R E C E N S I O N E
Recensione di Monica Gullini
Uno sciabordio d’acqua che lascia cadere intorno discorsi e oggetti, in corsi e ricorsi. Inizia così Proteggimi da ciò che voglio, album che segna il ritorno alla vita artistica dei La Crus, band culto degli anni Novanta. Era dal 2005, da Infinite Possibilità, che Cesare Malfatti, Alessandro Cremonesi e “Joe” Ermanno Giovanardi non si riunivano in studio. E dopo quasi due decenni, tornare sulle scene con un disco così delicato e vibrante fa solo venir voglia di metterlo sul piatto e lasciarlo girare all’infinito.

Un tuffo al cuore è il primo brano, La pioggia, quel rumore d’acqua che scorre in sottofondo libero come la poesia, con Mauro splendido nelle note basse sulla chitarra aggraziata di Cesare e i versi preziosi di Cremonesi. Il piano introduce una riflessione profonda sul senso di giustizia e sull’ergersi troppo facilmente a giudici. Le percussioni amplificano i dubbi del protagonista, che si chiede per quale motivo non sappia parlare delle gocce che cadono, attenendosi a quello che conta. Sì, perché piove su tutto, persino sul mare che non ha bisogno di essere bagnato. Dovremmo quindi accogliere anche gli ingiusti, cercando di vedere le cose secondo la loro reale angolazione e tenendo conto che il nostro è solo un punto di vista; chitarra e batteria avanzano delicate secondo un tacito accordo a corredo della voce, che sfuma e si arresta di fronte al cielo, squarciato dalle lacrime e in dissolvenza davanti alla seconda traccia, Mangia Dormi Lavora Ripeti. La sei corde vortica in un ipnotico e inarrestabile blues del deserto (di primo acchito mi è venuta in mente Sette Venniri Zuppiddi di Cesare Basile), filastrocca che rende tangibile il livello di stress accumulato da molti di noi sotto pandemia. Costretti a lavorare da remoto, a un certo punto non abbiamo più saputo (e potuto) separare la vita privata da quella domestica. La canzone pone l’accento sull’aver perso, dal Covid in avanti, qualsiasi tensione emotiva, fino a trasformarci in macchine rudimentali volte a ottenere prestazioni sempre più performanti. Giovanardi prende in mano la sua armonica e in un lacerante quesito alla Lindo Ferretti («Per cosa ti batte il cuore? Per chi ti batte il cuore?», chiedeva senza sosta il leader dei CCCP) traspone in musica il meraviglioso verso di Alex Cremonesi e lo ripete in un ritornello coinvolgente (Ma tu come fai / Non dico l’amore? / Ma tu come fai / a non crollare). Sia Mangia Dormi Lavora Ripeti (un po’ Mangia Prega Ama come il celebre romanzo, un po’ Consuma Produci Crepa, per ritirare in ballo il buon vecchio Ferretti) che Proteggimi da Ciò che Voglio sono gli esempi più alti del La Crus pensiero, sintetizzato in un comunicato che suona come un vero e proprio manifesto poetico: «Nel disco ci sono alcune tematiche ricorrenti come quella del tempo, quella del lavoro, quello dell’angoscia e dello smarrimento sempre più diffusi. Il tutto è permeato dalla percezione di una libertà che è illusoria perché è il modo in cui il dominio neoliberista ci assegna lo status di imprenditori di noi stessi, che ci rende di fatto degli schiavi isolati dagli altri, senza nemmeno più un padrone contro cui poterci ribellare. Un dominio che ci spinge a desiderare cose da cui invece dovremmo proteggerci. La sfida ambiziosa nella stesura dei testi è stata quella di far convivere due elementi che possono sembrare in contraddizione. Avere uno sguardo politico e al tempo stesso poetico. Pericoloso ma intrigante, cercando di sfuggire dalla retorica populista con un approccio interiore e profondo. Cercando di evitare sempre e comunque la declamazione dritta per dritta, urlata dentro ad un megafono. Usando sempre e comunque la parola sussurrata, in punta di penna. Coi doppi sensi e le metafore. Ed è per questo che fra di noi, abbiamo ironicamente coniato un nuovo termine che descrive questo lavoro: Canzoni Polietiche. Politiche, poetiche e soprattutto etiche. Sperando che chi ci ha seguiti fin dai primi lavori, e in questi lunghi anni di assenza ci ha continuato ad ascoltare, insieme ad un nuovo e ipotetico pubblico, possa condividere questa visione, questa crescita e consapevolezza, che possa apprezzare e continuare ad emozionarsi, perché queste nuove canzoni, sono il frutto di lunghe riflessioni e di un sincero amore per la musica. Non sappiamo fare altrimenti. Entrate a guardarvi dentro e intorno insieme a noi».
In un certo qual senso, anche per i La Crus “è inutile parlare d’amore”: la società attuale ci distanzia da tutto ciò che dovrebbe essere immediato e innato, da tutti quei sentimenti che ci elevano al di sopra della mera quotidianità, della schizofrenia e della digitalizzazione. Siamo schiavi di noi stessi e delle nostre inadeguatezze: non a caso la title track ripete più volte la parola “giogo” associandola al lavoro, un termine che sa di sacrificio e sofferenza, perché siamo bestie da tiro alle quali è stato inculcato il concetto di sottomissione, a discapito di ciò che è svago e ozio (Ci manca il tempo dell’attesa / ci manca il tempo del piacere / tempo per la contemplazione / e pure il tempo per una buona azione). È una ballata pop sognante con in sottofondo gli archi, dal ritmo veloce e sincopato, in linea con la frenesia dei nostri tempi. Il titolo sulle prime sembra rimandare all’omonima canzone dei Placebo ma si rifà invece all’opera dell’artista statunitense Jenny Holzer, le cui suggestioni si incarnano a perfezione nel desiderio nostalgico del frontman (Abbiamo un letto / abbiamo un figlio / abbiamo il giogo di un lavoro / abbiamo sole, pioggia e vento / però ci manca / ci manca solamente il tempo). Un bellissimo tappeto di piano accompagna Giovanardi attraverso i sussurri di Shitstorm, traccia nella quale supplica uno sconosciuto di non appellarlo con l’aggressività tipica dei leoni di tastiera; la rete, ci confessano i La Crus, è il mondo nel quale si rifugiano ansie e frustrazioni e subire un attacco di collera senza motivo è ordinaria amministrazione. Tastiere e percussioni si rincorrono e giocano in La rivoluzione, canzone dal sapore synth – pop alla quale Vasco Brondi aggiunge il suo prezioso contributo; non può esserci rivolta senza un interlocutore disposto a protestare, ci racconta la band. Il dominio neoliberista ha azzerato qualsiasi libertà e annullato a sua volta resistenza e rivoluzione, la settimana lavorativa scandisce i tempi della vita quotidiana, compresi quelli della mancata opposizione. L’approccio della canzone, serio e giocoso, è ben riassunto dallo spoken del filosofo Slavoj Zizek contenuto nel brano: «Penso ancora che si possano fare entrambe le cose: che si possa essere divertenti e allo stesso tempo molto seri».
Io non ho inventato la felicità è un sogno dolcissimo trasportato dal piano e dalla timbro magnetico di Joe che si posa leggiadro sopra ogni cosa; una voce femminile introduce il pezzo e Giovanardi la segue sfoderando note basse in posizione perfetta. Alle mie orecchie è arrivata una sottile tristezza di fondo, come quando si è di fronte all’effimero che non porta mai con sé cose buone; è una ninna nanna dolorosa e senza speranza alcuna, voltata a osservare un passato che non può tornare. Apparente leggerezza in Discronia, ballata pop incentrata sul vivere fuori tempo che la produttività impone. Inadeguati a condurre un’esistenza dettata da schemi e ritmi serrati ci lasciamo assalire da paure e angosce, consapevoli di dover tacere anche di fronte alla morte, simbolo della fine del ciclo produttivo ed emblema dell’inutilità dell’essere umano (la vita non è più tenuta dentro me / figuriamoci la morte / chissà se ancora c’è). Sono stato anch’io una stella viene direttamente dallo spazio elettronico per poi crescere nel ritmo a colpi di percussioni: Joe dipinge la vita di un corpo celeste ormai spento, invitando l’ascoltatore a considerare lo scorrere degli anni secondo i dettami dell’Universo. «Vi ho visti tutti passare / uno a uno», recita Giovanardi, per poi abbandonarsi a un leggero cantato che dispiega il vero senso del brano, l’importanza di amare nell’arco di una esistenza così breve come quella terrena. Chiudono il disco i rifacimenti di due grandi successi del passato, Io confesso, in duetto con Carmen Consoli, e Come ogni volta, impreziosita dai toni caldi di Colapesce e DiMartino.

