L I V E – R E P O R T – D A N Z A


Articolo di Annalisa Fortin

Entrare nel Teatro Olimpico di Vicenza è già, di per sé, un viaggio nel tempo. Ma il 23 settembre, quando le luci si sono abbassate e sul palcoscenico hanno cominciato a muoversi i danzatori di Hervé Koubi, quella sensazione si è trasformata in qualcosa di diverso: il viaggio non era più soltanto quello immaginato dal mito, ma sembrava attraversare lo spazio stesso del teatro, mettendo in comunicazione secoli, culture e linguaggi.
È difficile pensare a una cornice più suggestiva per Verso Itaca, la nuova creazione di Koubi presentata in prima assoluta al Teatro Olimpico di Vicenza il 22 settembre e replicata il 23 nell’ambito del 79° Ciclo di Spettacoli Classici. Il capolavoro progettato da Andrea Palladio, considerato il teatro coperto più antico del mondo, conserva infatti una delle scenografie prospettiche più sorprendenti della storia dello spettacolo: le sette vie di Tebe, realizzate da Vincenzo Scamozzi, si allontanano dal proscenio moltiplicando illusionisticamente la profondità dello spazio.

Ed è proprio davanti a quella prospettiva quasi irreale che quattordici corpi in movimento hanno dato forma a un’idea di viaggio solenne, fisica e spirituale. Una scelta scenica che non appare soltanto decorativa: l’architettura dell’Olimpico sembra amplificare ogni gesto, dilatare ogni traiettoria, trasformare il movimento dei danzatori in una sorta di bassorilievo vivente.
In Verso Itaca non c’è un Ulisse da raccontare attraverso una successione narrativa tradizionale. Il mito è piuttosto evocato attraverso i corpi, la loro relazione, la fatica e la capacità di sostenersi. Il viaggio verso la patria diventa così una condizione dell’esistenza: partire, perdersi, attraversare, cercare una direzione e infine tornare. Il comunicato dello spettacolo definisce infatti il mare di questo Ulisse come uno spazio che separa ma contemporaneamente unisce le due sponde del Mediterraneo.

Vestiti di bianco, i danzatori appaiono quasi come una comunità rituale. Ma è una comunità tutt’altro che immobile: il loro movimento è attraversato da un’impressionante fisicità. Salti, rotazioni, prese, cadute controllate, acrobazie e improvvisi cambi di direzione si susseguono con una precisione che non cancella mai la potenza atletica. Al contrario, la rende evidente. Il virtuosismo non diventa però un esercizio fine a se stesso: ogni gesto sembra appartenere a un disegno collettivo, a una geometria nella quale il singolo corpo acquista significato soltanto attraverso la relazione con gli altri.
È questa forse una delle caratteristiche più interessanti della poetica di Koubi: mettere in discussione l’idea di una danza racchiusa dentro un’unica tecnica. La compagnia nasce infatti dall’incontro fra percorsi differenti. Non è soltanto una questione di stile, per Koubi la contaminazione è anche un modo di mettere in relazione persone, culture e geografie differenti. La stessa compagnia dichiara di lavorare sulla porosità fra tecniche diverse — dalla danza urbana al balletto e alla contemporanea — e di valorizzare corpi e percorsi spesso lontani dai circuiti istituzionali della danza. È una scelta che sul palcoscenico si traduce in una scrittura fisica riconoscibile: l’energia esplosiva della street dance può trasformarsi in una rotazione quasi ipnotica, il gesto acrobatico lascia spazio a una sospensione delicatissima, una presa diventa improvvisamente un atto di fiducia.

Anche la musica partecipa a questo viaggio fra mondi. Bach incontra le suggestioni della musica sufi e le composizioni di Hamza El Din, nell’esecuzione del Kronos Quartet: Occidente e Mediterraneo, rigore e spiritualità, si sovrappongono senza annullarsi. La partitura accompagna così una coreografia nella quale la ripetizione, il vortice e la circolarità assumono quasi una dimensione rituale.
Alla fine, più che il racconto di un ritorno, Verso Itaca lascia la sensazione di aver assistito a una traversata. Una traversata fatta di corpi, musica, memoria e appartenenze, dove la danza diventa la lingua capace di attraversare ciò che le parole non riescono a dire. E forse è proprio per questo che l’incontro fra Koubi e il Teatro Olimpico appare così riuscito: davanti a una delle più antiche idee di teatro, una compagnia contemporanea ha trovato il modo di parlare del viaggio più antico di tutti con un linguaggio assolutamente presente.

Photo Credit: 1 © Nathalie Sternalski, 2-11 © Roberto De Biasio

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