R E C E N S I O N E


Recensione di Mario Grella

Lo scorso mese di agosto Pat Metheny ha compiuto 65 anni, Me ne sono ricordato oggi mentre ascoltavo il suo ultimo lavoro che si intitola From This Place, sulla cui copertina campeggia la foto di una minacciosa tromba d’aria in una prateria. Ecco, forse la musica di Pat potrebbe essere definita così, una tromba d’aria ma “gentile” in una prateria; uno sconvolgimento programmato, minuzioso, mai invasivo. Occorre ascoltarlo con grande attenzione, meglio se dal vivo, lui non ha mai amato troppo lo studio di registrazione, prova ne è la distanza di cinque anni dall’ultimo lavoro in studio. 

Poi, riuniti quattro musicisti di prim’ordine e una bella orchestra, senza nessuna prova, ha registrato una dietro l’altra le dieci inedite composizioni di questo album, poco vistoso, ma molto intenso, come lo è tutta la sua musica, anche se ne esce un Pat Metheny trasmigrato in qualche cosa di molto, molto lontano dalle origini. Se c’è qualcosa che caratterizza fortemente questo disco, è sicuramente la “completezza” più che la “complessità”. Il “vecchio” Pat come il “vecchio” Boss dell’ultimo lavoro, “Western Stars”, sembra non voler farsi mancare nulla. Lo si coglie pienamente nel brano che dà il titolo all’album, “From This Place”, con la voce soavemente intensa di Meshell Ndegeocello che rapisce, incanta e sembra essere uno scrigno, che contiene la melodia in punta di chitarra di Pat. Ma anche gli altri brani mostrano una orchestrazione completa, qualche volta maestosa, con tanto di sezione di archi, quasi sinfonica, inimmaginabile nel Pat Metheny di qualche decennio fa.
Certo ci sono brani in cui la chitarra di Metheny, “è il brano stesso”, basta ascoltare “Sam River”, dove come un funambolo, Pat, oscilla appeso al suo strumento e tutto il resto sembra essere solo una ricca cornice sonora, ma anche pezzi quali per esempio “America Undefined” dove l’orchestra (perché di questo si tratta), sembra vivere una vita parallela a quella dei grandi assoli della sua chitarra. In altri brani, sembra che Pat abbia deciso di farsi quasi da parte, per far emergere altri suoni ed altri musicisti, come in “The Past in Us”, brano pregno della malinconicissima armonica di Gregoire Maret (ma si sa che il passato è sempre fonte di malinconie esistenziali). Lavoro vasto, di ampio respiro, ma forse un po’ troppo onnicomprensivo, direi “ecumenico”, soprattutto nei pezzi dove la chitarra di Pat lascia volontariamente la scena ad una “musica per orchestra”, che tende a diventare musica come tante altre. Eppure Pat Metheny ha dichiarato che questo è l’album che ha sognato di realizzare per una vita intera. Resto perplesso, in questo caso, poiché, o non lo avevo compreso prima oppure non lo comprendo ora. Naturalmente i musicisti sono di prim’ordine con Antonio Sanchez alla batteria, Linda May Han Oh al basso, Gwilym Simcock al piano, accompagnati e sostenuti dalla Hollywood Studio Symphony, condotta da Joel McNeely. Aggiungiamoci, come ho già ricordato Meshell Ndegeocello (voce), e ancora Gregoire Maret (armonica) e Luis Conte (percussioni). Dimentichiamoci il Pat vecchia maniera, così come il Boss scamiciato: è tempo di mettere la testa a posto…

Tracklist:
01. America Undefined
02. Wide and Far
03. You Are
04. Same River
05. Pathmaker
06. The Past in Us
07. Everything Explained
08. From This Place
09. Sixty-Six
10. Love May Take Awhile