I N T E R V I S T A
Articolo di Paola Tieppo e James Cook
XY Quartet è una formazione nata nel 2011 e guidata da Alessandro Fedrigo e Nicola Fazzini. Svariate influenze contraddistinguono il repertorio del quartetto che, oltre a farsi contaminare dalle ricerche musicali del ‘900, trae ispirazione da mondi non strettamente sonori come fantascienza, architettura, letteratura e linguistica. Il 29 maggio saranno ospiti del Rosetum Jazz festival. Con questa intervista abbiamo colto l’occasione per approfondire la loro conoscenza e sapere cosa suoneranno a Milano…
Ci raccontate come vi siete conosciuti e com’è nata l’idea di formare un gruppo?
AF: Nicola e io ci conosciamo dai tempi del liceo. Quando avevamo vent’anni studiavamo insieme jazz e improvvisazione. Il mondo era molto diverso allora: c’erano pochi musicisti, pochi spazi, e a volte sembrava quasi di essere dei carbonari. Poi negli anni abbiamo fatto varie esperienze insieme e a un certo punto abbiamo deciso di fondare XY Quartet con l’idea di costruire un gruppo stabile, che potesse durare nel tempo. Una sorta di laboratorio permanente in cui sviluppare alcune idee musicali che condividevamo: un lavoro sulla scrittura, sull’improvvisazione, sul suono del gruppo e su un’identità che non fosse legata solo al jazz in senso stretto.
Come avete deciso chi coinvolgere nel progetto? E a proposito degli strumenti, perché un vibrafono anziché un pianoforte?
NF: Luca Colussi è un batterista versatile, ci conoscevamo da parecchi anni. Saverio Tasca ha un background di musica classica e contemporanea che ben si adatta al nostro repertorio un po’ trasversale. Il fatto di vivere abbastanza vicini ci consente inoltre di provare con la frequenza che riteniamo necessaria a sviluppare la nostra musica. Il vibrafono è inoltre uno strumento a percussione con una interessante dimensione armonica, il cui timbro consente possibilità di scrittura e di dialogo diverse dagli strumenti tradizionali del jazz.
In alcuni progetti ci sono altri artisti, non solo musicisti, che arricchiscono l’ensemble: nasce prima l’idea o la collaborazione?
AF: Non c’è una regola precisa. A volte nasce prima l’idea, altre volte è la collaborazione stessa a suggerire una direzione. Quando abbiamo registrato Orbite, il disco dedicato ai pionieri del volo spaziale, avevamo già in mente di dargli anche una veste multimediale. Con Claudio Sichel, che ha curato la parte video, avevamo collaborato spesso in passato, quindi è stato naturale coinvolgerlo. Per StraborDante, invece, cercavamo una voce molto duttile: qualcuno che potesse cantare, parlare, muoversi tra registri diversi e usare molti timbri. Da questi pensieri è arrivato il nome di John De Leo. Nel caso di QuartettoQuartetto, il disco registrato con quattro percussionisti classici, lo stimolo è arrivato da Saverio Tasca, che stava lavorando con quattro giovani percussionisti suoi allievi al Conservatorio di Vicenza. Quindi ogni progetto ha avuto una genesi diversa, ma in generale cerchiamo sempre collaborazioni che abbiano una necessità reale dentro la musica, non semplicemente un’aggiunta esterna.

