R E C E N S I O N E
Recensione di Aldo Pedron
Pet Sounds è l’eterna ricerca della felicità, partorito dal genio di Brian Wilson, un tuffo prodigioso nella musica incantata dei Beach Boys, canzoni perfette, sontuose, magiche
I Beach Boys firmano la loro prima scrittura con la Capitol Records di Los Angeles il 24 maggio 1962 (perfezionata il 16 luglio 1962), sotto la spinta del produttore Nick Venet e con un contratto della durata di sette anni. È Brian Wilson a firmare sotto la supervisione del padre Murry Wilson. Il contratto primo e unico nel suo genere prevede che Brian Wilson, oltre a cantare, si imponga come compositore, arrangiatore e produttore dei brani, ottenendo la libertà artistica di produrre materiale al di fuori degli studi della Capitol ed insistendo per utilizzare, oltre ai Beach Boys, musicisti esterni, noti session-men riuniti sotto il cosiddetto “Wrecking Crew”.
Sino ad allora i produttori degli album venivano prescritti e decisi dalla casa discografica mentre in questo caso unico a quel tempo è tutto nelle mani e nella mente di Brian Wilson come autore, arrangiatore e produttore. L’accordo assai vantaggioso per allora vede il gruppo ricevere un bonus di 300 dollari alla firma, con royalties di un centesimo per ogni singolo venduto e tre centesimi per album.

Dal 1962, l’anno dell’esordio nelle classifiche, al 1965, i Beach Boys pubblicano ben undici 33 giri, con più di 100 canzoni, manifestando una crescita costante in termini di composizione e produzione. Il debutto tre mesi dopo la firma con la Capitol è Surfin’ Safari (1 ottobre 1962) e a seguire Surfin’ Usa (marzo 1963 e al secondo posto nelle classifiche), Surfer Girl (settembre 1963), Little Deuce Coupe (ottobre 1963), Shut Down Volume 2 (marzo 1964), All Summer Long (luglio 1964), Beach Boys Concert (primo album live dell’ottobre 1964), The Beach Boys’ Christmas Album (novembre 1964 e sesto posto in classifica), The Beach Boys Today! (marzo 1965), Summer Days (And Summer Nights!!!), (luglio 1965), The Beach Boys’ Party (novembre 1965 e sesto posto in classifica), una divertente carrellata di cover più o meno recenti. Anni febbrili per i Beach Boys che riscuotono il meritato successo sia con i loro 33 giri che con i numerosi singoli, tra cui Surfer Girl (1963), Fun Fun Fun (1964), I Get Around (1964), Barbara Ann (1965), California Girls (1965), Help Me Rhonda(1965).
Brian Wilson comincia tuttavia ad avvertire sintomi di eccessivo stress: l’ossessivo lavoro di scrittura, produzione e registrazione, unito a un fitto calendario di concerti, gli provoca un forte esaurimento nervoso. Nel corso di un volo verso Houston, Texas, il 23 dicembre 1964, accusa un improvviso attacco di panico che lo induce, alcuni giorni dopo, ad annunciare al resto della band la sua decisione ed il proprio ritiro dalle scene per dedicarsi esclusivamente alla produzione di nuova musica per il gruppo. Brian, genio creativo psicologicamente fragile, dopo il famigerato crollo nervoso di fine ’64 attraversa un periodo di profonda crisi, in cui diviene anche dipendente dalle droghe. Il suo talento, però, resta vivo, indiscutibile, di gran lunga più avanzato di quanto lasci intravedere l’aspetto più esteriore del gruppo. Il suo lavoro di produzione diventa sempre più prezioso, minuzioso e maniacale.
Fino a metà anni ’60 i Beach Boys hanno proposto rock and roll, pop, doo-wop e surf, definendo il genere surf-rock (o surf music) e trasformando la cultura californiana in un fenomeno pop mondiale con armonie vocali complesse e testi spensierati su spiagge, sole e macchine. Ma i tempi sono cambiati (The Times They Are A-Changin’ come canta Bob Dylan) e a metà anni ’60 l’immagine legata esclusivamente al surf dei Beach Boys iniziò a sembrare datata rispetto alla British Invasion e all’evoluzione del rock. Brian Wilson però vede già più avanti, dimostra quanto fosse avanti rispetto al suo tempo, dedicandosi meticolosamente verso produzioni artistiche più elevate, distaccandosi dall’immagine giovanilistica iniziale e consacrando la band come autentici creatori di un pop raffinato e sofisticato.
