R E C E N S I O N E
Recensione di Riccardo Talamazzi
Man mano che s’indaga la struttura della Natura ci si accorge come il valore della complessità abbia stravolto l’idea originale di una lettura apparentemente e linearmente razionale. La Materia non è più sostanziale, gli atomi non sono più l’ultima frontiera, una semplice linearità geometrica può essere una somma di frattali che ci riporta all’idea antica che tutto sia nel tutto. Luca Mannutza, con il suo nuovo Circles torna a costruire uno di quei microcosmi complessi sospesi tra rigore e libertà, un lavoro ritmicamente epidermico che vibra sulla superficie delle cose ma allo stesso tempo affonda negli interstizi della materia musicale per cercarne un presunto archè. L’opera del cinquantasettenne pianista cagliaritano appare costruita secondo criteri di progettazione formale rigorosi, a volte atti a sembrare più matematici che non emozionali. Vero è che il titolo dell’album sembra suggerire l’esistenza di moduli circolari che fungano da metafora interna all’album, organizzandone parte dello sviluppo tematico, ma questo si dimostra evidente solo in alcuni brani come D-Isolation, modellato da una scrittura che sembra ostinatamente ripetersi a più livelli tridimensionali, non concedendo nulla al superfluo.

Di fronte a tale architettura, Mannutza sistemizza il suo universo post- bop e non dimentica di far trasparire, al di sotto degli schemi geometrici, la sua spontanea passione sintonizzata su una forma di jazz contemporaneo molto vicina, a mio parere, a quello attuale newyorkese. Il suo modo di suonare mi permette di tracciare un parallelo con lo stile di Franco D’Andrea, dove la conoscenza approfondita dell’armonia pare essere l’irrinunciabile fondamento alla costruzione dell’edificio melodico, con frasi musicali che si cercano, s’intercalano e si allontanano una dall’altra, badando però a non rompere il fragile nodo che unisce emozione e struttura. Un’altra influenza non da poco, già presente in uno dei precedenti album di Mannutza recensito da Off Topic nel 2022, The Uneven Shorter – leggi qui – è quella della presenza di una forma di melodismo non facile ed affascinante come quella di Wayne Shorter, che si ritrova in Circles, soprattutto in brani come December e Vortex, grazie anche al sensibile sax contralto di Paolo Recchia, già messosi in grande evidenza nell’album sopra segnalato. La formazione di questa produzione prevede, oltre al pianoforte di Mannutza e al sax di Recchia, anche il risonante vibrafono del trentenne sardo Jordan Corda, per me un’autentica rivelazione – mi ricorda nel suo fluido e scorrevole stile lo statunitense Joel Ross – mentre alla ritmica troviamo il fidato sodale Daniele Sorrentino al contrabbasso e alla batteria il talentuoso batterista di S.Pietroburgo Sasha Mashin. In effetti la presenza del vibrafono illumina gli snodi armonici di Mannutza e introduce un coefficiente timbrico che accentua i fruscii e i dettagli della sezione ritmica, mantenendo sempre acceso il dialogo strutturale con il pianoforte. L’Autore continua a scolpire geometrie talora emozionalmente limpide, alle volte impietosamente tortuose. Del resto la sua scrittura pianistica è colma di modulazioni tonali e architetture concentriche gestite con un controllo quasi clinico che a volte attenua l’impatto emotivo, quasi si volesse favorire una più nitida percezione delle relazioni armoniche interne. Il risultato è un lavoro dalla forte coesione concettuale, dove ogni elemento appare come parte di un sistema e non come un impulso espressivo isolato. Un album che interroga forma e sensazione e che proprio in questa distanza/vicinanza trova una sua qualità peculiare.
L’opera si apre appunto con la title track Circles, dove i primi due minuti di musica – il brano nella sua interezza ne dura circa dieci – sono riempiti da un’impressionante prova tecnica di Mannutza dove un solisitico modulo hard bop sostenuto dalla mano destra viene ben combinato con la parte accordale affidata alla mano sinistra, finendo per introdurre l’accompagnamento della ritmica e l’entrata in scena sia del contralto che del vibrafono. La velocità esecutiva del pianoforte è notevole e implacabile, concedendosi un rallentamento nella parte di mezzo della traccia, dove il ritmo s’imbuca in un blues più riflessivo che fa emergere un assolo notevole di vibrafono. Batteria e contrabbasso sono motori robusti e spezzano la prevedibilità dei tempi in una cascata spesso poliritmica. Metamorpho è un brano del contraltista Matteo Sabbatini, che proviene dall’album omonimo del 2013. La bella, flessuosa melodia portante del sax s’impone all’interno di una ballad che dopo l’esposizione iniziale del tema si ripresenta in coppia quasi sincrona col vibrafono. Sorrentino si ricava un assolo al contrabbasso che precede l’intervento di Mannutza al pianoforte. L’Autore suona con eleganza e la sua piacevolissima tecnica pianistica viene espressa quasi senza fretta, consentendo in un secondo tempo anche il dialogo tra sax e vibrafono, assorbito dalla magmatica componente ritmica di contrabbasso e batteria. Il brano, nel suo complesso, è luminoso e scintillante d’invenzioni melodiche. D-Isolation è invece uno dei pezzi più rappresentativi dell’intenzione primaria dell’album, presentandosi come una serie di frasi circolari sostenute fondamentalmente dal contralto che salgono un gradino dopo l’altro riproponendosi diverse volte. Mentre la base armonica resta la stessa, il sax muta il suo percorso concedendosi ad una improvvisazione che pur muovendo grosso modo sulla stessa base accordale, modifica il suo modo di abitare lo schema armonico. Sul finale torna la salita concentrica del tema – mi fa venire in mente la struttura di una vite senza fine – per poi avviarsi tutto alla propria conclusione.

