R E C E N S I O N E
Recensione di Andrea Notarangelo
I Ritual sono una band che viene da lontano. Non fatevi ingannare dalla loro parca discografia perché in realtà abbiamo a che fare con musicisti navigati e che da almeno trent’anni tengono alti i vessilli del prog. È però riduttivo collocarli in un genere ben definito; il gruppo costituitosi nel 1993 a Stoccolma, ha infatti assimilato all’interno della sua proposta ascolti variegati quali ad esempio i Police, gli XTC e gli It Bites. Inoltre, la formazione non si ferma al solo utilizzo di strumenti classici (chitarra, basso, batteria e tastiere), ma accoglie all’interno della sua proposta tutta una serie di “giocattoli acustici”, quali il bouzouki, la mandola, i fischietti, i flauti, l’harmonium, l’armonica e la nyckelharpa (quest’ultimo uno strumento tradizionale svedese appartenente alla stessa famiglia della ghironda e della viella e risalente al medioevo). Con queste premesse, la loro proposta assimila elementi folk tradizionali e per questo motivo, rispetto ad altre band neo progressive risulta essere unica nel suo genere.

Lo abbiamo detto, si tratta di musicisti esperti, ma non aspettatevi virtuosismi musicali fini a se stessi. Nei loro dischi troviamo ampio spazio per la melodia, per la ricerca sonora e per un cantato molto coinvolgente che spinge l’ascoltatore a prendere in mano i testi e seguire le trame e le vicende dei personaggi. A proposito, come nella miglior tradizione prog, hanno realizzato in passato dei concept album, o qualcosa di simile e la loro ispirazione è tratta dai romanzi di Tove Jansson dedicata alla famiglia dei Moomin. Solo alcune coordinate prima di intraprendere il nostro viaggio. Tove Jansson a queste latitudini è poco conosciuta, ma è una scrittrice finlandese di romanzi per ragazzi in lingua svedese e che in scandinavia è un vero e proprio monumento. A tal proposito, in alcuni titoli della loro discografia troverete già dei rimandi, per non parlare di The Dangerous Journey, l’epica traccia della durata di 26 minuti contenuta nel precedente disco The Hemulic Voluntary Band (2007), la quale è basata sul mondo fantastico ideato dalla Jansson per il suo libro Den Farliga Resan.
Ma veniamo a noi. Sono passati diciassette anni dal loro quarto e ultimo disco, se non si conta l’EP uscito nel 2020 a titolo Glimpses From The Story of Mr. Bogd, il quale funge da introduzione a The Story of Mr. Bogd, la loro opera divisa in due album basata su una storia originale scritta dal bassista nonché principale paroliere del gruppo Fredrik Lindqvist. Abbiamo accenato all’EP, Glimpses…, per l’appunto, il quale presenta nelle sue quattro tracce alcuni estratti della storia. Le prime tre sono presenti nel nuovo disco mentre la quarta, The Mice, farà parte della seconda parte dell’opera. Ne riparleremo a tempo debito. Il viaggio musicale di Mister Bogd inizia con A Hasty Departure, dove gli archi ci accolgono e introducono le nuove intessiture prog del quartetto svedese. La musica lascia ampio respiro solo nel momento in cui il cantante e chitarrista Patrik Lundström declama la storia attraverso un accompagnamento di fiati, i quali poco alla volta scompaiono per dar spazio alla trama sonora vera e propria. E una menzione speciale qui va a Johan Nordgren, il batterista, che dietro alle pelli dirige bene il gruppo e, per alcune scelte stilistiche, ci riporta con la memoria ai Rush nel loro periodo più sperimentale (vedi Hemispheres). È una piccola sensazione in quanto le coordinate sonore qui ci riportano più alle melodie degli Yes e alle parti più dolci dei Gentle Giant. Sul finire della traccia, un organo suonato dal tastierista Jon Gamble, sfuma poco alla volta fino a scomparire nel vociare da osteria che ci conduce alla seconda canzone. Qui, come se tutto a un tratto avessimo raggiunto una locanda e aperto una pesante porta in legno ci sentiamo avvolti in un ambiente caldo e vissuto. Ed è così che The Inn Of The Haunted Owl (Una locanda, per l’appunto), si apre con un accompagnamento acustico sognante creato dal basso e dalla chitarra, prima che la voce si apra a un coro solare sostenuta da una tastiera essenziale che non sfodera virtuosismi ma si limita a creare l’atmosfera giusta. Dopo aver raggiunto il picco emotivo, la sola chitarra accompagna di nuovo la voce ora divenuta più drammatica. Si è trattato solo di una breve sosta, poiché la terza traccia, lo strumentale, Dreams In A Brougham, riprende il pezzo di chitarra e attraverso un viaggio in carrozza ci conduce verso lidi “canterburiani”, nei quali il prog è solo un pretesto per narrare storie bucoliche ormai lontane nella memoria. Chichikov Bogd, quarta canzone dell’opera era anche la prima del precedente EP ed è quindi già conosciuta dagli estimatori del quartetto svedese. Si tratta di un’esplosione di colori e di energia. Rimanda con la mente all’omonimo e debutto Ritual, (datato 1995), più precisamente a quella Wingspread che apriva il disco e che mi fece innamorare perdutamente di loro. E qui la tecnica è ben evidente e messa in atto attraverso cambi di tempo repentini e a patchwork creati con arte dal gruppo. Mr. Tilly And His Gang, a seguire, rappresentava anche la seconda traccia dell’EP, e anch’essa contribuì a far capire che la band era tornata più in forma che mai.

