R E C E N S I O N E
Recensione di Mimmo Stolfi
Sei anni fa, durante la pandemia, Satoko Fujii immaginò che l’esperienza di un pericolo comune potesse insegnare qualcosa al mondo: la necessità della cooperazione, forse persino la possibilità di una società meno incline alla guerra e alla violenza. Le cose, come lei stessa ha ammesso, sono andate nella direzione opposta. After the Storm nasce dalla distanza fra quella speranza e il presente, senza trasformarsi né in un’elegia per le illusioni perdute né in un esercizio di ottimismo consolatorio. La tempesta evocata dal titolo non è davvero finita, resta però la capacità di quattordici musicisti di attraversarla insieme. Pubblicato dalla Libra Records, il disco è il secondo dei cinque lavori orchestrali che Fujii ha programmato per il 2026, dopo una pausa discografica delle sue big band iniziata nel 2019. È stato registrato dal vivo il 5 febbraio al Big Apple di Kobe e comprende un’unica composizione di quasi un’ora divisa in quattro movimenti. Fujii dirige l’Orchestra Kobe senza sedersi al pianoforte: la sua presenza coincide interamente con la scrittura, con il modo in cui dispone le forze e governa gli ingressi, le sospensioni, le collisioni fra i diversi nuclei dell’ensemble.

Il contrabbasso di Keishiro Saito apre After the Storm 1 in solitudine, con una linea lenta e pensosa che dal pizzicato passa all’arco. Fujii evita l’espediente più prevedibile: l’orchestra non irrompe alle sue spalle per occupare tutto lo spazio, entra per gradi e poi torna a restringersi attorno al trombone di Yuichiro Tamagaki. Il tema ascendente, di estrema semplicità, attraversa combinazioni strumentali, armonie e densità differenti. La continuità deriva proprio da queste metamorfosi: l’idea rimane riconoscibile mentre cambia ciò che le accade intorno. È un procedimento centrale nella musica di Fujii. I materiali scritti possono sembrare colti nell’atto di formarsi, l’improvvisazione, a sua volta, acquista una funzione compositiva. Persino l’assolo di batteria di Hiromasa Sadaoka, anziché aprire una parentesi ritmica, lavora sul colore e sulle risonanze, preparando gli accordi dissonanti dell’ensemble e l’intervento lacerato del tenore di Tsutomu Takei. La chitarra di Takumi Seino gli si affianca senza cercare un dialogo ordinato: lo provoca, lo devia, moltiplica la tensione finché il ritorno del tema iniziale non ricompone il movimento. Non è una semplice ripresa; dopo ciò che è avvenuto, quelle stesse note hanno assunto un peso diverso.
After the Storm 2 porta in primo piano il principio della conversazione. Il baritono di Keizo Nobori, la tromba di Natsuki Tamura e la chitarra di Seino aprono un confronto fatto di suoni slabbrati, richiami, urti e inflessioni quasi vocali. Altri musicisti entrano ed escono, spesso sovrapponendosi, mentre la pulsazione compare senza riuscire a disciplinare completamente ciò che la circonda. L’orchestra raramente si presenta come un blocco. Fujii preferisce scomporla in gruppi temporanei, lasciare che ogni aggregazione produca un ambiente e venga sostituita dalla successiva. Quando arriva il tutto, porta con sé una pienezza quasi ellingtoniana, tanto più sorprendente perché pochi istanti prima la musica sembrava vicina alle pratiche collettive dell’Art Ensemble of Chicago.
La scrittura per grande organico viene così sottratta sia all’esibizione di potenza sia all’alternanza scolastica fra tema e assoli. Gli interventi individuali modificano il percorso comune e ne sono a loro volta modificati. Fujii fornisce un insieme di rapporti, segnali e possibilità, mentre i musicisti costruiscono la narrazione mentre la eseguono. Il risultato conserva la precarietà dell’improvvisazione senza disperdersi, perché sotto le deviazioni agisce una memoria condivisa del materiale.

Nel terzo movimento questa dialettica acquista un carattere più cupo. Accordi ampi, rumori sotterranei e brevi silenzi fanno pensare a qualcosa che prema contro una superficie tentando di aprirsi un varco. La tromba di Tamura attraversa la massa orchestrale con il suo abituale impasto di aggressività e umorismo: le frasi diventano grida, smorfie, frammenti di conversazione. Anche le voci umane entrano nel paesaggio sonoro, prima come canto e poi come parlato. La pressione aumenta attraverso l’attesa fra un evento e l’altro, più che mediante un semplice incremento del volume. Quando riaffiora la melodia ascoltata in precedenza, il contrappunto e gli ottoni ne incrinano la serenità apparente. Il tema ricorda ormai ciò che ha attraversato.
After the Storm 4 cambia improvvisamente terreno. Una figura angolare e festosa introduce uno swing rapido, con il contrabbasso in movimento e le due batterie di Yoshikazu Isaki e Sadaoka a spingere l’orchestra. Il riferimento al linguaggio storico della big band è inequivocabile, ma Fujii se ne serve come di un materiale ancora disponibile alla trasformazione. La tromba di Rabito Arimoto si muove con brillantezza sul tempo veloce, Yasuko Kaneko ne ispessisce il profilo con il trombone, mentre Seino porta nella trama una distorsione che può ricordare Sonny Sharrock. Il passato del jazz e una furia vicina all’avant-rock finiscono per condividere lo stesso spazio.
La conclusione è più luminosa, persino trionfale, ma non cancella le asperità precedenti. Fujii non rappresenta una concordia raggiunta eliminando conflitto e differenze. Fa sentire, piuttosto, come un insieme possa restare tale mentre le sue componenti si interrompono, si contraddicono e prendono strade laterali. La coesione non richiede uniformità, ma dipende dall’ascolto reciproco e dalla capacità di riconoscersi dentro un lessico comune. In questo senso, l’idea politica da cui è nato After the Storm evita di ridursi a programma. Non occorre conoscere le parole della compositrice per avvertirla, perché è già inscritta nel comportamento dell’orchestra. Fujii non promette che dopo la catastrofe arriverà necessariamente un mondo migliore. Mostra quanta disciplina, libertà e immaginazione servano perché voci molto diverse riescano almeno a procedere nella stessa direzione. È una speranza meno ingenua di quella concepita durante la pandemia, e proprio per questo più tenace.
Satoko Fujii Orchestra Kobe:
Yasuhisa Mizutani, Motoki Sugino – alto sax
Eiichiro Arasaki, Tsutomu Takei – tenor sax
Keizo Nobori – baritone sax
James Barrett, Rabito Arimoto, Natsuki Tamura – trumpet
Yasuko Kaneko, Yuichiro Tamagaki – trombone
Takumi Seino – guitar
Keishiro Saito – bass
Yoshikazu Isaki, Hiromasa Sadaoka – drums
Tracklist:
01. After the Storm 1 (16:37)
02. After the Storm 2 (12:57)
03. After the Storm 3 (10:09)
04. After the Storm 4 (17:34)
Photo 1 © Natsuki Tamura






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