R E C E N S I O N E
Recensione di Riccardo Talamazzi
Se il jazz avesse sempre l’opportunità di accomunare musicisti e spettatori in un unico, catartico sentire, allora potremmo vivere un’esperienza analoga a quella che ha sperimentato il pubblico, nel 2024, durante il concerto del Bastian Menz Trio al Jazzhall di Amburgo. Da questo evento è stato ricavato un album come Everything in Between, editato quest’anno e appunto registrato – ottimamente, per la gioia di tutti gli audiofili – dal vivo in quella fortunata occasione. La formazione del trio è costituita dal batterista tedesco ventinovenne Bastian Menz, dal contrabbassista caraibico cinquantenne Reuben Rogers – nato nelle Isole Vergini, noto per le sue collaborazioni con Wynton Marsalis, Roy Hargrove, Jackie McLean tra gli altri – e dal trentaquattrenne bavarese Konstantin Herleinsberger al sax – soprano e tenore – il cui timbro un po’ soffiato mi ha ricordato da vicino Paul Desmond… Essendo la prima volta che l’etichetta A.Ma Records si trova a pubblicare un album dal vivo, bisogna prender atto di come questa esperienza sia effettivamente riuscita con tutti i crismi. Ciò vale soprattutto grazie a Menz, batterista e compositore di rara sensibilità, che ha saputo costruire un’architettura coraggiosa – tutti i lavori strutturati a trio senza strumento armonico sono coraggiosi per definizione – in grado di evitare le sacche di un hard-bop che ai giorni nostri rischia ormai di diventare un linguaggio esausto e troppo ripetitivo.

D’altra parte Menz non è al suo esordio assoluto. C’è infatti da considerare un suo precedente lavoro, Seasons, un bellissimo album stranamente passato quasi in sordina e che invece vale veramente la pena di ascoltare, uscito nel 2023 in quintetto, con musicisti del tutto differenti da quelli presenti in Everything in Between escludendo l’ospitata di Herleinsberger in un unico brano. Le caratteristiche ritmiche e melodicamente tutt’altro che stucchevoli di questo live del Bastian Menz Trio propongono un groove a tratti incandescente, però mai fuori misura e che riesce a calamitare l’attenzione e la partecipazione costante del pubblico. Quando i tre musicisti si muovono sinergicamente si avverte come quel lavoro d’insieme sia il frutto di una collaudata preparazione a monte e che l’improvvisazione diventi quel valore aggiunto che compare solo dopo aver tracciato con una certa chiarezza le linee espressive lungo le quali ogni singolo brano si dovrà poi sviluppare. La sensazione d’incertezza, di quella passeggiata acrobatica sul filo che molti hanno avvertito in questo album, per me è più apparente che reale. Menz, infatti, come un Orfeo contemporaneo, scende nei meandri della ritmica portando con sé i suoi sodali in un viaggio certo rischioso ma ben ponderato, con in tasca un numero di idee sufficienti per mantenere sempre viva la partecipazione dell’ascoltatore. Le sue composizioni – sette su nove tracce in totale – restano sospese tra l’istinto e la scrittura, tra l’intimità e il piacere dell’esuberanza, mentre il drumming prodotto – sempre presente, mai invadente – si pone all’attenzione con trame percussive per lo più moderate che rifrangono la luce degli altri strumenti senza mai volerli oscurare. D’altra parte Herleinsberger al sax si muove tra lirismo non retorico e avanguardia, con un soffio pieno e caldo senza scivolare in eccessi. Rogers, dal canto suo, è il cuore pulsante del trio che impone una presenza densa, calda e materica. Ascoltatelo in Emily nel lungo assolo iniziale e finale, dove in effetti è proprio qui che il contrabbasso si apre ad una tonalità emotiva non comune. L’intero live è un continuum narrativo dove i brani, pur distanziati dagli applausi convinti del pubblico, non si separano profondamente gli uni dagli altri. È un tutto-nel-mezzo (come suggerisce il titolo), non solo tra le singole intenzioni strumentali ma anche un oltre, un’esplorazione di tutte quelle annotazioni del jazz moderno riguardo a ciò che si annota ai margini come un commento in calce. Si tratta di quei segnali quasi subliminali percepibili visceralmente tra i suoni che innescano un clima di coinvolgente e tesa aspettativa e sembrano tracciare nuovi confini identitari per una musica come il jazz, in costante evoluzione ormai da decenni a questa parte. Inoltre aggiungerei una nota per il pubblico – parte integrante della registrazione – che contribuisce a creare quell’aura rituale che pervade tutto l’album. Un’audience che non è solo un contesto: è come un personaggio nemmeno troppo silenzioso, un coro a commento così come avveniva nelle drammaturgie della Grecia antica.
L’apertura dell’album si affida a Late Night Drive, infarcito di note bluesy, un brano di consistenza plastica portato per mano dal tenore di Herleinsberger che con frasi brevi e incisive, quasi cantabili, che imposta inizialmente un tema scandito dalla batteria e dal profondo, colloidale accompagnamento del contrabbasso. Mentre il sax scivola in scioltezza, Menz aumenta la dinamica dei suoi colpi sui tamburi ma senza strafare. Attacca poi il contrabbassista in un assolo accompagnato dallo scandire secco delle bacchette sui cerchi di una batteria sempre vigile. Quando questi battiti cessano, Menz comincia a lavorare sui piatti e si concede un piccolo momento in solitaria ma anche questo in forma misurata, priva di eccessi. Tanto basta per innescare la miccia che accende il pubblico in un deciso e buon inizio. Caught in the Middle si presenta col sax che entra in contrasto ritmico con gli altri due strumenti, dopo un accenno di qualche nota liberata in solitudine. Una curiosa pausa improvvisa, riempita da qualche scanzonato piatto, cambia la direzione del brano che assume una colorazione crepuscolare e inaspettata. Questo trio può impostarsi sia in modo melodico o parimenti più aggressivo ed è interessante la parentesi d’improvvisazione del sax e del contrabbasso che sembrano ascoltarsi attentamente prima di pronunciarsi nei loro rispettivi fraseggi. Herleinsberger è ispirato e introspettivo anche se gode nello spezzare scientemente il clima con un periodare che riprende la sequenza delle note iniziali. Si avverte tutta l’improvvisazione, certo, ma anche la presenza di una scrittura ben definita.

