R E C E N S I O N E
Recensione di Riccardo Talamazzi
C’è un aspetto di maturità artistica, nel jazz, che non coincide con la ricerca spasmodica della sorpresa. È quello che preferisce approfondire un lessico anziché inventarne uno nuovo, considerando quindi ogni composizione come un’occasione per affinare una voce già riconoscibile, anziché rincorrere il miraggio della novità a tutti i costi. Secret Garden, primo capitolo discografico dell’omonimo ensemble formato da Enrico Bracco alla chitarra, Francesco Poeti al basso elettrico, Armando Sciommeri alla batteria e arricchito dalla presenza del sassofonista statunitense Matt Renzi, appartiene precisamente a questo numero di opere. Il nome del gruppo, eponimo dello stesso album d’esordio, rimanda metaforicamente all’Hortus Conclusus medioevale, trasformato da orto monastico in giardino con alberi da frutto e giochi d’acqua per merito dell’inventiva araba. Uno spazio nascosto, dunque segreto, un allegorico paradeisos inteso come luogo intimo ed interiorizzato. Di Enrico Bracco e della sua chitarra, Off Topic si era già occupata recensendo l’album Flying In a Box (2022) – leggi qui – dove si era già rilevato parte del percorso evolutivo di questo musicista rispetto al suo esordio di vent’anni prima.

Secret Garden rivendica con discrezione il valore della scrittura, oltre che dell’ascolto reciproco. Richiede anche il peso di una concezione del jazz che continua a trovare nella struttura della composizione il proprio punto di equilibrio. È sufficiente percorrere pochi minuti di musica per comprendere come questi quattro interpreti non avvertano alcuna necessità di dimostrare la propria contemporaneità attraverso artifici esteriori. Il loro linguaggio nasce da una lunga sedimentazione culturale, da uno studio paziente che ha trasformato il patrimonio del jazz in uno stato di natura, nel quale ogni riferimento storico viene interiorizzato fino a perdere qualsiasi carattere citazionistico. Il risultato è una musica che non ostenta modernità, ma la lascia semplicemente affiorare come conseguenza inevitabile di una piena consapevolezza espressiva. Sebbene l’impressione iniziale sia quella di trovarsi davanti a una registrazione avvolta da una leggera patina vintage, i musicisti stanno tuttavia ben attenti a non inciampare in alcun cliché. Ciò che potrebbe sembrare quasi un omaggio alla tradizione si rivela progressivamente per quello che effettivamente è, cioè un raffinato esercizio di ridefinizione dei materiali. Il tenor sassofonista americano Matt Renzi interviene dilatando la possibilità timbrica del trio con discrezione, al netto di qualche inflessione che richiama inevitabilmente la propria formazione statunitense, ad esempio quella acquisita da uno dei suoi mentori come Joe Henderson. Il suo fraseggio si integra perfettamente nell’identità del gruppo, confermando come il jazz continui a costituire una lingua capace di superare qualsiasi appartenenza geografica. Colpisce la qualità della scrittura firmata principalmente da Bracco e Poeti. Le loro composizioni condividono una notevole capacità di coniugare facilità melodica, articolazione ritmica e variabili armoniche senza complicare eccessivamente la linearità della musica così prodotta. È evidente un lavoro sull’essenziale, un allontanamento da ciò che è superfluo o semplicemente ritenuto solo un riempitivo. Persino il silenzio diventa elemento costruttivo, generando un continuo attrito fra attesa e risoluzione che alimenta la tensione narrativa dell’intero album. Secret Garden è una registrazione che invita alla tranquillità e restituisce una non trascurabile piacevolezza a chi accetta di ascoltarla senza fretta, lasciandosi guidare dalle sue infinite sfumature. Come l’antico pharmakon nephentes della tradizione classica, più che cancellare le inquietudini naturalmente presenti, sembra sospenderle temporaneamente in un momento di oblio attraverso la forza ordinatrice della forma. E in effetti uno dei punti a favore di questo album risiede proprio nella sua capacità di dimostrare come il jazz possa continuare a evolversi senza recidere il dialogo con la propria storia. Bracco, Poeti, Sciommeri e Renzi non reinventano un linguaggio, preferiscono abitarlo con intelligenza, misura e immaginazione, per ricordarci che la vera originalità non nasce necessariamente da una discontinuità ma dalla profondità con cui si riesce a interrogare una tradizione fino a scoprirvi possibilità ancora inesplorate.
L’apertura affidata a Finestrelle introduce un clima di raccolta introspezione. La chitarra di Bracco si addomestica, capace di parlare con voce sommessa, quasi preferisse suggerire anziché sottolineare la propria linea melodica. Gli arpeggi disseminati lungo il brano sembrano interrogare continuamente il silenzio circostante, mentre i fraseggi di sax si muovono con discrezione entro malinconiche ombreggiature, spesso all’unisono con i suoni chitarristici, senza peraltro ricercare facili soluzioni emotive. Una ritmica dal sostegno vagamente latino funge da dark matter riempiendo gli spazi ed emettendo onde di soffusa energia, ad esempio sotto forma di momenti di solismo come quello al basso elettrico di Poeti. Con Stellar Variation il quartetto modifica in naturalezza la prospettiva iniziale. La struttura armonica del noto super-standard Stella by Starlight viene qui assorbita diventando il punto di partenza per un’elaborazione personale, nella quale il materiale originario finisce quasi per dissolversi sotto il peso di nuove relazioni melodiche. Bracco conduce il discorso con un fraseggio di rara misura, mentre Renzi preferisce insinuarsi negli interstizi della trama sonora, ampliandone continuamente la profondità prospettica. È in una pagina come questa che il gruppo lascia affiorare il proprio volto più contemporaneo, non attraverso gesti plateali o soluzioni eccentriche, ma grazie a una scrittura capace di alterare impercettibilmente il baricentro dell’ascolto. Da rimarcare, inoltre, il fantasioso e sincopato accompagnamento alla batteria di Sciommeri.
