L I V E – R E P O R T
Articolo di Monica Gullini, immagini sonore di Katia Castignani
Io non so se i La Crus hanno inventato la felicità. Sono certa che l’hanno regalata a me lo scorso sabato 16 marzo al Teatro Sperimentale di Pesaro, prima data del tour. Emozionatissimi come bambini, salgono sul palco accolti da uno scroscio di mani che un po’ li intimorisce. Gli anni non hanno minimamente scalfito il loro affiatamento: uno sguardo reciproco, una mano sullo strumento e l’altra sull’asta del microfono ed ecco iniziare le danze. Le luci si riaccendono pian piano, gli occhi si aprono al suono del temporale de La pioggia, prima traccia del nuovo disco, Proteggimi da ciò che voglio, in uscita per Mescal Records il 22 marzo. Il tempo sembra essersi fermato, la magia resta immutata: osservo le persone intorno a me, guardo Katia, fotografa dell’evento, rimanere a bocca aperta come una bambina che vede la neve per la prima volta. Felice e commossa si muove per la sala e immortala ogni istante, complice il personale del Teatro Sperimentale che ancora ringrazio per averci trattate come due di famiglia. Mauro e Cesare si scambiano occhiate di intesa, si presentano, anche se una band come la loro non ha bisogno di parole: quel “Bentornati!” urlato a pieni polmoni rende l’idea dell’affetto infinito che il pubblico nutre nei loro confronti.

L’arpeggio di chitarra introduce Mentimi, uno dei loro vecchi successi, riletto e ampliato nella formazione dal vivo con Chiara Castello ai cori e alle tastiere, Lezziero Lescigno alla batteria e Marco Carusino al basso e altre corde. Shitstorm attira subito la mia attenzione: dal vivo quel giro di piano è ancora più incantevole, complice il timbro di Joe che cristallizza ogni istante. Chi direbbe mai che quella dolcezza nasconde un odio cieco e ormai radicato nel mondo social? Giovanardi danza quasi sul palco, allarga le braccia come se stesse sognando, come se non ci credesse ancora. Finito il brano si siede sulle scale e confessa divertito che nove mesi prima si è sposato nello stabile accanto, e che Gilberto Santini, presidente dell’Associazione marchigiana Attività teatrali e officiante il rito civile, gli ha proposto di iniziare il tour proprio da Pesaro. La sala esplode in un applauso, lui guarda Cesare alla sua destra, chitarra al collo ed emozione palpabile, e gli fa segno che il momento è arrivato. Il tappeto di archi con il quale hanno scelto di riarrangiare Come ogni volta è un dono sceso dal cielo: è tutto perfetto, il ritmo velocizzato che, rispetto alla versione originale, conferisce al brano un nuovo appeal, Mauro in bilico sulle note alte, i campionamenti di Malfatti che si fondono con l’armonica.

Neanche il tempo di riprendersi dalla commozione che i La Crus calano un altro asso, quella Nera Signora apripista dell’album d’esordio del 1995 che porta il loro nome. Lo giuro, mi si è mozzato il respiro. Per me, che ho ascoltato quel pezzo fino a perdere i sensi, l’esibizione dal vivo, con la voce antica di Joe che si fa strada nei meandri della passione è una cosa che difficilmente dimenticherò. La sei corde si perde tra le atmosfere folk, le percussioni dipingono una terra lontana e la Castello accompagna ai cori il frontman; le sonorità berbere sono il perfetto ponte verso la canzone successiva, Mangia dormi lavora ripeti, un blues contaminato di rock che tanto sa di deserto, solitudine e alienazione. La pandemia ci ha fiaccato al punto tale da non saper più distinguere lavoro e privato, curvi come siamo sui nostri computer in salotto (Corri e competi / dentro una ruota di quattro pareti / come criceti / mangia dormi lavora / ripeti / e poi crepi / dentro l’inferno di un flusso di dati e di reti). Abbiamo perso la passione e la voglia di concedere tempo a noi stessi, col risultato di non saper più riconoscere i segnali che l’ambiente circostante ci offre (Non ti stupire se sei devastato / se sposti il tuo limite sempre più in là / Se un vuoto dentro ti toglie anche il fiato / la vita normale è un passo più in qua: i cambi di posizione di Giovanardi in questo passaggio sono precisi come non mai, mi mandano letteralmente in visibilio).