Linz Shuffle s’annuncia con un entrèe delicata di batteria, poi compare il sax in un tema quasi raddoppiato dal contrabbasso. Bell’esercizio d’insieme dove Rogers spinge le sue corde basse nelle estreme vicinanze – potenza della registrazione – delle nostre orecchie. Anche con questo brano la direzione muta spesso ed il sax mantiene le sue caratteristiche oscillanti tra gusto melodico e interventi più decisi, sempre con brevi frasi che sembrano insinuarsi educatamente tra la ritmica. Rogers appare in decisa evidenza attraverso un colloquio stretto ma non ansiogeno con Menz. Qui la batteria si lascia andare un po’ di più con un assolo affrontato con veemenza ma mi verrebbe da dire senza tradire un certo garbo di base. Finale tra applausi, con il pubblico che interviene nel mezzo del brani, mostrando evidentemente il proprio gradimento. Arriva la title track Everything in Between con il sax soprano di Herleinsberger luminescente come non mai in uno tra i pezzi più belli dell’album, purtroppo anche tra i più brevi. Tema nostalgico e affettivo che certifica come il trio sappia trascorrere da un capo all’altro dell’espressività possibile, modulando i toni e il clima con provata elasticità. La ritmica è quasi silenziosa, accentuando la sensazione di solitudine trasmessa da questa traccia. Confronting parte ritmicamente all’arrembaggio e Menz rovescia sulla batteria un flusso percussivo mediato anche dalle note cavernose del contrabbasso. I toni si alzano, lo stesso Menz ci dà dentro con più vigore, sax e componente ritmica offrono una bella prova d’intreccio reciproco. Emily è un brano composto nel 1964 da Johnny Mendel e Johnny Mercer che diventò presto un moderno standard e grazie alla sua melodia orecchiabile fu riproposto da molti artisti come Bill Evans, Tony Bennett e Barbra Streisand tra gli altri. La versione offerta da questo trio è molto personale, va detto, ma nel contempo l’aria tematica viene rispettata, anche se la struttura complessiva ne risulta un po’ stravolta. Un tapping sul manico del contrabbasso è il preludio di un assolo di Rogers, lungo e sentito e diviso in due parti, nel cui mezzo – appunto, tutto-nel-mezzo – si colloca un sax molto desmondiano che si occupa di tracciare la melodia, cosa che del resto farà altrettanto nel finale. Applausi convinti e partecipati. Social Call non è solo un brano del 1955 del sassofonista e arrangiatore Gigi Gryce, ma è anche il titolo di un album di Betty Carter uscito lo stesso anno all’interno del quale compare l’omonima traccia. Swing a tutto spiano ma ancora una volta, come nel pezzo precedente, il melodico sax tenore e il contrabbasso si dividono la piazza. Forse il momento migliore per il sassofonista che, con un assolo molto tradizionale, dimostra tutto il ventaglio delle sue capacità. Magari risulta un po’ troppo lungo l’intervento di Rogers, ma probabilmente chi era presente al concerto deve averlo avvertito in modo diverso, a giudicare dagli applausi entusiasti. Taking a Trip cambia quasi completamente registro. Herleinsberger sembra calarsi nei panni di un emulo di Sonny Rollins, mostrando un altro lato di sé. Il walking di Rogers accelera le sue pizzicate e poi viene l’ora di Menz che trascende il suo carattere moderato per gettarsi con forza sui tamburi. Siamo verso la fine del concerto ed evidentemente saltano un po’ i limiti e i ruoli, col pubblico che rumoreggia ben contento dell’iniezione energetica appena subita. Però si chiude in linea con quello che il gruppo ha fatto ascoltare, fino ad ora. Infatti Constant Motion rientra nei ranghi di quelle che sono le stigmate abituali, con il sax soprano che fraseggia aereo ma controllato, nonostante la dinamica di Menz sembri essere lì lì per strabordare. Invece, sulle le note lunghe e raccolte del sax, si chiude l’album e presumo anche il concerto.
Nel complesso, Everything in Beetween è un’opera che si muove tra il pensiero e la carne, tra la scrittura e l’improvvisazione, tra il contemporaneo e la tradizione. Menz e sodali non guidano contromano e mi sembra non puntino ad essere provocatori o estremi innovatori. Però dalla loro c’è l’uso piuttosto spregiudicato dei moduli tipici di un trio come questo, impostato senza strumento armonico. Il sax rifugge dalle soluzioni scontate di un fraseggio tormentato che si perda nel free, anzi, la sua impronta melodica lo rende particolarmente charmant nei confronti di un assetto ritmico brillante ed assennato nel contempo. A Menz si deve invece non solo la paternità di quasi tutte le composizioni, ma anche l’idea e la capacità di sintesi nel formare un trio come questo, dall’ineccepibile coesione sonora e dall’indubbio mestiere.
Tracklist:
01. Late Night Drive
02. Caught In The Middle
03. Linz Shuffle
04. Everything In Between
05. Confronting
06. Emily
07. Social Call
08. Taking A trip
09. Constant Motion
Photo © AleX Kiausch





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