R E C E N S I O N E
Recensione di Riccardo Talamazzi
Charlie Wood, con il suo nuovo album Your Love Is My Home, si muove discreto e consapevole della propria natura confidenziale. Eppure ho qualche remora nel definirlo un crooner. L’Autore, pianista e organista cinquantanovenne statunitense, con la sua dozzina e poco più di pubblicazioni in carriera, preferisce insinuarsi con questo nuovo lavoro tra le pieghe della tradizione americana, facendo convivere jazz, soul, blues e canzone popolare in un organismo musicale che prende forma con strategica prudenza. Your Love Is My Home può essere interpretato anche come risultato di una sintesi culturale da collocarsi in un luogo appartato della musica contemporanea, in uno spazio in cui tradizione afroamericana e american song book, dopo essere stati pienamente assimilati, vengono ora restituiti attraverso un linguaggio personale, privo di enfasi spettacolare. Wood canta come chi abbia attraversato molte città e molti territori e ora si fermi a raccontare ciò che gli suggerisce l’esperienza, quel precipitato di summa musicale ottenuto passando per la tradizione e per tutte quelle belle canzoni che hanno fatto la storia nord-americana del novecento. L’impressione, comunque, è quella di trovarsi davanti ad un Autore che rifiuti qualsiasi forma di barocchismo né, come suggerito poco sopra, voglia proporsi con l’etichetta dubbia di crooner.

Qui la sostanza precede l’estetica, la voce, calda e granulosa di Wood ha la consistenza di un racconto pronunciato a voce moderata e si muove con una naturalezza quasi domestica, come se le canzoni fossero state scritte per essere abitate da chiunque si disponga ad ascoltarle. Ma non c’è nostalgia calligrafica, nemmeno una modalità fissa d’approccio al pubblico. Piuttosto è evidente una continua riscrittura emotiva che avvicina Wood – anche per certe atmosfere vocali – ad un altro cantante-musicista, lo svedese Nils Landgren. Le melodie sembrano semplici ma non del tutto, capaci come sono di restare sospese tra malinconia e quieta rassegnazione e anzi, spesso si dimostrano insidiose, di complessa intonazione, come ad esempioil brano di apertura A Timeless Place, vero trabocchetto per qualsiasi escursione vocale. Il pianoforte e meno frequentemente l’Hammond sono invece il fulcro semantico della musica, orientati spesso a costituire una specie di tappeto vibrante, portatori di arrangiamenti sobri e mai invasivi, marcati da una ritmica essenzialmente rigorosa. Archi, tromba e cori svolgono una funzione coloristica piuttosto che narrativa. L’album articola dunque una dialettica tra jazz, soul e canzone d’autore, dove brani originali convivono con interpretazioni di autori canonici come Paul Simon, Sam Cooke, Amy Winehouse, Elvis Costello e John Lennon, mentre gli standard presenti funzionano come coordinate storiche all’interno della struttura dell’album. L’interpretazione tende a svilupparsi in toni crepuscolari, evitando picchi drammatici e privilegiando una progressione lenta e meditativa. In termini stilistici, il progetto mantiene la fedeltà alla tradizione, quando essa sia dichiaratamente presente, senza però cadere nell’imitazione. A volte si ha l’impressione che queste proposte vogliano avvicinarsi ad un nucleo sentimentale che forse oggi è diventato sempre più difficile da replicare, come se, con qualche eccezione, si fosse perso il gusto di scrivere canzoni d’amore di questa levatura. Wood porta dentro di sé Memphis e New Orleans, le città della sua formazione alla stregua di cicatrici sonore, anche oggi che vive in Inghilterra. E mentre si viaggia attraverso armonie rarefatte e arrangiamenti contenuti, Wood usa note di miele, frasi melodiche morbide e seducenti che tuttavia non sfociano in forme di sentimentalismo esplicito. Ciò che ne risulta è un album caldo e avvolgente, carico di umanità e privo di retorica, un tableaux contemplativo in cui frugalità interpretativa e talento vocale sono tra le caratteristiche principali. La lenta, sensuale spirale di questi brani accompagna l’ascoltatore in un percorso avaro di devianze stilistiche, pur riuscendo ad accorpare e a mescolare tra loro generi diversi ma che si sono sempre definiti, tradizionalmente, parti complementari di un unico discorso. La formazione complessiva che ruota attorno a Wood è costituita da Daniel Franck e Laurence Cottle al contrabbasso, Ian Thomas e Cornelia Nilsson alla batteria, Robin Aspland che affianca il suo pianoforte a quello dello stesso Wood, James McMillan alla tromba, Villads Littauer Bendixen al violino, Lara Biancalana al violoncello e infine il coro che vede la partecipazione di Ayoe Angelica e Sophie Ziedoy.

