R E C E N S I O N E
Recensione di Mimmo Stolfi
Un sassofono tenore e un contrabbasso sembrerebbero costituire un organico insufficiente per affrontare un repertorio tanto carico di storia. Manca uno strumento armonico, la batteria e quella trama intermedia che permette agli improvvisatori di prendere tempo o lasciare ad altri il compito di tenere insieme il brano. In Beneath Lifted Skies, Linda May Han Oh e Melissa Aldana trasformano questa esposizione in una risorsa. Ogni nota modifica l’equilibrio del brano e ogni pausa costringe l’altra musicista a decidere se occuparla, prolungarla oppure accentuarne il vuoto.

Oh e Aldana arrivano all’incontro da percorsi lontani e saldamente intrecciati alla scena newyorkese. Oh, nata in Malesia e cresciuta nell’Australia occidentale, ha suonato con Pat Metheny, Vijay Iyer, Joe Lovano e Dave Douglas, mentre nei propri dischi ha sviluppato una scrittura sempre più complessa, capace di accogliere ensemble jazzistici e strumenti ad arco. Aldana, cilena, trasferitasi a New York nel 2009, ha costruito intorno al tenore una musica dall’andamento obliquo, nella quale la padronanza tecnica rimane subordinata alla ricerca del colore e alla direzione del racconto. Avevano già condiviso alcune esperienze, senza però maturare la familiarità rassicurante di una collaborazione abituale.
Il programma comprende composizioni di Parker, Powell, Monk, Mingus, Shorter, Coltrane, Sam Rivers, Gigi Gryce, Herbie Hancock e Billie Holiday. Un canone imponente, affrontato evitando sia la deferenza sia il desiderio di dimostrare a ogni costo la propria modernità. Nella loro lettura gli standard tornano a essere strutture mobili, aperte a deviazioni ritmiche e bruschi svuotamenti. Il titolo allude ai musicisti che hanno «sollevato il cielo», ampliando lo spazio disponibile per chi sarebbe venuto dopo. Oh e Aldana si muovono sotto quel cielo senza sentirlo come un soffitto.
Il primo vero banco di prova arriva con Anthropology, lanciata a una velocità che lascia pochissimo margine d’errore. Tema e passaggi all’unisono scorrono con una naturalezza che rischierebbe di far dimenticare quanto sia difficile mantenere chiarezza e swing in un duo simile. Il contrabbasso sostiene e commenta, talvolta anticipando la direzione del tenore. Aldana attraversa la pulsazione senza limitarsi a galleggiarvi sopra. Ancora più riuscita appare Hallucinations di Bud Powell, eseguita a un tempo meno precipitoso. Gli unisoni si alternano a zone nelle quali le due linee acquistano indipendenza e tornano poi a incontrarsi. La tecnica emerge attraverso la qualità degli incastri, mai come esibizione separata dal discorso musicale.
Cambia il disegno, più che il grado di difficoltà, quando le due affrontano 26-2, costruita da Coltrane sulle trasformazioni armoniche di Confirmation. Oh può ridurre la pressione e lasciare che Aldana attraversi la sequenza degli accordi, quindi riprendere il dialogo mediante brevi scambi di frasi. Introspection di Monk le conduce verso un’altra concezione del tempo, più elastica e attraversata da improvvise accelerazioni. Aldana vi trova uno dei suoi momenti migliori: lascia scorrere l’assolo con un’apparente indolenza prima di serrarne il passo. Anche Social Call di Gigi Gryce conserva la grazia melodica della composizione, sostenuta da uno swing leggero che evita di irrigidirla in un reperto d’epoca.

Dopo tanta mobilità ritmica, I’ll Be Seeing You e Duke Ellington’s Sound of Love rallentano il corso del disco e portano in primo piano il timbro di Aldana. Nel primo brano il tenore si fa arioso, con le note piegate e trattenute; qualche eco di Ben Webster affiora senza trasformarsi in imitazione. L’omaggio di Mingus a Ellington procede ancora più lentamente. Il suono acquista grana, quasi peso fisico, mentre il contrabbasso accompagna la melodia con discrezione e insieme la orienta. L’assenza del pianoforte lascia esposte le implicazioni armoniche del brano, spetta alle due musiciste suggerirle attraverso la direzione delle linee, fidandosi anche di quanto l’ascoltatore è in grado di ricostruire.
Proprio la rarefazione che rende persuasive molte di queste letture mostra qualche limite in Dance Cadaverous e Cyclic Episode. Le tensioni interne delle composizioni di Shorter e Rivers perdono parte della loro evidenza. Rimangono interessanti il modo in cui Aldana incrina l’intonazione nel valzer di Shorter e il lavoro di Oh sui pattern in Cyclic Episode, dove ottave scandite e frammenti di walking bass modificano continuamente la base ritmica. Sono letture meno immediate, forse anche meno risolte, che mostrano quanto il duo sia disposto a rischiare con materiali già fortemente caratterizzati.
A metà del programma, il repertorio lascia spazio a tre creazioni istantanee: Infinite, Resolve e Shoulder to Shoulder. La separazione tra scrittura e improvvisazione perde presto importanza, poiché restano identiche l’attenzione alla melodia e la capacità di imprimere una direzione al brano. Infinite cresce su pedali ipnotici e brevi figure del tenore, Resolve si addensa progressivamente, fino all’ostinato del contrabbasso che ne prepara la conclusione. In questi episodi l’ascolto reciproco appare persino più eloquente della sintonia mostrata nei temi all’unisono. Nessuna delle due tenta di controllare da sola il percorso, ogni risposta suggerisce la mossa successiva e orienta l’improvvisazione.
Beneath Lifted Skies mostra quanto siano diventate sterili le vecchie contese tra custodi della tradizione e partigiani dell’avanguardia. Per Oh e Aldana, Parker, Monk, Rollins, Shorter, Sam Rivers e Henry Threadgill appartengono a una storia che può essere attraversata in molte direzioni. Gli standard e l’improvvisazione libera condividono lo stesso disco perché nascono dalla medesima disciplina dell’ascolto. La tradizione coincide allora con un insieme di possibilità ancora disponibili. Il duo ne misura l’ampiezza esponendosi al rischio di suonare senza protezioni, sotto un cielo che altri hanno contribuito ad alzare e che continua a spostarsi.
Tracklist:
01. Anthropology (Charlie Parker + Dizzy Gillespie)
02. Hallucinations (Bud Powell)
03. Improvisation: Infinite (Linda May Han Oh + Melissa Aldana)
04. Duke Ellington’s Sound of Love (Charles Mingus)
05. Cyclic Episode (Sam Rivers)
06. The Sorcerer (Herbie Hancock)
07. Dance Cadaverous (Wayne Shorter)
08. 26-2 (John Coltrane)
09. I’ll be Seeing You (Sammy Fain + Irving Kahal)
10. Social Call (Gigi Gryce + John Hendricks)
11. Improvisation: Resolve (Linda May Han Oh + Melissa Aldana)
12. Introspection (Thelonious Monk)
13. God Bless the Child (Billie Holiday + Arthur Herzog)
14. Improvisation: Shoulder to Shoulder (Linda May Han Oh + Melissa Aldana)
15. Winter (Linda May Han Oh)
Photo © Shervin Lainez






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