Siamo nel 1965 e i Beatles hanno appena pubblicato Rubber Soul, album concepito come qualcosa in più rispetto a una semplice raccolta di singoli brani. L’utilizzo di strumenti inconsueti per il pop-rock, come il clavicembalo, il sitar e l’armonium, incuriosisce parecchio Brian Wilson, che si ripromette di rielaborare, anche sulla base di questi arrangiamenti, le proprie originali forme di pop-song. Il particolare rapporto a distanza tra Brian Wilson e Paul McCartney – accomunati dall’essere entrambi songwriter e bassisti – è suggellato negli anni successivi da alcune dichiarazioni di enorme stima reciproca. Brian Wilson viene spronato nella realizzazione di Pet Sounds dai suoni di Rubber Soul dei Beatles (pubblicato nel dicembre del 1965) ma che a sua volta influenzerà non poco Paul McCartney nella stesura del successivo Sgt. Pepper’s.
Pet Sounds nella storia del rock è in assoluto il primo e autentico “concept-album”, il primo disco a non includere una serie di 45 giri raccolti nello stesso ellepì, bensì una realizzazione di sonorità e canzoni composte e disegnate con il preciso intento di creare un suono continuativo e dalle medesime affinità. Brian Wilson decide di non unirsi ai compagni di viaggio (i Beach Boys) per registrare Pet Sounds bocciando l’idea di realizzare come sempre testi tutto “mare, sole e divertimento (beaches, sun and fun), del partner Mike Love affidandosi invece all’amico Tony Asher autore in questo caso di liriche essenziali, suggestive, mai banali.
Mike Love si trova con gli altri Beach Boys in tournée in Giappone ma al suo ritorno dopo aver aggiunto le basi vocali (preparate da Brian Wilson per loro) ai motivi ideati, ascoltando il disco resta spiazzato dichiarando che si tratta senza alcun dubbio di “Brian’s Ego Music” (secondo lui l’ego smisurato del cugino Brian). Brian allora include un nuovo brano Hang On To Your Ego ma su insistenza di Mike Love stesso deve cambiare nuovamente il titolo e le liriche chiamandolo It’s True I Know There’s An Answer con il nuovo testo che viene scritto dall’autista di Brian Wilson Terry Sachen!
Brian Wilson concepisce Pet Sounds sotto gli effetti di dosi massicce di LSD ed è proprio questa influenza dell’LSD a disturbare ed a far odiare Pet Sounds a Mike Love e al resto della band. Nonostante queste diatribe e contestazioni interne Pet Sounds darà pienamente ragione a Brian Wilson, genio incontrastato di questa indimenticabile e formidabile formazione californiana e qui autore di un autentico capolavoro.
Registrato in mono in ben quattro studi di registrazione: “Western Recorders”, “Columbia Studios”, “Gold Star Studios” e “Sunset Sound” a Los Angeles nel luglio e novembre 1965 ed aprile 1966, l’album Pet Sounds viene pubblicato il 16 maggio 1966.
La Capitol Records purtroppo all’uscita non crederà molto a questa nuova opera di Brian Wilson, pubblicando inspiegabilmente il 5 luglio (meno di due mesi dopo) una compilation Best of the Beach Boys (una selezione di brani dei Beach Boys del periodo 1963-1965) balzando all’ottavo posto nelle classifiche di vendita americane (vi rimane ben 78 settimane nelle classifiche di “Billboard” e ben presto “disco d’oro” nel 1967 e di doppio platino nel 1991). Un successo clamoroso della compilation che scoraggia ogni pubblicità e sforzo intorno a Pet Sounds.
Il capolavoro è Good Vibrations, (una sinfonia tascabile) inciso da Brian Wilson in 4 studi differenti e 17 sessioni di registrazione da febbraio a settembre 1966. Brian lo costruisce in studi differenti scrivendo ogni parte musicale sullo spartito e registrando le strofe ai Gold Star studios, il ritornello agli studi di registrazione Western Recorders e il bridge al Sunset Sound. Le voci furono registrate tutte negli studi della Columbia a Los Angeles. È di circa 50 mila dollari (oggi sarebbero 450.000 dollari) il costo per registrare il brano con 90 ore complessive di nastro registrato per arrivare a un sunto di 3 minuti e 35 secondi, un vero record per l’epoca. Good Vibrations entra nella storia per aver introdotto l’elettronica nel pop (l’Electro-Theremin o Tannerin suonato da Paul Tanner) oltre ad esserci il violoncello, lo scacciapensieri e la fisarmonica. Nonostante la canzone sia pressoché ultimata però non verrà inclusa in Pet Sounds, e a posteriori certamente possiamo confermare sia stato un errore anche se sono discordanti le versioni del motivo per cui Brian abbia così deciso di non includerla!