Un gradito, graditissimo ritorno quello dei La Crus: una band in grande spolvero sia dal punto di vista delle liriche, analitiche, affilate e mai feroci, lucide di una vivida patina poetica, sia dal punto di vista strumentale. Sembra ieri, quando ascoltavamo Cesare e le sue meravigliose corde pizzicate e sognavamo di fronte alla voce di Joe ora calda come la brezza estiva, ora travolgente come il mare in tempesta. Sembra ieri, invece è oggi.
Con un album decisamente più pop nelle atmosfere e nelle sonorità i La Crus si riaffacciano sul mondo senza la pretesa di colmare le stagioni trascorse nel mezzo. C’è ancora l’amore, c’è ancora la vita e il suo splendido fulgore ma tutto è ottenebrato e reso sfocato da un mondo caleidoscopico che mette una distanza siderale tra cuore e profitto. Siamo merce e non ce ne accorgiamo, siamo schiavi di noi stessi e delle nostre paure al punto tale da esserci condannati alla siccità sentimentale.
Riappropriamoci dei nostri spazi, del nostro sentire. Convinciamoci dell’urgenza di compiere buone azioni e risvegliamoci dal torpore. E se quel che vogliamo sono quattro mura all’interno delle quali sparire con il nostro io atrofizzato, che vengano a salvarci e a proteggerci. I La Crus sono i candidati ideali. Un consiglio? Andate a vederli in una delle date del tour che a breve annunceranno. Io ho assistito al loro primo live a Pesaro lo scorso 16 marzo, e tutto ciò di cui vi ho parlato l’ho ascoltato col mio cuore e visto con i miei occhi. Questa, però, è un’altra storia che non tarderà a farsi inchiostro.
Tracklist:
01. La Pioggia
02. Mangia dormi lavora ripeti
03. Proteggimi da ciò che voglio
04. Shitstorm
05. La Rivoluzione feat. Slovoj Žižek & Vasco Brondi
06. Io non ho inventato la felicità
07. Discronia
08. Sono stato anch’io una stella
09. Io Confesso feat. Carmen Consoli (Bonus Track)
10. Come ogni volta feat. Colapesce Dimartino (Bonus Track)




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