Ne approfitto per riprendere fiato e per spiegare qual è il segreto dei Ritual. La band è in grado di creare vere e proprie ambientazioni musicali nelle quali ti senti avvolto e diventi parte integrante della storia narrata. Non solo. La differenza con parecchi dei gruppi neo prog usciti da fine anni ’80 in poi, sta nell’ironia. L’ironia è infatti un’arma che i Ritual sanno usare con sapienza. Non sanno prendersi sul serio e preferiscono intrattenerti e strapparti una risata piuttosto che imbalsamarsi in uno stile, quello della musica progressive, che a parte gli estimatori viene vista come un retaggio storico o un fossile ben conservato. Per chi non avesse dimestichezza, ne approfitto per suggerire anche il loro secondo disco, Superb Birth, il quale in apertura, a proposito di fossili, ha una canzone stupenda intitolata Dinosaur Spaceship.
Tornando all’opera, ecco giungere alle nostre orecchie Through A Rural Landscape, il secondo strumentale del disco, che presenta in primo piano un pianoforte sostenuto solo da qualche effetto di chitarra e da una sezione ritmica semplice ma funzionale all’economia del pezzo. Dura il tempo giusto che ci consente di abituarci al cambio di mood introdotto da The Feline Companion, dove il piano e la voce creano lo stesso effetto che avrebbe potuto dare un pezzo dei Queen degli anni ’70. Ma la traccia ha una sua personalità e il cambio di tempo che avviene a circa un minuto è lì a dimostrarlo. L’intreccio creato da pochi accordi di piano assieme alla batteria vi si incollerà addosso e non riuscirete più a togliervelo dalla testa. E qui è di nuovo la voce di Lundström a farla da padrone, oltre alle tastiere che recuperano alcune delle atmosfere umbratili care agli Anekdoten (altra interessante prog band svedese). Alcuni campanelli posti in chiusura di canzone, si trasformano in campane nell’incipit di Read All About It, traccia dall’incedere hard rock che manifesta qui un vero e proprio amore per le armonie canore dei Queen di Bohemian Rhapsody. L’opera è quanto di più eclettico sia stato creato dal quartetto svedese, che ora, con Forgotten Qualities, frena bruscamente la precedente cavalcata per regalarci una canzone malinconica sostenuta da voce, chitarra, archi e poco altro. The Three Heads Of The Well, posta in chiusura di questa prima parte della vicenda, era anche la terza traccia del precedente EP, e si apre con una parte folk che mi ha riportato con la memoria al già citato quarto album The Hemulic Voluntary Band. È un pezzo che funziona bene posto in chiusura. La base strumentale ci conduce direttamente ad un ambiente desertico dove si sta celebrando una danza berbera. I cori a sostegno sono una chiosa perfetta e cedono il passo all’urlo finale di Lundström che funge da commiato e allo stesso tempo da “Arrivederci” alla seconda e ultima parte dell’avventura.
È un disco che va assimilato ma che non farà fatica ad entrare nel cuore di chi ha ancora pazienza di ascoltare un’opera traccia per traccia. Non solo, l’album, come accennato, è un concept e all’interno del libretto del cd troverete, oltre alle illustrazioni, dei testi che vi aiuteranno a seguire la vicenda. Lo so, queste cose richiedono impegno, ma come sapete il tempo è un’unità di misura relativa e fortunatamente il valore che ne date lo decidete voi. I Ritual vi trasportano in un’altra dimensione e riescono ad essere un vero svago e uno stacco dalla vita di tutti i giorni. Per me questo è l’album dell’anno, dategli una possibilità e mi ringrazierete per il tempo che vi avrò fatto guadagnare per voi stessi.
Tracklist:
01. A Hasty Departure (6:28)
02. The Inn Of The Haunted Owl (4:47)
03. Dreams In A Brougham (3:39)
04. Chichikov Bogd (4:19)
05. Mr. Tilly And His Gang (3:09)
06. Through A Rural Landscape (3:03)
07. The Feline Companion (5:40)
08. Read All About It! (4:17)
09. Forgotten Qualities (6:16)
10. The Three Heads Of The Well (3:57)






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