Pet Sounds costa all’epoca alla Capitol Records circa 70.000 dollari (equivalgono oggi, nel 2026, a una cifra stimata di circa 630.000 – 640.000 dollari, considerando un tasso di inflazione cumulativo di oltre il 900% in 60 anni)! Inoltre, va tenuto conto che la Capitol Records con il contratto firmato con i Beach Boys il 12 luglio 1962 per ben 7 anni vede e prevede Brian Wilson come unico arrangiatore, autore e produttore esclusivo. Brian usa i Beach Boys solo per le parti vocali e come dice lui stesso «cercammo di portare al mondo il messaggio sonoro di Phil Spector, considerando le voci dei miei Beach Boys come suoi messaggeri». Strumenti inusuali entrano nei dischi dei Beach Boys, in Pet Sounds e nella mente di Brian Wilson, nessuno ad esempio aveva mai davvero usato un’armonica basso nel rock. L’arrangiamento orchestrale di Pet Sounds è davvero formidabile, sublime, ugualmente giocato su toni pacati ed ispirato alla orchestra di Nelson Riddle o ai lavori orchestrali di Jack Nitzsche, Phil Spector e Van Dyke Parks.
È Brian Wilson stesso a parlare di alcune canzoni del disco: «Il brano che dà il titolo all’album Pet Sounds, in realtà avrebbe dovuto chiamarsi Run James Run in quanto era la parodia di un tipo di melodia alla James Bond (007) mentre Caroline No (ndr. edita poi come singolo di Brian Wilson solista nel marzo del 1966) era originariamente intitolata Carol, I Know e mi ricordava la Seconda Guerra Mondiale e mio padre Murray Wilson a cui piaceva molto la canzone mi fece accelerare il motivo tanto che l’avevo scritta in DO e la dovetti rifare in RE e così la mia voce risulta particolarmente effemminata perché è stata alzata di un intero tono». «I Just Wasn’t Made For These Times era per me un sogno, musica che fluttuasse e spiegasse il fatto che mi sentivo isolato dal mondo». Continua Brian Wilson nel racconto stesso: «in quel periodo fumavo marijuana ed essa mi orientò verso una certa direzione musicale, un modo di far sì che la musica portasse ad uno stato di coscienza più alto di quel che avevo avuto prima».
L’iniziale Wouldn’t It Be Nice, con uno squillante arpeggio di chitarra, incarna il disincanto della maturità e la nostalgia per gli anni perduti. Un tripudio di armonia e simbolo di un nuovo sinfonismo pop.
You Still Believe In Me, con il suo suono del campanello della bicicletta e di un clacson, evoca un’altra indefinita sensazione di fanciullezza. È una canzone sull’inadeguatezza da parte del cantante. A differenza della maggior parte delle canzoni d’amore, è una canzone sul cantante e non sulla persona a cui si canta. E non è nemmeno positiva. Il brano in precedenza si chiamava In My Childwood. Il suono del carillon creato da Brian Wilson con Tony Asher sembra sia stato ottenuto pizzicando le corde di un pianoforte.
That’s Not Me, qui non ci sono più i personaggi e bulli dei primi successi dei Beach Boys bensì il protagonista è sicuramente assai fragile e ammette le proprie insicurezze. Una canzone che parla di lottare con la propria identità e autostima e trovare il proprio posto nel mondo.
Don’t Talk (Put Your Head On My Shoulder) è una ballata di struggente intensità, un abisso di dolcezza con un intricato arrangiamento nella parte centrale, scandito dalle pulsazioni del basso e una coda strumentale con tanto di viola, violoncello, vibrafono e timpani.
I’m Waiting For The Day è stata scritta da Brian Wilson (la musica) e da Mike Love (il testo) nel 1964. Un altro esempio della dicotomia di Pet Sounds. Dapprima una semplice batteria, poi a seguire timpani rimbombanti, flauto e organo a suggerire qualcosa di grande e celebrativo. La voce fanciullesca è di Brian.
Let’s Go Away For A While, è una splendida melodia strumentale, un brano malinconico e suggestivo, sognante. Ci suonano Carol Kaye al basso Fender, Lyle Ritz al contrabbasso, Julius Wechter ai timpani e vibrafono, due chitarre come Al Casey e Barney Kessel e Hal Blaine alla batteria. Un caleidoscopio di suoni.
