A R T E – M O S T R E
Articolo e immagini di Mario Grella
Quando si parla di Art Brut il nome di riferimento è sempre quello di Jean Dubuffet, nome che per altro, non derivava da uno specifico movimento o da un manifesto, bensì al termine che Dubuffet decise di dare alla sua variegata collezione d’arte. I termini li potremmo facilmente tradurre come “arte grezza”, ma non è certo necessaria una traduzione per coglierne il senso. Più difficile, molto più difficile è cercare di definirne i confini temporali, ma anche qui, ammettendo che esistano veri confini temporali. Sociologicamente, invece, gli artisti che compaiono nella mostra sono in gran parte persone emarginate, che quasi sempre hanno subito periodi di detenzione o ricovero presso ospedali psichiatrici. Bruno Decharme è oggi uno studioso e collezionista oltre che membro del comitato direttivo dell’Art Brut presso la Bibliothèque Kandinsky del Centre Pompidou e nel 2021 ha donato quasi mille opere al Musée national d’Art moderne – Centre Georges Pompidou. È proprio questa straordinaria collezione ad essere esposta nei sontuosi spazi del Grand Palais di Parigi (fino al prossimo 21 settembre).

Devo ammettere che pur frequentando mostre da almeno cinquant’anni, ho scoperto artisti ed opere di cui avevo sentito parlare poco o niente. La mostra come voluta dalla curatrice Barbara Safarova, non segue un percorso cronologico, anche se volendo definire gli estremi sono esposte opere che vanno dal XVII secolo ai giorni nostri, ma si tratta di una sorta di diario di viaggio di un collezionista tra quattrocento opere delle mille della donazione di Decharme al Centre Pompidou, potremmo però aggiungere che le opere sono riunite per affinità elettive. L’Art Brut è vista insomma come un campo creativo complesso ed in continua evoluzione che non ha smesso, e forse non smetterà mai, di produrre creazioni ad esso riconducibile. Si potrebbe cercare di intraprendere il tentativo di definire una topografia di soggetti più che una cronologia e in questa ipotetica mappa troverebbero posto certamente i temi del mistero della creazione, il rapporto con Dio, la morte, il sesso, le perversioni, il gioco, la violenza, la guerra, il misticismo, la trascendenza, il mistero, la magia, così per citare a ruota libera qualche tematica o gruppi tematici. Se però volessimo tentare di dare una definizione di Art Brut ci troveremmo in seria difficoltà e allora varrebbe la pena di affidarsi allo stesso Dubuffet che la definì come un’arte non intimidatoria, lontana dalle teorie, vicina all’istintività e allo spontaneismo. Date queste premesse appariva assolutamente necessaria ai curatori una esposizione costruita attorno a nuclei tematici.

Piluccando qui e là, dalla sezione “Rėparer le monde” mi piace ricordare i magnifici ed immaginifici tappeti di Melina Riccio degli anni Cinquanta che celebrano la fraternità e l’amore universale o le orientaleggianti composizioni pittoriche (1941) di Fleury Joseph Crépin che come intitola il suo autore “conjurent là guerre et promeuvent la paix”. Gli scritti e le calligrafie accolgono il visitatore nella sezione intitolata enigmaticamente appunto “À moi les langues de feu qui embrasent”. Si tratta di disegni o tele calligrafiche, ma anche quaderni e carte varie che potrebbero ricordare la collezione munariana “Scritture illeggibili di popoli sconosciuti”, materia di una famosa mostra degli anni Settanta. Sono testi fluttuanti, poetici, irrazionali, visionari, non-sense che sembrano voler far sposare i significati coi significanti, in una sola idea concettuale. E qui ci troviamo davvero in presenza di infinite varietà di segni e significati, dai particolari di prodotti farmaceutici riprodotti su tela di Emmanuel le Calligraphe a veri testi visionari come quelli di Laura Jo Pierce, alle arcaiche incisioni di Auset. il titolo della sezione “De l’ordre, nom de Dieu!”, sembra lasciare intendere tutto il contrario poiché le macchine straordinarie degli artisti rappresentati sembrano non riuscire ad evitare l’inevitabile collasso del mondo (e i nostri tormentati tempi sembrano confermarlo drammaticamente).

Le opere sono spesso fatte di astrusi calcoli matematici o geometrici, commentari numerici come nel caso dei commenti alla Sacra Bibbia di John Devlin o la quasi illeggibile “Torre logaritmica” di Jean Perdrizet (1972), fino al delirio meccanicistico di un artista quale Zdenēk Kosēk (1990). Naturalmente il concetto di Art Brut, ancor maggiormente di altre definizioni di avanguardie e correnti, non può essere confinato nel continente di origine del suo padre spirituale e così nella mostra è opportunamente presente la sezione “Art brut au tour du monde”. Io credo che Dubuffet stesso fosse assolutamente convinto che il concetto (e le opere) di Art Brut circolasse già abbondantemente nel mondo, molto prima e naturalmente anche molto dopo la sua teorizzazione. Nell’imponente collezione Decharme sono presenti importanti esempi provenienti da Giappone, Brasile, Cuba e Stati Uniti. Tra i pezzi giapponesi come non rimanere incantati dalle minuscole 63 figurine di terracotta raffiguranti idoli immaginari o la commovente cronaca dei bombardamenti di Hiroshima e Nagasaki dipinta a mina e graffite su cartoni da imballaggio eseguita intorno al 2000 da Masa Obata, lungamente internato in manicomio e autore di opere originalissime.

