T E A T R O


Articolo e fotografie di Rossana Ghigo

‘N Ram Sèch (Un ramo secco) è una commedia brillante in due atti in dialetto piemontese scritta da Massimo Torrelli e portata in scena dalla Nuova Filodrammatica Carrucese. Ambientata negli anni ’80, racconta le vicende comiche di un capostazione e la sua famiglia in una piccola stazione di Langa. Dalle vive parole di Massimo ne ricaviamo l’idea e lo spaccato autentico di vita e paesaggio che l’hanno originata: «Negli anni ’80, per recarmi al lavoro, prendevo tutti i giorni il treno alla stazione di Carrù e perciò avevo modo di gettare uno sguardo sulle piccole stazioni che si incontravano durante il percorso fino a Ceva e sulla vita che vi si svolgeva. Una di queste, in particolare, attirava la mia attenzione per la simpatia che provavo per le persone che la gestivano e qualche anno dopo pensai di scrivere questa commedia ispirandomi a ciò che vedevo dal finestrino del treno durante le fermate».

«La commedia è appunto ambientata nella piccola stazione ferroviaria di Roccacigliè sulla linea Bra-Ceva, linea che non esiste più perché spazzata via dall’alluvione del ’94. Roccaciglié è un piccolo paesino abbarbicato sulle colline che si affacciano sul fiume Tanaro, ai confini tra la bassa Langa, ricca e famosa per la produzione dei grandi vini piemontesi, e la Langa montana più povera perché meno vocata a tali produzioni, ma bella e selvaggia. Queste piccole stazioni erano spesso gestite da così detti assuntori, a volte una intera famiglia, incaricati della loro gestione, che ne abitavano i locali garantendo presenza continua e manutenzione e che spesso approfittavano a proprio vantaggio dei piccoli appezzamenti di terra annessi alla stazione stessa. La cosa veniva tollerata perché, se la stazione ci perdeva un po’ sul piano istituzionale, ci guadagnava in colore e calore umano. Oltre che al proprio ruolo primario spesso fungevano anche da ruolo di ritrovo e aggregazione per gli abitanti della zona, che peraltro dovevano anche farsi un bel pezzo di strada per raggiungerle, dato che si trovavano piuttosto lontano dal paese, sul fondovalle».

«Un piccolo mondo antico che andò sparendo a partire dagli anni ’80, quando si cominciò a parlare della dismissione o automazione delle piccole stazioni che non rendevano più in termini economici e di numero di utenti, ma che erano state per tanti anni anche un luogo di riferimento per gli abitanti del paese. Oggi quella piccola stazione c’è ancora, vicino alla strada di fondovalle, sommersa oramai dalla vegetazione e quasi invisibile ai più, ma non a me che non posso fare a meno di rallentare quando le passo di fianco, come faceva il treno che spesso non si fermava nemmeno, ma riduceva la velocità, forse per permettere ai pochi passeggeri di rivolgere un saluto alla moglie del capostazione che stava sul marciapiede, col cappello da ferroviere messo di sghimbescio e le mani ancora sporche di farina perché stava facendo le tagliatelle nella piccola cucina della stazione».

«La commedia getta uno sguardo, di pura fantasia, sulle dinamiche famigliari di questa stazione, su usi e tradizioni che ancora resistevano in zona come quella dei cosiddetti bacialè, i procuratori di matrimoni che facevano da intermediari tra le ragazze del sud desiderose di sposarsi e trasferirsi al nord ed anche su virtù e vizi tipicamente italiani come quelli delle piccole regalie per ottenere raccomandazioni, raccontando di vicende e personaggi di mia invenzione, anche se ispirati alla realtà, che hanno l’ambizione di descrivere un piccolo mondo antico che non esiste più ma che, a noi di una certa età che lo abbiamo vissuto, scomparendo, ha lasciato un lieve retrogusto di nostalgia».

Le compagnie teatrali dialettali rappresentano una delle espressioni più autentiche e radicate della cultura popolare italiana. In particolare, in Piemonte esse affondano le proprie radici in una tradizione secolare fatta di oralità, memoria collettiva e forte identità territoriale. Il teatro in lingua piemontese non è soltanto intrattenimento: è un mezzo di conservazione linguistica, un archivio vivente di usanze, valori e modi di pensare che rischierebbero altrimenti di scomparire. Già tra Ottocento e primo Novecento le compagnie teatrali dialettali rappresentano una delle espressioni più autentiche e radicate della cultura popolare italiana. Nascono numerose filodrammatiche nei piccoli centri e nelle città, spesso legate a circoli culturali, parrocchie o associazioni operaie. Queste compagnie sono composte da attori non professionisti, ma profondamente legati al proprio territorio, capaci di portare in scena storie di vita quotidiana, satire sociali e commedie brillanti in dialetto. Il pubblico si riconosce in questi personaggi, in quelle situazioni familiari, in quel linguaggio vivo e immediato. Nel secondo dopoguerra, con l’avvento della televisione e il progressivo spopolamento delle campagne, molte di queste realtà attraversano un periodo di crisi. Tuttavia, proprio in risposta a questi cambiamenti, il teatro dialettale piemontese ha saputo reinventarsi, mantenendo viva la propria funzione sociale. Le compagnie hanno iniziato a strutturarsi meglio, partecipando a rassegne, festival e circuiti regionali, creando una rete culturale solida e appassionata.