La rilettura di How Deep Is the Ocean cerca di scantonare da ogni tentazione nostalgica. Il celebre standard di Irving Berlin datato 1932 viene attraversato inizialmente dal sax di Renzi con uno sguardo affettuoso ma non deferente. Le dinamiche rimangono controllate, il fraseggio privilegia la respirazione interna della melodia e la ritmica accompagna l’intero sviluppo con un efficace passo felino d’aspetto bluesy, fatto di precisione, leggerezza e improvvisi cambi di prospettiva. Bracco resta volontariamente sullo sfondo quando è il sax a condurre i giochi ma sale in cattedra in un secondo momento, con passaggi veloci e sibillini interpretati con timbrica morbida. Rimarcabile l’assolo al basso di Poeti. Blue rappresenta uno dei momenti di maggiore concentrazione espressiva dell’intero disco. Proposto quasi a forma di ballad, il quartetto rinuncia deliberatamente a qualsiasi enfasi narrativa per costruire un paesaggio sonoro nel quale ogni gesto sembra misurato con estrema attenzione. Bracco lascia che la melodia si sviluppi attraverso un fraseggio essenziale e molto melodico, lasciandosi delicatamente prendere la mano solo per innescare qualche scala più veloce ma evitando qualsiasi ridondanza virtuosistica, mentre il dialogo fra il basso di Poeti e la batteria di Sciommeri genera una pulsazione elastica e continuativa che sostiene il discorso senza irrigidirlo. Renzi interviene con un suono morbido, levigato, preferendo prolungare il senso delle frasi anziché interromperle, anche se strada facendo si propone in articolazioni più strette. Ne nasce una pagina di grande equilibrio, un piccolo caposaldo di lirismo e misura. Con Surf il clima muta di qualche grado senza che venga meno la sobrietà che caratterizza l’intero lavoro. L’impulso ritmico si fa più marcato, lo swing acquista maggiore incisività e il sax assume una funzione più trascinante e propulsiva, esponendo il tema con un timbro pieno e sorprendentemente cantabile. È anche uno dei brani nei quali emerge con maggiore chiarezza la qualità dell’interplay, con la chitarra che preferisce insinuarsi come contrappunto a Renzi, lavorando per altri versi fra gli spazi lasciati aperti dalla sezione ritmica, dove Poeti si esibisce in uno dei suoi serrati assoli. Pur aumentando la tensione dinamica, il quartetto evita qualsiasi compiacimento spettacolare, confermando come la propria idea di energia nasca dalla precisione delle relazioni interne più che dall’impatto immediato. In episodi come questo si percepisce quanto il gruppo abbia assimilato il linguaggio del jazz moderno fino a farne una seconda natura, trasformando le matrici tradizionali in un costrutto di apparente semplicità. ll momento più contemporaneo dell’album coincide con Flow. Il gruppo pare concedersi un margine di libertà ulteriore, mostrando un volto meno prevedibile. Le sonorità si espandono, i colori armonici si fanno più cangianti e la chitarra assume sfumature inattese. Probabilmente l’improvvisazione, almeno per tre quarti buoni della lunghezza del brano, gioca in questo contesto un ruolo maggiore rispetto alla scrittura, ma resta comunque un episodio che lascia intuire un percorso esponenziale ancora in pieno sviluppo, dove s’intravedono possibilità espressive ancora più radicali. In All Intervals You Are il riferimento strutturale ad All the Things You Are diventa soltanto un punto di partenza. L’improvvisazione collettiva attraversa territori di maggiore apertura, mantenendo però una buona coerenza formale, dove ogni musicista procede lungo traiettorie autonome senza compromettere la solidità dell’insieme. Un equilibrio tanto delicato da rendere inutile qualsiasi acrobatismo esegetico, la musica possiede infatti una chiarezza interna che si lascia comprendere attraverso l’ascolto prima ancora che mediante l’analisi. La conclusiva Durante restituisce un tempo dispari in ¾, rispettando inoltre i canoni espressivi sin qui esposti. Bracco svolge un assolo di spietato candore dopo l’introduzione tematica del sax e sembra che la musica si consumi pigramente, con la sezione ritmica quasi sottovoce.
Il quartetto dimostra che il tempo talora non passa invano. Anni di collaborazioni, esperienze condivise e ascolti comuni hanno prodotto una buona compattezza, percepibile nella qualità delle risposte reciproche e nella naturalezza con cui ogni frase sembra nascere dalla precedente. La tecnica elevata dei musicisti, esibita con nonchalance, arricchisce ulteriormente il patrimonio qualitativo di questo Secret Garden. Bracco e i suoi compagni evidenziano l’esistenza di una forma di modernità meno appariscente, fondata sulla qualità della scrittura, sulla profondità dell’interazione e sulla capacità di attribuire nuovo significato a materiali che la storia del jazz sembrerebbe aver ormai consegnato definitivamente al passato. In questa prospettiva, l’album potrebbe avere un’ambizione più sottile da perseguire. Dimostrare cioè come la tradizione continui a rappresentare uno spazio creativo ancora aperto, purché venga abitata con immaginazione e piena consapevolezza critica.
Tracklist:
01. Finestrelle
02. Stellar Variation
03. How Deep Is The Ocean
04. Blue
05. Surf
06. Flow
07. All Intervals You Are
08. Durante
Riccardo Talamazzi è un insopportabile vecchiaccio che vuol sempre aver ragione su tutti e tutto. Va avvicinato con le dovute cautele perché morde. E non ama essere contraddetto.






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