R E C E N S I O N E


Recensione di Mario Corvino

Dimenticate le presentazioni di rito. Quando un comunicato stampa svela che figure del calibro di Adrian Belew e Tony Levin — architetti viventi della storia del progressive — si uniscono a Steve Vai e Danny Carey (sì, il drummer dei Tool), l’unica risposta possibile non è un applauso, ma un senso di stordimento quasi reverenziale. Siamo onesti: l’annuncio della nascita dei Beat è l’equivalente sonoro di un supergruppo fantasy finalmente realizzato. L’idea di ascoltare questa quadrilogia di virtuosi all’opera su Beat Live non è un suggerimento, ma un imperativo categorico per ogni appassionato di rock. Ma la vera magia non risiede solo nel talento stellare, bensì nella loro audace missione di trasformare il già noto in qualcosa di sferzante e totalmente inatteso.

Dimenticate l’etichetta “operazione nostalgia”. Il progetto Beat è, in realtà, una raffinata operazione di archeologia musicale con finalità futuriste. Il bersaglio? Tre totem del Re Cremisi degli anni Ottanta (Discipline, Beat e Three of a Perfect Pair), album che cristallizzarono la fase più spigolosa e ritmicamente complessa della band, quando i King Crimson avevano già consolidato la loro fama di precursori, ma rifiutavano l’autocompiacimento. L’obiettivo dichiarato di questa super-band è stato quello di snellire la line-up e sgrassare gli arrangiamenti di pezzi notoriamente labirintici. Un intento lodevolmente audace: rendere più accessibile e immediata in sede live una musica geometrica e complessa. Il risultato non è solo positivo; è una dichiarazione di intenti sul potere duraturo dell’innovazione.

Il segreto della potenziale “viralità” di Beat Live risiede proprio in questa sua irriverente unicità. Sì, le registrazioni vantano una qualità cristallina e le esecuzioni sono tecnicamente inattaccabili, ma l’ossigeno vitale viene dai dettagli che solo mostri sacri come questi possono iniettare.

Ascoltare Danny Carey destreggiarsi tra le metriche sghembe del progressive è come osservare un ingegnere aerospaziale giocare con i Lego: padronanza totale. La sua impronta, inconfondibile anche per chi non è un fan sfegatato dei Tool, si sposa in modo quasi paranormale con la solidità ritmica di Tony Levin. È un dialogo tra titani che fa vibrare le ossa. E che dire di Steve Vai? Non è qui per esibire il suo curriculum di virtuoso. Al contrario, l’asso della chitarra incanala l’essenza dei brani, piegando la sua immensa personalità al servizio del complesso soundscape di Belew, infondendo una scossa elettrica di sui generis modernità.

Beat Live non è un album da analizzare con il manuale, ma un viaggio ipnotico nei pattern geometrici del rock, dove perdersi è l’unico modo per ritrovarsi. Questo disco non è solo un “consiglio”, è un editto per chiunque veneri i King Crimson. Ma attenzione, il contagio è esteso: se siete appassionati di progressive, di complessità ritmica o semplicemente cercate il ponte definitivo tra l’eredità storica e la potenza bruta di Tool e Vai, preparatevi a una nuova ossessione. Mentre il mondo dei tributi ristagna nella stanchezza, i Beat dimostrano che l’unico modo per onorare un’opera è suonarla come se fosse stata scritta stamattina. È un calcio sonoro alla mediocrità del genere.

Tracklist:
01. Neurotica (04:25)
02. Neal and Jack and Me (06:16)
03. Heartbeat (03:57)
04. Sartori in Tangier (04:00)
05. Model Man (03:15)
06. Dig Me (03:33)
07. Man with an Open Heart (03:04)
08. Industry (09:58)
09. Larks’ Tongues in Aspic Part III (05:53)
10. Waiting Man (08:15)
11. The Sheltering Sky (14:19)
12. Sleepless (05:55)
13. Frame by Frame (03:54)
14. Matte Kudasai (3:39)
15. Elephant Talk (04:59)
16. Three of a Perfect Pair (04:09)
17. Indisicipline (08:45)
18. Red (05:54)
19. Thela Hun Ginjeet (06:44)

Photo © Scott Legato

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