R E C E N S I O N E


Recensione di Andrea Notarangelo

Andare avanti è come vedere di fronte a sé una lavagna grande come una spiaggia nella quale è possibile disegnare, stravolgere e ridefinire il proprio futuro. Alan Sparhawk non è un nome qualsiasi, ma forse a molti potrebbe dire poco in quanto, da metà anni ’90 in poi, insieme alla sua dolce metà, Mimi Parker si è rifugiato in una ragione sociale quasi anonima che risponde al nome di Low. Il trio (perché nel corso della storia i due si sono avvalsi di validissimi collaboratori), ha dato vita ad uno degli esperimenti musicali tra i più interessanti e delicati di sempre. In principio, attraverso uno stile indefinito che i più hanno chiamato Sadcore, hanno segnato un’epoca e sono diventati un punto di riferimento per quei giovani in età da college che si rispecchiavano in qualcosa di minimale e profondo. Non solo, la piccola band è cresciuta, si è sempre rinnovata e per questo è divenuta col tempo seminale per tutta una serie di artisti che si sono susseguiti negli scorsi decenni.

Oggi Alan torna come solista, purtroppo dopo la scomparsa di Mimi non era più possibile proseguire con una ragione sociale così ingombrante e soprattutto, non dev’essere stato facile abbandonare una via musicale per intraprenderne una nuova piena di insidie ma anche di possibilità. Con uno spirito rinnovato ecco giungere a noi oggi questo White Roses, My God, un disco che potrà piacere o meno, ma riesce nell’obiettivo di non lasciare indifferenti. A piccoli passi voglio spiegarvi i motivi cercando di racchiudere, al meglio delle mie possibilità, ciò che questo (nuovo) debutto significa per Mr. Sparhawk e per tutti quelli che decideranno di intraprendere con lui un nuovo sentiero. E la strada viene imboccata attraverso Get Still e un trionfo di sintetizzatori che crea un’atmosfera aliena. A circa un minuto ecco giungere a noi la prima sorpresa: una voce pesantemente effettata che ci porta con la mente alle atmosfere di Kid A, il capolavoro dei Radiohead uscito nel 2000. Occorre dirlo subito, White Roses, My God necessita di diversi ascolti per prenderne confidenza. In I Made This Beat la voce ripetitiva declama, supportata dal basso, la medesima frase del titolo e funge da incipit per la successiva Not The 1. La voce sempre distorta è introdotta da un bel gioco di pulsazione avanguardistica che riporta alla memoria i Wire, la band britannica che a fine anni ‘70 ha fatto della sperimentazione futurista il suo marchio di fabbrica. Can U Hear, il primo estratto uscito a luglio, osa più delle precedenti attraverso atmosfere dark molto vicine ai Nine Inch Nails di With Teeth. Un ritmo pulsante che fa da contorno alle modulazioni vocali mentre una drum machine chirurgica emette un piccolo ritmo digitale. È una voce disperata quella che filtra e ci raggiunge a tradimento nel cervello; ed è interessante notare come una strumentazione apparentemente così fredda (voci comprese), riesce a darci emozioni e a toccare corde inaspettate. Heaven è un breve anfratto oscuro che ci avvolge e ci porta a Brother, traccia nella quale la voce di Alan subisce un trattamento differente e diventa più piena e, in un certo senso, più calda. Il ritmo resta costante e ci offre un effetto ralenti cinematografico mentre Sparhawk viene raggiunto a sostegno da una voce femminile poco definita. Sul finale la drum machine diventa più lenta e cede il passo a una serie di accordi accennati ma essenziali a rendere la canzone unica. Black Water può essere un sogno (o un incubo, scegliete voi), partorito dai Massive Attack più recenti. Come per le precedenti canzoni, il lavoro viene essenzialmente svolto da un intreccio di armonie vocali effettate e un ritmo compulsivo di batteria. Si rifiata con la successiva Feel Something, forse la canzone più solare (concedetemi il termine), del lotto, prima che Station ci investa attraverso un’atmosfera tribale e opprimente, dove Alan Sparhawk narra una storia mono tono che ottiene l’effetto di Fitter Happier, il racconto inquieto di Thom Yorke presente sul capolavoro dei Radiohead Ok Computer. La personale spirale discendente prosegue con le stesse coordinate attraverso la successiva Somebody Else’s Room fino al momento in cui qualche raggio solare ci raggiunge nella conclusiva Project 4 Ever.

Non è un viaggio comodo quello che ci propone l’artista di Duluth, ma è sincero e ricco di emozione. È comprensibile lo stupore di una parte dei vecchi fan, ma va apprezzato il coraggio di non fermarsi e rinnovarsi costantemente. In questo Alan è un vero maestro di credibilità perché già nei Low le evoluzioni non sono mai mancate e se è vero che la mente ha un potere illimitato, sono certo che in futuro possiamo aspettarci grandi cose. Buon cammino Alan, sempre dritto per la tua strada.

Tracklist:
01. Get Still
02. I Made This Beat
03. Not the 1
04. Can U Hear
05. Heaven
06. Brother
07. Black Water
08. Feel Something
09. Station
10. Somebody Else’s Room
11. Project 4 Ever

Photo © Sophia Photo Co



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