L I V E – R E P O R T


Articolo di Mario Grella

Dopo aver visionato alcune sequenze del film di Louis Malle, Ascensore per il patibolo (Ascenseur pour l’échafaud), Miles Davis, chiamato a comporre la colonna sonora di uno dei più simbolici film della Nouvelle Vague, in una notte di dicembre del 1957 (un anno prima dell’uscita del film), si trovò con un gruppo di musicisti francesi, ad improvvisare direttamente sulle immagini del film, lasciandosi così ispirare dalle situazioni, dai volti e dalle emozioni dei personaggi. Insomma il grande Miles non compose una partitura tradizionale, ma alcune pagine musicali molto diverse che dialogano direttamente con le sequenze del film. Il vagabondare notturno di Florence, interpretata da Jeanne Moreau, per le strade di Parigi alla ricerca dell’amante scomparso, acquista una fisionomia irripetibile proprio grazie alla tromba di Davis, dal suono inconfondibile, malinconico e rarefatto, che sembra dare voce ai pensieri inespressi. Parigi, si trasforma principalmente in un luogo interiore, esistenziale, pervaso dalla solitudine, dall’inquietudine e dall’attesa: qualcosa di potenzialmente irripetibile, era quindi accaduto nella notte tra il 4 e il 5 dicembre negli studi della radio privata Le Poste Parisien, al numero 116 degli Champs-Élysées.

Qualcosa di irripetibile, come dice il termine stesso non si ripete, ma si può evocare, come è accaduto la sera 29 ottobre scorso al Teatro Lirico Giorgio Gaber di Milano, nell’ambito di JazzMi 2026, con lo straordinario Paolo Fresu Quintet di cui fanno parte, oltre allo stesso Fresu (tromba e flicorno), Tino Tracanna (sax tenore e soprano), Roberto Cipelli (pianoforte), Attilio Zanchi (contrabbasso), Ettore Fioravanti (batteria). Grandissimo il merito (e non era facile) di non aver voluto personalizzare troppo il jazz modale di Miles Davis, fatto di poche note, pause, silenzi e fulminee aperture melodiche, un jazz che evita ogni forma di enfasi. Fresu e il suo quintetto hanno saputo incantare il pubblico scomparendo “dentro” la proiezione integrale del film, lasciando che a condurre le danze fosse la fascinosa fotografia notturna di Henri Decaë, fatta di strade deserte, insegne al neon, vetrine, volti smarriti, automobili solitarie che attraversano la città.

La musica non commenta solo ciò che accade sullo schermo, ma ne amplifica la dimensione psicologica, creando quelle atmosfere in un certo senso tipiche della Nouvelle Vague. La tromba di Fresu, come quella di Davis, scivola sulle immagini in bianco e nero e crea una tensione sottile e continua che conduce i protagonisti verso il loro ineluttabile destino. Una colonna sonora, e qui sta anche la sua straordinaria qualità, che non cerca melodie memorabili o riconoscibili, ma cerca di lavorare sulle atmosfere e sulle vibrazioni emotive. Fresu e i suoi musicisti guardano, insieme al pubblico, le sequenze asciutte commentandole musicalmente e costruendo una forma di narrazione parallela, capace di esprimere la fragilità dell’amore, l’angoscia dell’attesa, la solitudine e l’inevitabilità del destino. La capacità del Quintet di restare, in un certo senso, dietro alle quinte e alle spalle sia di Miles Davis che di Louis Malle, è la dimostrazione lampante della loro grandezza non solo “autorale” ma anche “interpretativa”. Una memorabile colonna sonora che ha la capacità di amplificare la bellezza della pellicola. L’operazione di far rivivere quella magica notte del dicembre 1957, è un esperimento veramente riuscito, per merito di un grandissimo Paolo Fresu e dei suoi altrettanto grandissimi musicisti.

immagini sonore © Maria Laura Arturi (Grazie a JazzMi)

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