Molti di questi artisti hanno vissuto l’esperienza dell’internamento in case di cura, ospedali psichiatrici, manicomi-lager, un altro del gruppo è il brasiliano Raimundo Camillo che vagabondo e ridotto in miseria si mise ad ideare delle immaginarie banconote sulle quali raccontava iconograficamente la sua vicenda personale. Lo stesso vale per gli strani riti disegnati di Julio Ribas del Rio, anch’egli proveniente da una dura detenzione manicomiale. Si arriva così pian piano alla sezione “Chimères, monstres et fantômes” che a me sembra un po’ il cuore di tutta la mostra: chimere, mostri e fantasmi, ma anche insetti mutanti, creature ibride, corpi frammentati, paesaggi apocalittici: mondi segnati dalla confusione, dalla mescolanza di generi, da associazioni insolite, dalla disarticolazione e dalla ricomposizione. La realtà crolla, emerge la stranezza. Tanti scenari improbabili alimentati dall’immaginario collettivo di ciò che minaccia la nostra umanità. In fondo, se vogliamo, una profezia che si è avverata, e che alla diversità ha unito anche una buona dose di inquietudine. Qui non si ha davvero che l’imbarazzo della scelta tra le decine e decine di opere strabilianti. Se dovessi scegliere un’opera tra le tante della sezione opterei per il ritratto di Hitler del 1989 di Theo Wagemann, anch’egli ricoverato, che disegna lucidamente Hitler come responsabile dell’internamento e a volte dello sterminio di migliaia di malati psichici.

L’antropologo Claude Lévi-Strauss distingue tra l’ingegnere che ha un progetto specifico e l’artigiano che si adatta ai mezzi a sua disposizione. L’Art brut è la culla di molti artigiani per necessità e la sezione “Bris Collage” è una straordinaria raccolta di geniali bricoleur che assemblano pezzi di materiali grezzi e sanno, da questi, far scaturire la poesia. Vorrei qui citare le opere di Auguste Forestier, costruttore di giocattoli in legno che incominciò a costruire, a partire dal 1930, nell’ospedale psichiatrico di Alban-sur-Limagnole. Sono figure militari goffe, rozze, primitive, grossolane e magnificamente immaginifiche che sembrano ricordare le opere di Franz West, ma senza quella un po’ affettata ricercatezza. Una scoperta dello stesso Jean Dubuffet è quella di André Robillard che nel 2000 costruiva armi tarocche fatte di vecchie scatole di conserva, pezzi di legno e cartone, che mettono in ridicolo l’oggetto, una vera presa di distanza ironica dalla guerra. Molto singolare poi la sezione dei cosiddetti “Ateliers Brut” si tratta cioè di opere prodotte in un ambiente protetto di cura e terapia, come per esempio la “Haus der Künstker” situata nella clinica psichiatrica di Gugging nei pressi di Vienna, dove sono state concepite opere di grande effetto e suggestione, basta ricordare quella senza titolo del 1983 di August Walla, dove Cristo è rappresentato come un precursore del comunismo in un grandioso acrilico, inchiostro e matita su carta.

La mostra riserva poi una sezione alle “Œuvres orphelines”, vale a dire le opere anonime, alcune di struggente bellezza, per finire con “Danse avec les esprits”, dove sono riunite una grande quantità di creazioni della metà del XIX secolo che hanno come tema il mondo dello spiritismo e della magia. Il “capolavoro” di questa sezione può essere individuato nell’opera senza titolo del 1927 di Augustin Lesage, il quale affermava di essere stato direttamente ispirato e condotto alla realizzazione di questo poderoso (ben nove metri quadrati) e misterioso lavoro, da Leonardo Da Vinci in persona e dal filosofo Apollonio di Tiana. A detto dello stesso Lesage pare che i suoi diretti ispiratori gli abbiano suggerito “Ne cherche pas à savoir ce que tu fais”. Certo sarebbe fin troppo facile ironizzare sul genio e la sregolatezza (è stato fatto molte volte a torto o a ragione), ma la mostra nella sua estrema varietà è complessità porta alla luce un universo creativo. Per finire la sezione “Journaux intimes, journaux du monde” dove sebbene spesso emarginati socialmente o psicologicamente, gli artisti dell’Art Brut catturano l’ambiente circostante, gli eventi culturali, storici e persino politici, intrecciandoli strettamente con la propria storia. Da qui la presenza nelle loro opere di collage, ritagli di giornale, estratti pubblicitari e citazioni di libri. Vale la pena citare le grandi illustrazioni di Alexander Lovanov internato anche lui per i postumi di una meningite, che ritrae con mina, grafite e acquarello, una serie di eroi sovietici. La mostra della Collection Decharme del Grand Palais è certamente quanto di più originale abbia visitato negli ultimi quattro-cinque anni, vale la pena fare una scappata a Parigi prima del 21 settembre anche solo per questo…





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