R E C E N S I O N E


Rastko Obradovic, trentenne sassofonista serbo, firma con Mandala il suo secondo lavoro da titolare, dopo The Northern Experience (2019), se escludiamo l’EP del 2018 realizzato con l’eclettico pianista Bojan Z. Diciamo subito che questo ennesimo sforzo realizzativo, stavolta mediato da A.Ma Records, non fa alcuna fatica a mantenere viva la tensione tra gesto improvvisato e tradizione jazzistica. Anche arricchendosi di qualche sporadico elemento popolare balcanico – il materiale folklorico non è mai esibito come citazione ma elaborato come sostanza sonora neutra, assimilata e riformulata all’interno di una grammatica jazzistica modernista – l’album s’impone come un esercizio di sintesi musical-culturale strutturato sulla base di un lucido lavoro di scrittura. È jazz contemporaneo che cerca di scrollarsi di dosso la patina del formalismo per diventare un gioco di scivolamento tra diversi piani di realtà ed appartenenza, dai climi contemporanei statunitensi a una materia sonora di stampo più europeo che si deforma e respira sospinta da un quartetto in evidente stato di grazia. L’opera, concepita come celebrazione collettiva di una qualche forma di philia, traduce la pluralità geografica e storica del gruppo di Belgrado in una scrittura musicale complessa ma scorrevole, senza deviazioni in stucchevoli parentesi liriche o caotiche performance.

Ne risulta un solleticante, nuovo territorio da esplorare, una lettura pubblica dei propri progetti e delle relative inquietudini interiori. Si percepisce una sorta di eccitazione instabile che attraversa Mandala, un sommovimento selvatico che pare sempre sul punto di prender fuoco ma che riesce comunque ad essere trattenuto nei limiti di un ragionevole programma di controllo. Off Topic si è occupata di questo sassofonista indirettamente, citandolo in almeno quattro occasioni dove ha accompagnato la cantante e fiatista Sanja Markovic, i pianisti Irina Pavlovic e Aleksandar Jovanovic (detto Shljuka) – vedi qui, qui e ancora qui. L’ultima circostanza risale all’anno in corso per la partecipazione all’album To the Beat of My Footsteps del contrabbassista Milos Colovic – leggi qui. La formazione del quartetto comprende, oltre allo stesso Obradovic al sax tenore, Vladan Veljkovic al pianoforte e al basso-synth, Aleksandar Petrovic alla chitarra – responsabile di quel quid policromico dal sapore elettrico che compare in molti brani – e Nikola Banovic alla batteria. La musica fa emergere una sintetica nudità di suono, tutt’altro che fragile. Il sax si apre luminoso, prepotentemente attivato dalla consapevolezza della possibilità creativa e della forza espressiva dell’insieme. L’ascolto di Mandala può essere percepito come un’esperienza d’ascolto impegnativa, nel senso che richiede un minimo di concentrazione e disponibilità analitica. La densità concettuale dell’opera invita a interrogarsi sullo statuto stesso del jazz europeo contemporaneo, dove la partecipazione dei musicisti dell’Est pare diventare sempre più influente. C’è anche un’inquietudine poetica nel modo in cui Obradovic e il pianista Veljkovic compongono i brani, rilievo evidente in Prisoner and the Soldier Part 1 brano attribuito appunto allo stesso pianista del gruppo. I musicisti restano comunque personaggi dirompenti, capaci di far convivere contemporaneamente dolcezza e vertigine, in modo musicalmente rigoroso ed emotivamente intenso, fino a costruire un vortice sonoro che spesso si dissolve e si ricompone in un multiforme caleidoscopio di irregolari prismi sonori.