Nel 2011 avete fondato anche l’etichetta nusica.org. Quali sono le motivazioni all’origine della sua creazione e qual è la sua filosofia?
NF: Qualche anno prima, credo fosse il 2009, con Alessandro avevamo già avuto la sensazione che fosse necessario fare qualcosa di nuovo e diverso nel panorama del jazz italiano. Da un lato non eravamo soddisfatti delle nostre produzioni discografiche fatte fino ad allora, dall’altro vedevamo nel digitale una possibilità nuova di sviluppo libero della musica. Così abbiamo pensato di produrre i nostri lavori in autonomia concentrandoci sugli aspetti che più ci interessavano: musica originale e con elementi di ricerca, massima diffusione possibile dei contenuti, minimo numero di copie stampate. Ora questo è divenuto prassi ma all’epoca di etichette che comunicavano via social vi assicuro non ce ne erano. Negli anni credo siamo rimasti piuttosto fedeli a questa idea e abbiamo ampliato la nostra attività attraverso l’organizzazione di rassegne, seminari, residenze, includendo nel progetto diversi collaboratori preziosi che consentono a nusica.org di essere qualcosa di più della somma di Nicola e Alessandro, ma la documentazione attraverso 43 dischi prodotti e centinaia di concerti live di una parte del jazz italiano contemporaneo.
Avete pubblicato 6 album, tra i quali un progetto multimediale (5 Astronauts) e una performance con John De Leo ispirata all’Inferno di Dante (StraborDante), siete stati premiati da Musica Jazz, avete suonato praticamente in tutta Europa. Soddisfatti di questi primi 15 anni?
AF: Sì, siamo soddisfatti del percorso fatto. È stato un lavoro portato avanti con grande fatica, ma anche con grande soddisfazione. Siamo quattro musicisti che hanno dedicato molte energie a questo gruppo, e il fatto di essere ancora qui, dopo tanti anni, con una musica che continua a crescere, non è una cosa scontata. Abbiamo suonato molto in Europa, mentre in Italia facciamo più fatica a trovare spazi. A volte ho la sensazione che una parte della programmazione sia molto legata alle mode del momento, e che ci sia meno attenzione per i progetti che lavorano nel tempo su un’identità forte e indipendente. Detto questo, XY Quartet sta andando avanti. Dal vivo lo sento sempre più coerente e vivace: la musica è complessa, ma negli anni è diventata anche più naturale, più libera, più comunicativa. Questa per me è forse la soddisfazione più grande.
La vostra musica è in costante equilibrio tra composizione e improvvisazione. LeXYcon, vostro ultimo album pubblicato lo scorso anno, è caratterizzato da titoli che richiamano mondi fantastici e brani che hanno sempre qualcosa di originale, ancora una volta alla ricerca di nuovi orizzonti sonori. Qual è stata l’idea di fondo per questo lavoro?
NF: Dopo quindici anni di musica insieme abbiamo maturato un nostro idioletto; nei primi dischi l’aspetto della scrittura sperimentale era preponderante. Ora cerchiamo di utilizzare quelle tecniche da un punto di vista più improvvisativo, i processi di maturazione richiedono talvolta tempi lunghi. Inoltre ci siamo divertiti a inventare dei neologismi per descrivere queste composizioni e dei personaggi immaginari e le loro storie parti integranti del nostro processo creativo. Insomma LeXYcon è un percorso narrativo nel quale confluisce la nostra musica.

Cosa c’è all’orizzonte dell’XY Quartet, in particolare a medio e lungo termine?
AF: Esattamente non lo so, e forse va bene così. Negli ultimi anni stiamo suonando in modo nuovo, con più interazione e con una libertà diversa rispetto al passato. Siamo maturati come gruppo e le performance dal vivo sono diventate sempre più giocose, anche se il materiale musicale resta piuttosto complesso. Credo che in questo momento siamo in una fase di ascolto, in attesa di una nuova idea forte da cui far nascere nuove composizioni. Non abbiamo l’urgenza di produrre qualcosa solo per farlo. Preferiamo aspettare che arrivi una direzione chiara, qualcosa che ci costringa di nuovo a spostarci un po’ più avanti.
Cosa dobbiamo aspettarci dal concerto al Rosetum Jazz Festival?
Un gruppo coeso con un suono riconoscibile, ricco di ritmi e colori diversi e una narrativa che pur riferendosi a un linguaggio immaginario e mondi fantastici parla del tempo di oggi o almeno di come noi lo vediamo e viviamo.






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