In questo contesto si inserisce la nascita della Nuova Filodrammatica Carrucese, una realtà recente ma già significativa nel panorama locale. Fondata con l’intento di recuperare e valorizzare il dialetto e le tradizioni del territorio di Carrù e dintorni, la compagnia rappresenta un ponte tra passato e presente. I suoi membri, spesso giovani affiancati da attori più esperti, condividono una visione comune: mantenere vivo il teatro dialettale, ma con uno sguardo attento alla contemporaneità. Si distingue per la cura dei testi, spesso originali o rielaborazioni di commedie tradizionali, e per la cura dell’ambientazione grazie anche agli oggetti presenti selezionati con cura e attenzione proprio per portare lo spettatore veramente nell’ epoca della scena. Le storie raccontate riflettono la vita di paese, con i suoi ritmi, i suoi conflitti e le sue ironie, ma non mancano spunti attuali che permettono al pubblico di oggi di sentirsi coinvolto.  Il dialetto, lungi dall’essere una barriera, diventa un elemento di forza espressiva, capace di trasmettere sfumature emotive uniche.

Il valore di queste esperienze va oltre il singolo territorio. In tutta Italia, i dialetti rappresentano un patrimonio linguistico straordinario, frutto di secoli di storia, contaminazioni e tradizioni locali. Ogni dialetto racchiude una visione del mondo, un modo unico di nominare le cose, di esprimere emozioni e di raccontare la realtà. La loro progressiva scomparsa significherebbe perdere una parte fondamentale dell’identità culturale del Paese. Per questo, mantenere vivi i dialetti non è un gesto nostalgico, ma un atto di tutela culturale.  Negli ultimi decenni, in molte regioni italiane, sono nate iniziative concrete e spesso molto dinamiche per preservare queste lingue.

In Veneto, ad esempio, il teatro in dialetto continua a essere una presenza fortissima, sostenuta da festival locali e compagnie storiche che portano in scena commedie brillanti e testi contemporanei. In Lombardia e in Liguria, accanto alle filodrammatiche, si sono sviluppati progetti di raccolta e digitalizzazione di racconti popolari, detti e vocaboli, spesso promossi da associazioni culturali e università. Nel Centro Italia, regioni come la Toscana e le Marche valorizzano i dialetti attraverso rassegne teatrali, concorsi di poesia vernacolare e pubblicazioni dedicate. In molte scuole vengono proposti laboratori didattici per avvicinare i più giovani alle parlate locali, non come alternativa all’italiano, ma come complemento identitario. Nel Sud, dove i dialetti sono ancora molto vivi nell’uso quotidiano, la valorizzazione passa anche attraverso la musica, il cinema e la televisione. In Campania, Sicilia e Puglia, artisti e compagnie teatrali utilizzano il dialetto per raccontare storie contemporanee, dimostrando come queste lingue siano perfettamente in grado di esprimere la modernità. Anche qui, il teatro dialettale resta un punto di riferimento, capace di unire generazioni diverse.

Un ruolo importante è svolto anche dalle istituzioni locali e regionali, che in alcuni casi riconoscono ufficialmente i dialetti come patrimonio culturale da tutelare. Nascono così finanziamenti, archivi linguistici, corsi di formazione e collaborazioni tra enti pubblici e associazioni. Parallelamente, il mondo digitale ha aperto nuove possibilità: blog, podcast, canali social e video online contribuiscono a diffondere e rendere accessibili i dialetti anche al di fuori dei contesti tradizionali.

Il teatro, però, resta uno degli strumenti più potenti. Portare il dialetto sul palco significa dargli voce, corpo e presenza. Significa renderlo esperienza viva, capace di emozionare e coinvolgere. Un aspetto fondamentale del lavoro della filodrammatica Carrucese è anche quello educativo e comunitario. La compagnia coinvolge attivamente la popolazione locale, promuovendo laboratori, letture e momenti di incontro. In questo modo, il teatro non è solo spettacolo, ma diventa uno spazio di condivisione e crescita culturale, dove anche le nuove generazioni possono riscoprire e appropriarsi della propria lingua d’origine. Incarna perfettamente lo spirito delle compagnie dialettali piemontesi: passione, identità e resilienza. In un’epoca in cui la globalizzazione tende a uniformare linguaggi e culture, realtà come questa dimostrano quanto sia importante preservare le proprie radici, reinventandole con creatività e impegno. Il lavoro non è solo artistico, ma profondamente sociale: custodire la memoria, dare valore al presente e garantire un futuro alle lingue e alle tradizioni che definiscono la ricchezza culturale italiana. L’attività dei componenti della Nuova Filodrammatica Carrucese, svolta in forma di volontariato, collabora con numerose associazioni come Girotondo di Mondovì e il gruppo Aido di Ceva e offre al Corriere di Carrù, con altre associazioni del Paese, il patrocinio per l’organizzazione del concorso di poesia Carrù porta d’la Langa.

Lo spettacolo è un classico della comicità locale che celebra la vita di paese e le tradizioni piemontesi. La trama si sviluppa attorno a una galleria di figure pittoresche, a partire da Osvaldo Calandri, capostazione interpretato dallo stesso Massimo Torrelli, affiancato da Cecilia Costamagna nel ruolo della moglie Maria. Completano il nucleo familiare Anna (Cinzia Corino) e la giovane Francesca (Francesca Torrelli). Intorno a loro ruotano altri personaggi emblematici della vita di paese: il messo comunale Luca Randazzo (Roberto Ferrua), il parroco Don Combina (Giancarlo Quirici), il capotreno Pino Abete (Fabrizio Gaiero), fino all’Onorevole Barroero (Elvio Agaccio) e Guidobaldo Cotti Farina (Emanuele Quirici). Il cast si arricchisce inoltre della presenza di Giovanna Roncagliolo e Carla, interpretate rispettivamente da Cecilia Costamagna e Tiziana Costamagna, oltre a Nerina Toccaferri, ancora affidata a Francesca Torrelli. La regia tecnica è curata da Giorgio Pellegrino, mentre collaborano alla realizzazione dello spettacolo Gianfranco Ricolfo e Antonella Morra.

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