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Linda May Han Oh

Joe Lovano & Dave Douglas Sound Prints – Other Worlds (Greenleaf Music, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

La presenza di Wayne Shorter aleggia come un nume tutelare sul lavoro dei Sound Prints di Joe Lovano e Dave Douglas. Dopo le prime due prove, una dal vivo nel 2015 – Live at Monterey jazz festival – e la seconda in studio – Scandal – del 2018, la coppia ritorna sugli scudi con un lavoro in cui, pur non essendoci brani di Shorter, restano comunque evidenti le sue “impronte sonore”. Le orme del celebrato sassofonista del New Jersey sono infatti lo strumento valoriale con cui il quintetto continua a misurarsi. Non è certo da intendersi, tutto ciò, come una sorta di competizione e nemmeno come un semplice omaggio. Si tratta invece, per Lovano e Douglas, di rimescolare le proprie energie creative sotto l’egida ispiratrice di Shorter. L’intento è quello di sviluppare e proseguire parte della sua filosofia aggiungendovi una personale visione esecutiva per ottenere musica originale ma in linea con il percorso già tracciato dall’anziano maestro. A dirla tutta, la genesi di questo quintetto non è per nulla improvvisata. Lovano col sax, Douglas con la sua tromba e il batterista Joey Baron si conoscono da una vita e hanno già suonato insieme diverse volte nel ventennio tra i ’70 e gli ’80. La contrabbassista Linda May Han Oh, molto apprezzata nell’ambiente dei più grandi jazzisti americani, l’avevamo già segnalata su queste pagine per la sua quadrata collaborazione in Uneasy con Vijay Iyer. Infine l’apporto del pianista Lawrence Fields, conosciuto da Lovano quando ancora era studente alla Berklee, completa la formazione di questo ultimo lavoro Other worlds.

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Vijay Iyer – Uneasy (ECM Records, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Mette quasi soggezione parlare di Vijai Iyer. Laureato in matematica e fisica alla Yale, insegnante ad Harvard, ha condotto e pubblicato studi sulla psicologia cognitiva che riguardano nello specifico la capacità psico-fisica di comprendere e reagire ai vari linguaggi musicali. Insignito nel 2013 del prestigioso premio “Mc Arthur Genius Grant” che come suggerisce la denominazione non è un riconoscimento dato a chicchessia, Iyer è arrivato, con questo Uneasy, al ventiquattresimo disco da titolare, più una quarantina e passa di collaborazioni, partiture e composizioni sinfoniche di stampo classico ed elettronico eseguite anche da altri musicisti e orchestre sparse nel mondo. Dulcis in fundo, Iyer è un pianista jazz di eccezionale levatura e qui non temo di esagerare affermando che ci si trova di fronte a un vero e proprio genio. Nato ad Albany da genitori indiani di etnia dravidica Tamil, Vijai ha cinquant’anni e ha trascorso una vita piena di soddisfazioni professionali colma di premi e riconoscimenti internazionali. Però, in base alla legge dell’ambivalenza che caratterizza l’esistenza umana, una stella che brilla finisce per essere oggetto d’invidia, un disvalore ahimè molto diffuso soprattutto tra quelli che vivono come una dolorosa frustrazione il successo degli altri. Quindi il nostro ha dovuto subire una certa malevolenza non solo da una parte anche importante della critica musicale statunitense ma soprattutto da diversi gruppi di suoi colleghi musicisti. Le accuse? La non conoscenza della tradizione nera americana, l’essere un musicista freddo ed eccessivamente “matematico”, come se il suo corso di studi avesse potuto condizionarlo rigidamente nel suo approccio creativo ed esecutivo. Nessuna di queste critiche rancorose può definirsi azzeccata.

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Pat Metheny – From this place (Nonesuch Records, 2020)

R E C E N S I O N E


Recensione di Mario Grella

Lo scorso mese di agosto Pat Metheny ha compiuto 65 anni, Me ne sono ricordato oggi mentre ascoltavo il suo ultimo lavoro che si intitola From This Place, sulla cui copertina campeggia la foto di una minacciosa tromba d’aria in una prateria. Ecco, forse la musica di Pat potrebbe essere definita così, una tromba d’aria ma “gentile” in una prateria; uno sconvolgimento programmato, minuzioso, mai invasivo. Occorre ascoltarlo con grande attenzione, meglio se dal vivo, lui non ha mai amato troppo lo studio di registrazione, prova ne è la distanza di cinque anni dall’ultimo lavoro in studio. 

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