I N T E R V I S T A


Articolo di Andrea Notarangelo

Il forlivese Alberto Bazzoli nasce a Bologna nel 1990 e negli anni delle superiori si appassiona alla musica grazie ai Doors e probabilmente al suono dell’organo di Ray Manzarek. Impara a suonare la tastiera, partecipa a diversi progetti musicali e frequenta il conservatorio. In questa sua avventura si innamora del vintage, ma recentemente il suo nome è legato anche ai Baustelle, band con la quale collabora come tastierista in pianta stabile dal 2023 (ha suonato sul disco “Elvis”). Ha appena pubblicato il suo primo album solista intitolato Missori (qui la nostra recensione), che vede alla produzione il polistrumentista Fabrizio Martina, aka Jolly Mare e per questo abbiamo deciso di far due chiacchiere con lui per scoprirne qualcosa di più.

Ti ringrazio, semplicemente mi sono trovato finalmente in una condizione favorevole per dedicare tempo alla mia musica. Era tanto che ci pensavo, ma non ero riuscito ancora a mettere a fuoco il tutto. In realtà, una volta presa questa decisione, si è trattato di un lavoro di qualche mese, per quello che riguarda il lato compositivo. Sono sempre abituato ad aiutare e a dare il mio supporto musicale agli altri, soprattutto ho la tendenza a fare tantissime attività, più che posso, anche al di fuori della musica. In tutto questo mio turbinìo, è stato determinante trovare in Fabrizio, in arte Jolly Mare, un amico e un produttore, che ha fatto per me quello che di solito cerco di fare per gli altri: concentrarsi senza perdersi nel mare infinito delle possibilità.

Questo è un tema enorme, sul quale spendo tante riflessioni, anche con colleghi. Il perché a me piacciano questi suoni di cui parliamo e mi identifichi in essi, è veramente difficile da spiegare. Senza sembrare naïf, risponderei perché mi piacciono. Per quanto mi ossessioni a voler dare una spiegazione al tutto, non ce l’ho. È un’attrazione naturale, ma soprattutto, ormai, è normale così. Vivo nella mia bolla e questa cosa prende tutta la mia vita: il modo di vestire, i film, i libri, il cibo, i posti dove uscire ecc… Forse uno psicologo avrebbe risposte migliori! Per quanto riguarda invece l’aspetto più lavorativo, più conscio, cerco, come tanti altri con cui collaboro, di fare cose nuove e di innovare l’arte, viaggiando semplicemente in un binario con radici profonde. So che questo punto, soprattutto per chi non conosce bene la materia, può non sembrare così, ma la musica che faccio e che cerco di fare non vuole essere una replica del passato. Come chiunque voglia buttarsi in un campo artistico seriamente, penso sia necessario un rapporto con i riferimenti che ci hanno preceduto. Io ho i miei e li rielaboro costantemente, ricerco costantemente, senza una visione progressista unidirezionale dell’evoluzione musicale. Magari il mio è uno spostarsi a destra o sinistra invece che in avanti, ma non è revival. Purtroppo siamo abituati ad ascoltare musica fatta da gente che non ha nessun riferimento perché non sa nulla, non perché è innovativa. Penso che nel lungo termine un percorso più studiato, con radici profonde dia i suoi frutti. Ormai la musica per me non è più un mezzo per arrivare a qualcosa, ma semplicemente quello che faccio ogni giorno e che continuerò a fare finché campo, quindi non ho nessuna preoccupazione né fretta.

Sì, ho sottoposto più persone al test di descrivermi cosa si immaginavano ascoltando le composizioni e quasi nella totalità le loro espressioni erano allineate alla mia immaginazione. Quindi si, esiste un modo per comunicare e descrivere situazioni e stati d’animo con una musica strumentale. Tra le due citate Patrizia, con questa sonorità più country, descrive un momento bucolico artificiale in un non-luogo. Ci da l’idea che i nostri protagonisti siano contenti, si divertano, ma si rendono conto che queste emozioni che vivono, legate al luogo in cui sono, avvengono in realtà all’interno di un recinto, che fa si che si tratti solo di un pallido riflesso di un’esperienza reale.

Arrivando alla tua giusta osservazione sui titoli, sì sicuramente devono incuriosire e trasmettere già un sapore. “Patrizia”: cercavamo un nome di donna che avesse un sapore antico, di una moglie borghese, che profumasse subito di lacca e di cene all’Argentario. Mi sembra azzeccato. “Io e Te Finalmente Insieme”: volevamo invece vincere il premio per il titolo più lungo del 2024.

Mi fai una grande complimento. Gli Air mi piacciono moltissimo. Come tutte le cose che mi somigliano di più, come il Guardiano del Faro, ad esempio, non sono quelle che ho ascoltato maggiormente, è strano. Però poi li uso per far capire alla gente cosa faccio. “Missori, dai, è tipo Guardiano del Faro, Air, hai presente?” “Ah si si, capito!”.

Tendenzialmente compongo al pianoforte. Difficile trovare un metodo standardizzato, ne ho diversi a seconda di cosa devo comporre. Ad esempio, se devo scrivere una canzone che in futuro avrà un testo, sono più schematico e scientifico: penso a chi andrà, a cosa servirà, chi canterà. Scelgo delle referenze, delle ritmiche e parto. Solitamente in questo caso adotto strutture abbastanza odierne. Butto giù le idee al piano poi stendo il pezzo sul computer. Nel caso di composizioni strumentali invece, sulle strutture sono più libero. Sono infatti esse stesse un significante della composizione. Mi piace attingere a forme più arcaiche, a quelle del jazz, o a forme libere. Anche qui di solito parto dal piano, però può capitare che le fondamenta le diano dei suoni ben precisi. Faccio tanta ricerca. Salvo e catalogo cose che ascolto per trarre spunti nelle fasi di perfezionamento della composizione: per esempio, il suono di chitarra di quel pezzo, la batteria con quel rullante di quell’altro ecc… ultimamente sto cercando creatività anche partendo da altri strumenti che un pochino suono, come il basso e la chitarra. Purtroppo raramente parto da qualcosa di ritmico, perché ho comunque una forma mentis abbastanza antiquata e ho sempre bisogno di avere una melodia e un’armonia prima di una ritmica. La ritmica la vedo più come una forma di arrangiamento che di composizione. È altrettanto interessante e ordinato sperimentare partendo dal pentagramma direttamente, senza strumenti sotto. Un’altra componente fondamentale per me, è avere un moodboard visivo, perché ho un apprendimento molto estetico. Avere delle immagini chiare mi aiuta ad essere molto veloce ed unitario nella produzione.

Un po’ per caso, un po’ per realtà, come spesso accade. Il nome Missori è stato coniato da Fabrizio, man mano che mettevamo a fuoco il nostro personaggio. Casualità vuole che nel periodo in cui risalgono la maggior parte dei provini, mi ero appena trasferito a Milano. Il covid ancora imperava e soprattutto mi impediva di svolgere il mio lavoro, ovvero i concerti. Indi per cui ho avuto la necessità di trovare un breve impiego invernale e ho avuto fortuna nel trovarlo nell’insegnamento musicale in una scuola. Tutte le mattine mi svegliavo molto presto, cosa che fa la maggior parte della gente normale, mi recavo in metro fino alla fermata Missori, per poi proseguire a piedi fino alla scuola dove lavoravo. Quando tornavo a casa se non ero sfinito suonavo e molti embrioni sono nati in quel momento. Quell’esperienza di vita “normale” mi ha sicuramente ispirato e molte sensazioni sono racchiuse nel disco.

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