R E C E N S I O N E
Recensione di Mario Grella
Ci sono dischi che sono pianeti a sé stanti, anche se i pianeti a sé stanti, sono sempre parte di un tutto che potremmo definire “l’universo musicale”. Il nuovo disco di Alexander Hawkins (Intakt Records) è una creatura piuttosto complessa dal punto di vista musicale, ma anche da quello semantico. Basta dare un’occhiata alla cover del disco e provare a leggerne il titolo ovvero No Nation But Imagination: per leggerlo però occorre ruotare di 180 gradi la copertina poiché No Nation è scritto in un verso e But Imagination al contrario, in modo da far coincidere parzialmente la parte finale del termine “imagi/nation” con il termine “nation”. Una raffinatezza grafica e di lettering di non poco conto e che, a mio modo di vedere, mette sull’avviso l’ascoltatore che il percorso che lo attende è di un certo impegno. Concettualmente poi il titolo espone già un programma musicale, ma forse anche una visione del mondo, e non solo del mondo musicale. Mi voglio sbilanciare intuendo, nella lettura di questo titolo, anche una dichiarazione non casuale in questi tempi di prepotenti nazionalismi e sovranismi.

Dopo la (non) doverosa premessa, lasciamoci andare all’ascolto. A far compagnia ad Alexander Hawkins al pianoforte ci sono la flautista Nicole Mitchell, il genio dell’elettronica Matthew Wright, l’arpista gallese Rhodri Davies e il batterista Hamid Drake. Chi conosce Alexander conosce bene la sua innata curiosità per le sonorità non stereotipate, sia del suo strumento, sia delle possibilità che hanno strumenti diversi e sonorità diverse nell’interagire con un pianoforte. Il quintetto che ha messo insieme, con strumenti tanti e diversi lo dimostra anche prima di pigiare il tasto “play”. Non è un caso che Peter Margasak nelle note di copertina, definisca Hawkins “eterno studente”, una definizione tanto bella e fresca, quanto azzeccata per il grande musicista britannico. E proprio come per un attento studente, una conversazione casuale con Drake ha convinto Hawkins ad approfondire la musica africana e in particolare la kora, ovvero uno strumento formato da cassa di risonanza costituita da una mezza zucca svuotata e ricoperta di pelle di animale e 21 corde fissate su di essa: infatti questo disco è pieno zeppo di scoperte che afferiscono non solo alla musica etnica, ma anche a poderose dosi di improvvisazione e ad iniezioni di sostanza musicale elettronica. Non inganni il quieto inizio del gracchiare di una puntina in un solco di vinile nel brano di apertura, Solo Way Far Gone che già di per sé, almeno per gli ascoltatori non più giovani, suscita un feticistico brivido di piacere che però sembra già, da fin dall’inizio, essere turbato da un inserto elettronico che ci avvisa che il volo musicale presenterà non poche turbolenze. Se passiamo infatti a Resolution Each and Every, le “risoluzioni” ci sembrano diventare “problemi” e qui sta il bello della musica, come dell’arte, se sono vere le parole (e lo sono) di Karl Kraus che affermava che “l’arte fa delle soluzioni un problema”. Il brano è infatti ricchissimo di una suggestione di difficile definizione e che porta in grembo tutto il colorismo della musica africana e tante “cime abissali” (per usare il paradosso di Zinov’ev) del jazz contemporaneo e dell’elettronica. Da un minuto e delicato primigenio caos ad una materia pastosa ricca di infiniti colori musicali, dove il pianoforte sembra contrastare e ribattere tutti gli altri strumenti in una estasi orgiastica di suoni; è proprio ciò di cui si compone il secondo travolgente brano dal titolo Mirror No Border, forse un invito a guardarci come siamo nella nostra ricchezza di popoli diversi e non a dividerci con confini che esistono solo sulle carte geografiche (e non per nulla la magnifica copertina elaborata da Jonas Schoder e realizzata da un’immagine del satellite Copernicus Sentinel, processata poi dall’ESA, riproduce il Delta del Mahakam Rivern Africa). La dolcezza dell’arpa di Rhodri Davies e del flauto di Nicole Mitchell sono l’elemento portante di Circles in the Celestian Garden il cui titolo dice tutto e, quello che non dice, è tutto nel brano di una incantata bellezza che concede un momento di pura rilassatezza a metà del lavoro che prosegue poi con Lullaby Much Further, ovvero ninna nanna molto più lontana: ma lontana da dove? Occorrerebbe chiederselo mutuando il titolo di un celebre romanzo di Joseph Roth: forse è un lontano estremo, magari una ninna nanna per chi sta su un’altra galassia, visto l’impegnativo uso dell’elettronica di Matthew Wright che rimanda a spazi siderali. Ma in fondo gli “al di là infra-galattici”, altro non sono che i futuri confini che non avranno più ragion d’essere, un po’ come i confini geografici di oggi che regolano i commerci ma non fermano le migrazioni, che impediscono le promiscuità, ma non fermano i virus. Davvero un brano impegnativo che invita ad una ulteriore riflessione, mentre il seguente Hocket Fierce Paceful corposo, multiforme e intenso sembra preludere all’esplosione di gioia e vitalità contenuta in Joy Beyond Blazing. Per godere “in purezza” delle invenzioni pianistiche di Hawkins bisogna attendere l’attacco di Open Sea, Boat’s Land: il mare, luogo dove i confini sono ancora più incerti, perché più incerti sono i punti di riferimento. Ed è proprio questo senso di smarrimento che sembra impossessarsi del brano (e della nostra percezione sonora): dopo l’intro del piano leggermente disturbato, che poi sembra soccombere alla batteria di Hamid Drake che arriva ad agitare le acque e a trasformare l’iniziale dolce navigare in qualcosa di più problematico, sotto le sferzate di una tempesta marina. Impressionismo musicale? Forse, del resto la forza asemantica della musica ha il potere di significare sempre e comunque. Se l’apertura dell’imponente lavoro iniziava con suoni ormai desueti, come il frusciare di una puntina su un vecchio vinile, così il brano di chiusura, Coda Over The Fence inizia ora con il disturbo di una vecchia radio, come alla ricerca di una frequenza introvabile e man mano che la ricerca si assesta, ecco prendere corpo un Groove ad alta fedeltà come lo definisce Peter Margasak nelle sue note. E infine come tutto ha inizio, col frusciare di una puntina, in modo analogo tutto finisce, non prima che il pianoforte di Alexander Hawkins sigli la parte finale dell’ultimo brano, con pochi accordi modulati insieme al flauto e alla batteria.
Disco semplicemente delizioso sia per invenzione e composizione, sia per materia musicale e “concept” generale e, naturalmente, per la grandissima qualità dei musicisti. Altra perla di una collana, quella di Alexander Hawkins (ma anche dell’etichetta Intakt Records), sempre più ricca.
Tracklist:
01. Solo Way Far Gone
02. Resolution Each and Every
03. Mirror No Border
04. Circles in the Celestial Garden
05. Lullaby Much Further
06. Hocket Fierce Peaceful
07. Joy Beyond Blazing
08. Open Sea, Boat’s Land
09. Coda over the Fence
Photo © Edu Hawkins






Rispondi