Sloop John B è una antica canzone popolare bahamiana di Nassau (Bahamas) di cui si hanno tracce già nel 1916 con una prima trascrizione di un motivo originariamente intitolato The John B. Sails e di cui nel 1927 Carl Sandburg ne incluse una versione nella sua collezione “The American Songbag”. Alan Lomax ne registrò una versione a Nassau nel 1935 con il titolo Histe Up The John B Sail. Alan Jardine, membro originale dei Beach Boys e appassionato di musica folk suggerì a Brian di incidere questo brano. Brian Wilson ne modificò leggermente il testo in almeno tre punti dandogli una connotazione maggiormente psichedelica e pop. Un adattamento folk-rock che ebbe un enorme successo sia negli Stati Uniti che nel Regno Unito in quanto fu pubblicato anche come singolo nel marzo del 1966 prima dell’uscita dell’album Pet Sounds.
God Only Knows è un’autentica ode a Dio, l’arrangiamento di trombe, campanelli, strumenti a corda, fisarmonica e la voce celestiale di Carl Wilson rendono perfetta l’architettura del brano. Come in una sinfonia dalla costruzione progressiva il pezzo converge in suoni sublimi e celestiali.
Una delle primissime se non la prima canzone pop a usare “God” (“Dio”) nel titolo, una affermazione esistenziale per misurare la profondità di un amore. Per Sir Paul McCartney è la canzone più bella di sempre!
Here Today, manifesta esplicitamente la disillusione dell’amore, la consapevolezza dei tempi che cambiano e qui con un Brian Wilson che per l’occasione ha riciclato la progressione di note di Good Vibrations.
Caroline No è uno slow introspettivo, una canzone d’amore dal retrogusto jazz e strumenti come clavicembalo e flauto e in cui melodia e accordi sono molto simili alla orchestra di Glenn Miller e alla atmosfera di un disco del 1944 con il suono del flauto in dissolvenza.
Canzoni permeate dalla malinconia, dall’introspezione e da un’opprimente sensazione di insicurezza e incertezza. Questi sono potenti scorci nella fragile mente di Brian, che si trovano ad affrontare argomenti come l’amore. Quello che oggi è da moltissimi ritenuto un lavoro ai massimi vertici della musica pop, quando uscì ebbe il consenso della critica ma risultò un disco troppo complesso e profondo per essere accettato e capito dalle masse, venendo poi esaltato e apprezzato soltanto in seguito, postumo. Un disco, una raccolta di canzoni straordinariamente complesse e dolorosamente evocative dedicate all’amore perduto e alla fine dell’innocenza. Il passaggio dall’adolescenza alla maturità e la “fabula dell’iniziazione”. Il rapporto con l’altro sesso, la fine della giovinezza, l’inevitabile caducità della bellezza, il cammino della vita. Una storia infinita raccontata e cantata in 13 canzoni tanto da poter essere considerato il primo vero “concept-album”. Le voci, i vocalizzi dei Beach Boys, semplicemente perfetti, inarrivabili, sublimi. “Musica da camera” (Chamber Music), pop, psichedelia, rock, soft-rock, jazz in un affresco musicale senza precedenti.
Pet Sounds è l’eterna ricerca della felicità, partorito dal genio di Brian Wilson, un tuffo prodigioso nella musica incantata dei Beach Boys, canzoni perfette, sontuose, magiche. Nel 1966, semplicemente non c’erano canzoni (e tanto meno album) scritte in un modo così ricco, introspettivo e onesto. Il capolavoro assoluto dei Beach Boys, un disco straordinariamente ispirato, dove le sperimentazioni di studio di Brian si fondono magicamente con la popolarità delle canzoni, dove gli strumenti tradizionali del rock trovano punti e spunti d’incontro inattesi con altri stili ed approcci. Il disco contiene infatti una sorta di percorso narrativo, ovvero la formazione di un adolescente e il suo orientarsi tra amicizie, amori e ricerche spirituali. Il passaggio definitivo della musica pop-rock verso una forma d’arte matura, sperimentale e complessa, tracciando la strada per gran parte della musica rock e pop nei decenni successivi.
Secondo le migliori riviste specializzate Uncut e Mojo è il miglior album di sempre, e appare al secondo posto, dietro a Sgt. Pepper’s dei Beatles, nella lista di Rolling Stone dei 500 dischi più belli della storia.
Pet Sounds è un nirvana che non ci si stanca di rincorrere perché la speranza di raggiungerlo non si estingue mai: un universo parallelo così struggente e come recita una canzone del Brian Wilson solista, Love and Mercy del 1968, Brian ci ha insegnato di non vergognarci mai di “amore e compassione”.




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