Altro momento altissimo con Natale a Milano e L’uomo che non hai, con la band che tiene il passo del frontman, avanti e indietro sul palco come il più navigato dei nocchieri: poco prima di introdurre Discronia, nuovo pezzo dell’album, maledice se stesso per aver creato delle melodie troppo serrate. La verità è che guida il suo bastimento senza alcuna esitazione, nonostante lui stesso ricordi di non suonare coi La Crus dal 2008 (sarebbe il 2009 in realtà, ma stavolta lo perdoniamo). Il nuovo brano scorre con venature synth-pop meravigliosamente cesellate dalle tastiere, dai cori della Castello e dal basso in perfetta armonia con batteria e sei corde; La rivoluzione possiede un intro così coinvolgente che tutta la formazione lo segue appassionata. Malfatti, dal suo angolo a sinistra del palco, osserva con fare sornione la scena e se la gode beato, mentre tutto intorno il suo socio duetta con Chiara in un inno di protesta che protesta non è, talmente siamo avvitati su noi stessi e sulle nostre vite dedite alla produttività. Le luci si spengono, restano solo Joe e Cesare, rispettivamente ai propri posti. Un arpeggio di chitarra, un sussurro che diviene radice e albero ed esplode nella potenza di Dentro me, versione acustica che mi strappa una lacrima silenziosa. La sala è immersa in un silenzio spettrale, ogni angolo risuona dei riverberi della voce di Mauro abbandonata alla tristezza mentre canta raggomitolato su se stesso; il groppo in gola dell’inizio è ormai un lontano ricordo e svanisce definitivamente nella dolcezza di Come una nube.

Ci avviamo a passi svelti verso la fine: il pubblico canta Io confesso parola per parola, completamente rapito dalla sua grazia senza pari. “Ma è il brano di Sanremo?” chiede estasiasiata una donna seduta dietro di me ai suoi compagni di viaggio. Unica nota stonata del concerto, il loro chiacchiericcio continuo e il commentare ogni canzone: purtroppo certa gente non capisce che per fare ciò che vuole c’è la poltrona di casa e YouTube. Meno male che i La Crus avanzano ignari di tutto e si abbandonano a quel valzer velocizzato che è Proteggimi da ciò che voglio, traccia che dà il titolo al disco ed è ispirata all’opera dell’artista statunitense Jenny Holzer. La nostalgia per le stagioni trascorse si fa carne e melodia attraverso le liriche di Alex Cremonesi, Giovanardi amplifica il rimpianto per una vita votata al lavoro e alla produttività poggiando ora sulle note basse, ora schiarendo il timbro, fino a confondersi coi violini campionati in sottofondo; l’incitazione al riappropriarsi dei propri spazi vitali si dissolve nella nebulosa Io non ho inventato la felicità. Cambio totale di registro e massimo raccoglimento: Chiara Castello sale e scende sui tasti mentre Rescigno si fa delicato sulla batteria e Carusino sfiora leggero il basso. Di nuovo un corpo celeste in Stringimi ancora, ritorna il passato introdotto dalle corde accennate di Malfatti, protagonista assoluto delle note arabeggianti che seguono, quelle de Il vino, meraviglioso omaggio a Piero Ciampi contenuto nell’album d’esordio. Una voce che esplora le mille tonalità del lamento apre all’elegante cantato del frontman, che si lascia andare al ricordo di anacreontiana memoria e dipinge le infinite sfumature dell’ebbrezza.

Siamo alla conclusione: dopo aver accennato passi di danza sul palco, dopo aver parlato in brianzolo stretto, dopo esser salito in cima a una seggiola e aver idealmente abbracciato gli astanti, Mauro esclama di aver bisogno de L’illogica allegria e la band omaggia Gaber con un dolcissimo tributo. Chissà se si è commosso dietro quegli occhiali scuri che non ha tolto per tutta la durata dello spettacolo: ricorda i nomi dei suoi compagni di viaggio, ringrazia i presenti e, dopo aver chiamato a sé i musicisti si fonde con loro in un abbraccio che diviene un inchino. Il concerto si tramuta in un’autentica festa nel foyer del teatro, dove Joe, Alex e Cesare scambiano quattro chiacchiere con i fan e firmano il vinile di Proteggimi da ciò che voglio, pubblicato in tiratura limitata di cinquecento copie in preorder e disponibile fisicamente solo per la data di Pesaro. Scherzano, ridono e ricordano i concerti della prima ora, salutano con un sorriso e mostrano gratitudine immensa. Non ho avuto il coraggio di chiedere a Giovanardi perché abbia scelto Pesaro per convolare a nozze, ma se da quell’evento è nata la gioia e la felicità che mi hanno regalato oggi, che la loro reunion possa ancora contare cicli e cicli di stagioni lunghissime. Per me, per Katia che ha scattato istantanee stupende, per Sara e Pietro, testimoni di un bellissimo rito che da troppo mancava, per voi che nutrite il desiderio di vederli nuovamente insieme. Sopperite a questa esigenza, piú presto che potete. E riscopritevi, reincarnatevi nei loro meravigliosi pezzi.










Immagini sonore © Katia Castignani





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