Kanda, primo brano in sequenza, parte subito con un arpeggio di pianoforte intenso e dal sapore drammatico, su cui s’allineano dopo poche battute il sax e la batteria con la linea di basso. In un secondo tempo compare anche la chitarra per poi ritirarsi, lasciando che la dinamica strumentale del resto del gruppo s’interrompa di colpo. Nel silenzio riappare timidamente la chitarra ed un sax circospetto. Quando il groove prende quota, Obradovic offre una decisa prova del suo bagaglio tecnico con un’improvvisazione solida, contornata da qualche accordo chitarristico. Sarà poi Veljkovic a rispondere sul piano dell’esuberanza ai fraseggi hard bop del sax con un solismo altrettanto efficace. Finale con riff ribattuto in coda in cui s’impegnano tutti gli strumenti. Nemir è un brano più rilassato con una linea melodica ben disegnata eseguita all’unisono tra sax e chitarra, mentre il piano si limita in un primo tempo a sostenere l’accompagnamento con delicati accordi consonanti. Da notare la rete ritmica complessa tracciata dalla batteria. Parte il veloce assolo be bop di piano, praticamente eseguito solo dalla mano destra, mentre sono la chitarra e le note di basso a far le veci degli accordi. Il brano prende quota ma non troppo, mantenendosi entro chiari limiti di moderazione. Il sax interviene in un primo tempo riproponendo le cellule tematiche, poi lasciandosi andare ad un’impressionante serie di fraseggi stretti, infilandosi nello sfumato corridoio del finale in cui saltano un po’ gli schemi mentre la dinamica strumentale aumenta.

Segue la già citata Prisoner and the Soldier Part 1 fondata sulla malinconia degli accordi di pianoforte, sopra i quali il sax si erge con la sua voce toccante e con una composta linearità melodica. Il brano termina con qualche ritmica percussione di piatti, quasi a simulare un passo marziale. Cambia tutto nella successiva Prisoner and the Soldier Part 2 dove il bravissimo batterista Banovic – veramente sorprendente – innesta un motore poliritmico che costituisce la base del tema portato da sax e pianoforte. Da subito, però, s’affaccia la chitarra pulita di Petrovic che duetta con le note del basso-synth, lanciandosi in un’incursione solistica che perdura per quasi tutta la lunghezza del brano. La chiusura è affidata ai punti esclamativi del sax e del pianoforte che riprendono il tema iniziale. Rumunjesku s’annuncia con un delicatissimo incipit che vede a colloquio chitarra e piano. Il sax si presenta con una certa irruenza impostando un tema piuttosto orecchiabile ma prendendo il largo con decisione con uno dei suoi assoli hard bop e cedendo poi il passo alla chitarra che appare con una serie di fraseggi pungenti ma non frenetici. Tutto si svolge sulla piattaforma ritmica in cui basso-synth e batteria sembrano fatti l’uno per l’altra, talmente s’intercalano alla perfezione. Gran lavoro d’accompagnamento da parte del pianoforte che riempie elegantemente gli spazi vuoti. In chiusura si ripete l’incipit quasi fiabesco degli inizi. Benjamin’s Blues si avvale di una componente ritmica latineggiante su cui inizialmente il sax imposta il tema ma poi lascia ad una chitarra alla George Benson il compito d’intrufolarsi tra i ritmi e le armonie, dandosi frequentemente il cambio con il sax e il pianoforte. Il brano è una girandola di assoli e di colori, in un serrato dialogo a quattro. What If è forse uno dei pochi pezzi che sembra ricordare, attraverso il suo tema melodico condotto dal sax, qualche aria di provenienza balcanica ma, come già espresso in precedenza, idee di questo tipo ricadono sotto la revisione più generale di un jazz che, in questo caso, risente anche di influenze quasi progressive in viaggio su schemi percussivi d’impronta medio-orientale. Incipit affidato ad una serie di arpeggi di chitarra, poi il compito passa ad Obradovic che conduce, dopo il tema, i suoi angolosi fraseggi. Un curioso arresto dopo l’assolo di chitarra, a pochi secondi dalla fine, viene riempito da un grugnito di synth. Afternoon marcia su un riff ripetitivo di basso. Il brano, che conclude l’album, è un elegante composizione che risente di matrici prettamente statunitensi da un lato e dall’altro ci riporta al jazz inglese dei Soft Machine degli anni passati.

È sempre difficile e d’altra parte non è nemmeno obbligatoriamente richiesto recidere il cordone ombelicale con la tradizione americana. Anche se si fa parte, come appunto il quartetto di Obradovic, di quella recente Serbian Wave che marca, insieme agli scandinavi, un nuovo orientamento territoriale del jazz europeo. I suoni sparvieri del quartetto di Belgrado provengono da zone geografiche diverse ma sono mescolate tra loro senza che vi sia la netta predominanza di uno stile rispetto ad un altro. La chiarezza espressiva e la tecnica eccellente di questo gruppo, nonché l’indubbio carisma musicale dell’Autore, sono l’aspetto preponderante di Mandala. Un lavoro coerente che appare più come una dichiarazione di metodo che non un atto di indipendenza. 

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