Ed è proprio la già citata A Timeless Place che si trova alla testa dell’album. Inizialmente questo brano era solo strumentale, firmato dal pianista Jimmy Rowles col titolo di The Peacock e proveniente dall’album omonimo del 1975 a nome dell’autore stesso in compagnia di Stan Getz. Più tardi la cantante Norma Winstone aggiunse il testo e la traccia divenne la canzone così com’è oggi. Una ballad costruita con un bridge che è un vero banco di prova d’intonazione – anche un cantante navigato come Wood è costretto a portare le note nei momenti più critici – ma al di là di questo c’è un pianoforte molto elegante, con un assolo misurato e un fraseggio appena increspato, ovattato dal brushing del batterista e dai tocchi pizzicati con discrezione che provengono dal contrabbasso. Insomma, si tratta di un classico slow che calza come un guanto per una formazione a trio. Segue l’iconica You Send Me, brano del 1957 di Sam Cooke. Finger snap e contrabbasso fanno da introduzione alla voce di Wood che si mette a vocalizzare prima in uno stile dichiaratamente soul, poi impostando una sorta di vocalese in sincrono col pianoforte. Sullo sfondo il coretto femminile che non poteva – e non doveva – mancare. Shipbuilding è un brano a sfondo sociale, scritto da Elvis Costello e Clive Langer ed è estratto da quello che ritengo sia il capolavoro della prima maturità del musicista londinese, Punch the Clock del 1983. In questo caso Wood resta anche troppo fedele alla versione originale non osando apportare significative modifiche né alla linea melodica né all’accompagnamento – tranne un breve vocalizzo circa a metà brano. Il problema di questa versione è proprio questo, cioè quello di rischiare un confronto in toto con Costello – non parliamo nemmeno della prova di Robert Wyatt con cui la partita sarebbe ancora più complessa – perfino nel momento dell’assolo di tromba del pur bravo McMillan, dato che nella versione costelliana chi soffiava era addirittura Chet Baker. Segue un altro masterpiece, questa volta a firma di Paul Simon. Stiamo parlando di Still Crazy After All These Years, brano tratto dall’omonimo album dell’autore del New Jersey pubblicato nel 1975. Una ballata anche in questo caso retta dalla formazione a trio più, stavolta, la presenza dell’inconfondibile timbrica dell’organo Hammond suonato da Wood. Ancora un altro assolo di piano, credo di Aspland. Finalmente appare una traccia composta dall’Autore di questo album, Love Can’t Love Alone, impietosamente posizionata dopo il brano precedente. Nonostante il buon assolo di organo e la frizzante presenza del coro, il pezzo, consacrato al blue eyed soul, non risulta all’altezza dei precedenti. Segue Stardust, di Carmichael-Parish, un classicissimo standard targato 1927, eseguito diligentemente e cantato con adeguata compartecipazione emotiva. Purtroppo questo brano è stato fin troppo inflazionato nel corso degli anni e d’altra parte è un destino comune, per definizione, di tutti gli standard. Questo toglie un poco di magia all’atmosfera del brano stesso, peraltro ottimamente interpretato sia dalla voce che dall’essenziale, misurato ruolo del pianoforte. Love is a Losing Game è uno splendido momento soul composto dalla rimpianta Amy Winehouse. Qui il merito di Wood è duplice. Da un lato preserva quel tipico andamento melodico un po’ tremolante del chorus che fu proprio dell’artista britannica ma d’altra parte si guarda bene dall’imitazione, facendo precedere e sostenere la parte introduttiva del canto da un’armonizzazione realizzata con gli archi. Il trio piano-basso-batteria nel frattempo si stringe attorno allo stesso Wood, intercalandosi con l’ottimo lavoro di violino e violoncello. Home è il secondo brano che porta la firma dell’Autore e che egli ha dedicato alla moglie. Siamo ancora sul piano affascinante del soul ma questo pezzo si fa preferire per il clima di raccoglimento che sconfina nel gospel, tra l’altro suggerito dal timbro dell’Hammond e dal coro quasi liturgico. Willow Weep for Me è un altro standard – eseguito in genere con meno frequenza rispetto a Stardust – creato nel 1932 dalla compositrice Ann Ronell che scrisse musica e testi. Wood lo interpreta come un blues notturno, coadiuvato dal sempre ottimo pianoforte, dai cori cromatici di Angelica e di Ziedoy e da un assolo molto discorsivo di contrabbasso. L’ultimo brano, Love, è di John Lennon, pubblicato nel 1970 nell’album John Lennon/Plasic Ono Band e fatto uscire come singolo dodici anni più tardi. Il brano si mantiene a cavallo del pop ma Wood cerca di virarlo verso un’atmosfera più soul, maggiormente in linea con il sentire dell’intero album.
Your Love Is My Home sembra suggerire una questione più ampia di quanto non appaia all’ascolto immediato. Nel lavoro di Charlie Wood affiora infatti un’idea quasi filosofica della canzone, vista non tanto come un oggetto estetico da consumare, quanto come uno spazio emotivo da vivere e rivivere, assaporandone le sfumature ad ogni differente interpretazione. Se la musica oggi tende a frammentarsi in stili, algoritmi e identità di superficie, Wood compie un gesto apparentemente semplice ma in realtà radicale restituendo centralità all’esperienza umana che sta dietro al suono. L’Autore non si lascia andare a confessioni disarmanti né si trova a cedere facilmente alla nostalgia ma esprime tutta la sua natura coolness, scegliendo una strada intima e raccolta per esprimere l’universalità della musica proposta. Jazz, soul, blues e canzone popolare non vengono qui trattati solo come generi ma come linguaggi che finiscono per condividere una stessa grammatica emotiva.
Tracklist:
01. A Timeless Place (6:13)
02. You Send Me (4:14)
03. Shipbuilding (5:06)
04. Still Crazy After All These Years (3:32)
05. Love Can’t Love Alone (3:32)
06. Stardust (Album Edit) (6:34)
07. Love Is a Losing Game (4:40)
08. Home (4:14)
09. Willow, Weep for Me (5:15)
10. Love (2:21)
Foto 1 © Monika Jakubowska




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