il pezzo rallenta improvvisamente e ci ricorda quanto queste soluzioni care amate dagli Slint siano state importanti per il (post?) rock degli ultimi trent’anni. Around The Dial sembra uscire direttamente da Pockets (il disco del 2004), segnando così un ulteriore aggancio con il recente (si fa per dire), passato della band. Diametralmente opposta è la successiva People Ain’t Folk, forse la canzone più canzone del disco. Il pezzo, infatti, è un buon rock che sta bene in scaletta ma non porta a grandi scossoni emozionali. Molto meglio Three Dollar Bill, (l’inesistente Banconota da tre dollari), che si mostra come un ibrido tra la Jimi Hendrix Experience e gli onnipresenti Fugazi. Quando cala il silenzio ecco raggiungerci un pezzo notturno. Silence, Sound, è giustamente collocato in chiusura, e, come una fiaba a lieto fine, chiude un ritorno alle scene in grande stile.
La band non ha perso nulla dello smalto iniziale; al contrario, negli anni ha saputo restare fedele al proprio percorso senza quasi mai ripetersi. A noi resta invece solo l’eco dell’ultimo arpeggio, che suona forse come la promessa di tornare a sentire presto nuova musica. Ci eravate mancati.
Tracklist:
01. Defendants (02:39)
02. Bleach the Scene (02:05)
03. Cannibals (02:25)
04. Liminal (04:23)
05. Rattle the Pipes (04:32)
06. Fall to Grace (04:59)
07. Around the Dial (02:37)
08. People Ain’t Folk (02:32)
09. Three Dollar Bill (03:29)
10. Silence, Sound (05:39)
Photo © Daniel Bergeron






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