Black Comedy è un brano del batterista Tony Williams che apparve nell’Lp di Miles Davis Miles in the Sky (1968). Un tuffo nel cuore dell’hard bop in un brano caratterizzato da una melodia elementare, sostenuta dal sax, ma con uno sviluppo denso di suoni e un’ampia esibizione di vibrafono e in più una ritmica piena di swing. Recchia, dopo l’esposizione del tema, se ne allontana in piena libertà procedendo con l’improvvisazione e così pure farà successivamente Mannutza. Insomma, una vera e propria palestra di solismi ed anche la possibilità di testare il solido interplay dei musicisti. Herzog è una composizione del vibrafonista Bobby Hutcherson, pubblicata nell’album Total Eclipse del 1969. Si resta ancora pienamente in clima hard bop ma diversamente da com’era lecito aspettarsi, gli spazi solistici sono ben distribuiti non solo a Corda e al suo strumento che tra l’altro in un primo momento lavora in sincrono col sax. Primo fra tutti è il contrabbasso a sfoderare un assolo robusto, seguito giusto dal vibrafono che manda scintille dalle sue barre, alternandosi più volte al sax. Il pianoforte resta invece tra le quinte, sostenendo la ritmica che verso il finale rimarca una serie di rullate belle cariche di energia. December è un momento di sospensione dove il contralto di Recchia punta inizialmente su timbriche alte, dando qualche volta l’illusione che a suonare sia un sax soprano. Le note iniziali di questo brano, in un colloquio rarefatto tra sax e vibrafono, mi hanno ricordato qualcosa degli Oregon. Poi la traccia diventa una sorta di ballad molto affascinante dove lo strumento di Recchia può distendersi in una vaporosa nube quasi impressionista e la musica si rilassa dalle torrenziali dinamiche dei brani precedenti. Per quel che mi riguarda considero questo brano tra i migliori dell’album, forse il meno problematico all’ascolto e quello che mi pare essere vicino alle corde emotive più nascoste del gruppo. C’è la possibilità di cogliere l’aspetto lirico del pianismo di Mannutza che in Circles viene un po’ sacrificato rispetto al contesto più sperimentale dello stesso album. Vortex continua in parte il clima del brano precedente ma esce dall’idea della ballad, tornando nell’assetto mentale di una relativa complessità. Il tema viene qui impostato in apertura dal vibrafono per poi essere predato dal sax che com’è già successo, s’allinea in un sincrono con lo strumento di Corda. Dopo l’assolo del vibrafono è la volta del pianoforte. Rilevante il fondo ritmico dove si coglie la precisa esuberanza ed il relativo autocontrollo di Mashin. The End of a Love Affair è uno standard di Edward Redding composto nel 1951. Con grande stile, la band ripropone questo titolo in forma raffinata, quasi rilassata, dove i tre strumenti principali riescono ad esprimersi nel loro linguaggio sottilmente articolato.
Circles si colloca in quella regione liminale dove il jazz contemporaneo sembra interrogare sé stesso, superando il rischio di autoreferenzialità ed esponendosi ad un lucido esercizio di consapevolezza critica. Mannutza non ripropone tanto un repertorio, così come accade anche in gran parte dei suoi lavori precedenti, quanto una forma di pensiero, un dispositivo che osserva i propri movimenti mentre li compie, restituendo all’ascoltatore l’esperienza di un linguaggio che via via si auto-costruisce. In questo consiste probabilmente l’aspetto di complessità già rilevato in precedenza, ambientandosi in geometrie strutturali che s’interfacciano con l’improvvisazione, seguendo le tracce di un metodo, di una disciplina ben organizzata che prende origine dalla tradizione per poi avventurarsi coraggiosamente nella contemporaneità.
Tracklist:
01. Circles (9:40)
02. Metamorpho (9:14)
03. D-Isolation (6:58)
04. Black Comedy (3:26)
05. Herzog (8:07)
06. December (9:05)
07. Vortex (6:45)
08. The End of a Love Affair (8:28)
Photo 1 © Paolo Rossi




![Sonia Spinello con Sonia Candellone – Time don’t move [anteprima video + intervista]](https://offtopicmagazine.net/wp-content/uploads/2026/04/Spinello_Candellone_ETEREA-©Riccardo-Botta.jpg)

Rispondi