R E C E N S I O N E


Recensione di Mimmo Stolfi

Tra armonia e rischio: il ritorno radicale di Linda May Han Oh.

Con Strange Heavens la bassista malese riscrive le regole del trio jazz, affiancata da Ambrose Akinmusire e Tyshawn Sorey. Un disco intenso, narrativo, senza compromessi.
Il vuoto lasciato dall’assenza di uno strumento armonico non è mai davvero vuoto, è piuttosto uno spazio che pretende coraggio, intuito e ascolto profondo. Strange Heavens, il nuovo album della bassista e compositrice Linda May Han Oh, abbraccia questa sfida con una lucidità disarmante, affidandosi a due partner d’eccezione: Ambrose Akinmusire alla tromba e Tyshawn Sorey alla batteria. Dodici tracce che intrecciano lirismo e abrasione, geometrie ritmiche e tensioni melodiche, in un equilibrio sempre precario e sempre fertile.

Tre musicisti posano insieme in un ambiente buio: a sinistra, un uomo di grandi dimensioni con barba e giacca nera; al centro, una donna con una maglietta a strisce bianche e nere, con trucco marcato e sguardo intenso; a destra, un uomo con cappellino e maglione scuro, in posizione rilassata.

Il titolo suona come un ossimoro e racconta bene la poetica del progetto: un cielo “strano” ma luminoso, fatto di aperture liriche e improvvise fratture ritmiche. L’ingresso è affidato a Portal, un varco sonoro ispirato allo stress dei social media: il basso ostinato pulsa come una vena in tensione, la tromba cesella frasi che tagliano l’aria, mentre la batteria frantuma il tempo in traiettorie mobili. È una dichiarazione d’intenti: musica che vive nel presente, ma senza compiacimenti.
Il cuore dell’album alterna fiammate nervose – Living Proof, dedicata alla madre di Oh, vibra di energia punk filtrata dal jazz contemporaneo – a spazi più raccolti come Acapella, dialogo intimo tra tromba e basso. La suite informale che comprende Home, Paperbirds, Folk Song e Work Song prende spunto dalla graphic novel The Arrival di Shaun Tan: sono miniature di spaesamento e memoria, scolpite in tempi obliqui e melodie che sembrano dissolversi nell’aria.
C’è anche un lato fisico e groove-driven, che esplode in Noise Machinery, un vortice che mescola funk, rock e astrazione senza mai perdere il filo. E quando il trio rende omaggio a due icone – Geri Allen con Skin e Melba Liston con Just Waiting – lo fa con lucidità poetica, trasformando la storia in respiro contemporaneo.

La chimica tra i tre è vertiginosa: Akinmusire, maestro del non detto, alterna soffi diafani e squillanti fenditure; Sorey scolpisce il tempo con accenti imprevedibili, talvolta sospingendo, talvolta frantumando; Oh, centro di gravità e mente compositiva, espande il linguaggio del basso fino a renderlo strumento totale.
Strange Heavens non si limita a riproporre la tradizione del trio: la reinventa, la sfida, la trascina in un territorio di libertà consapevole. Un album rigoroso e visionario, che conferma Linda May Han Oh come una delle voci più incisive del jazz di oggi. Senza dubbio, uno dei dischi dell’anno.

Tracklist:
01. Portal (4:59)
02. Strange Heavens (4:49)
03. Living Proof (4:15)
04. Acapella (3:28)
05. The Sweetest Water (4:00)
06. Noise Machinery (5:27)
07. Home (2:47)
08. Paperbirds (4:38)
09. Folk Song (3:43)
10. Work Song (3:12)
11. Skin (2:47)
12. Just Waiting (4:03)

Photo © Shervin Lainez


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