R E C E N S I O N E


Articolo di Laura Savoini

Se sei abituato alla potenza cruda di Iggy e degli Stooges tutto il resto sembra parecchio melenso in confronto” è quello che dice Juno MacGuff al telefono per fare sapere cosa pensa del disco che Jason Bateman ha masterizzato per lei in pieno stile inizio anni 2000. Per chi non avesse colto la citazione, mi sto riferendo a uno dei tanti brillanti dialoghi del film Juno, uscito nel 2007 e che ha come protagonista Elliot Page, nei panni di una sedicenne rimasta incinta dopo il suo primo rapporto sessuale. Basterebbero le maglie a righe, la chitarra sulla schiena e la camera tappezzata di poster per far di Juno l’adolescente alternativa per eccellenza. Ma non c’è alternativo che non basi la sua personalità sui suoi gusti personali, e quindi eccola lì, la santa trinità: Patty Smith, i Runaways e gli Stooges. Quando vidi il film per la prima volta, ai miei occhi la cultura musicale di Juno mi sembrava così vasta da essere quasi ineguagliabile. A quasi dieci anni di distanza, mi rendo conto che Juno altro non ha che i classici gusti da adolescente che cerca il suo posto per stare il più possibile fuori dagli schemi. Eppure quando sento nominare gli Stooges, Patty Smith e Iggy, non riesco a guardare Juno dall’alto in basso con l’arroganza di chi pensa “quante cose ancora non conosci”.

E questo succede perché quelli che sono i capisaldi di Juno, lo sono ancora per chiunque a sedici anni pensasse che la musica potesse essere l’unica forma di conforto.
Alla 57esima edizione del Montreux Jazz Festival, Iggy Pop ha portato sul palco tutta la sua storia: dagli inizi con gli Stooges ai pezzi che l’hanno consacrato come “il Padrino del punk”. Ci sono artisti che più che fare concerti, danno vita a dei templi della malinconia. Scimmiottando ciò che erano, scordandosi ciò che sono e dando vita a una macabra parodia autocelebrativa, che invece di risvegliare un senso di gioventù, fa sentire i fan vent’anni più vecchi e forse “senza più l’età per queste cose.” Ma non è questo quello che è successo sul palco di Montreux. All’appello c’erano tutti: The Passenger, Lust for Life, Nightclubbing, Raw Power e la performance del cantante è servita a ribadire non solo l’immortalità di questi pezzi, ma l’iconicità stessa di Iggy Pop.

Se si dovesse identificare la personificazione di “animale da palcoscenico”, quello di Iggy Pop sarebbe tra i primi cinque nomi a cui chiunque penserebbe. Ma a 76 anni si può ancora essere definiti tali? Cosa contraddistingue James Newell Osterberg da altri mostri altrettanto sacri, ma che non accettano di invecchiare?
La differenza sta nel fatto che la performance di Iggy non è solo l’apice della sua carriera, non è solo un nome. Iggy Pop sul palco porta ogni singolo giorno della sua carriera. Ogni errore, trasgressione, successo ed eccesso, è tutto lì, condensato nel corpo di un uomo dai capelli lunghi e unti, la pelle cadente e un’energia inimitabile.

Tracklist:
01. Five Foot One (4:21)
02. T.V. Eye (3:31)
03. Modern Day Ripoff (3:21)
04. Raw Power (4:18)
05. Gimme Danger (4:30)
06. The Passenger (5:41)
07. Lust for Life (5:15)
08. Endless Sea (4:52)
09. Death Trip (5:29)
10. Sick of You (6:31)
11. I Wanna Be Your Dog (5:36)
12. Search and Destroy (7:08)
13. Mass Production (6:55)
14. Nightclubbing (4:00)
15. Down on the Street (4:28)
16. Loose (3:17)
17. Frenzy (5:25)

Photo © Vincent Guignet

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