A R T E – M O S T R E


Articolo di Mario Grella

Nella mia visita estiva alla straordinaria mostra parigina del Grand Palais, dedicata all’Art Brut, mi ero stupito che nella grandiosa collezione Decharme non comparissero opere di Leonora Carrington, poiché questa artista avrebbe avuto tutte le caratteristiche per figurare in una siffatta collezione. Questa lacuna però non appare così grave (almeno per me), vista la bella mostra che attualmente Palazzo Reale di Milano dedica alla grande surrealista (o post-surrealista, ma anche neo-surrealista e magari pure proto-surrealista). L’esposizione milanese va a colmare un vuoto intollerabile, poiché di questa veramente grande artista si vede poco in giro per l’Europa, ma soprattutto è rarissimo imbattersi in una mostra antologica così ben strutturata nella sua elegante semplicità e che, cosa da non sottovalutare, non attrae quella torma di visitatori superficiali spesso richiamati dai soliti nomi da grande circuito espositivo (con qualche volta annesse parole insopportabili, come opere immersive e altre baracconate varie).

Leonora, inglese di nascita e cosmopolita per spirito, è la classica artista-ribelle, figura un po’ (anzi molto) stereotipata almeno nella testa del visitatore della domenica; ma lei ribelle di spirito lo era davvero e, anzi proprio per questo, è sempre stata considerata un po’ una squilibrata. Nata nel 1917 da una famiglia borghese del Lancashire, viene spedita, naturalmente, a studiare in un collegio cattolico. Leonora fugge due volte da quel collegio e questo la dice già lunga sul carattere della giovane che, come ricorda Joanna Moorhead nella celebre biografia dedicata alla Carrington, ad una cena elegante non esitò a spalmarsi i piedi con la senape. Prim, questo il suo primo soprannome, si forma a Firenze e a Londra ed, essendo uno spirito libero, è ben presto attirata dal movimento surrealista (come i surrealisti sono attirati da lei), in particolare da Max Ernst con cui fuggirà ben presto a Parigi. Allo scoppio della Seconda Guerra mondiale Ernst viene internato, mentre la fuga solitaria di Leonora proseguirà a Madrid, dove anche lei poi subirà la stessa tragica sorte. Insomma già da questi pochi lineamenti biografici si comprende di chi e di cosa stiamo trattando, con particolare riferimento alla vita del suo mondo interiore, spesso complessa oltre ogni misura, libera, senza censure, né freni. Quello che ne esce è una creazione onirica e spirituale autentica, non di maniera, che la mostra milanese evidenzia con grande potenza. Animali immaginari e misteriosi, insetti, segni e sogni, alchimia, incubi della psiche e rimostranze religiose, il tutto sostenuto da una forte carica femminista che mai l’ha abbandonata nella vita, che si concluderà a Città del Messico (luogo che non può non suscitare il ricordo di un’altra straordinaria artista, Frida Kahlo).

Già nelle prime sale della mostra milanese, con le grafiche e le illustrazioni, la Carrington si mostra avanti anni luce rispetto al gusto di quegli anni, basta guardare l’eccentrica contemporaneità delle opere, come Devil Giants and Their Pixie Brew del 1932 o The Fidder del 1933, così come Chez Les Masques, dipinto ad olio su tela del 1936, che nulla hanno da invidiare a tematiche e forme del movimento espressionista. Se poi guardiamo un quadro come Garden Bedroom del 1940, benché del movimento surrealista storico resti ben poco, possiamo ritrovare ri-vivificate, molte tematiche psicologiche ed oniriche del surrealismo, come la figura del cavallo simbolo di potenza sessuale e ispiratore del senso di libertà, animale che si trova nell’esplicita monta di Caballos, tela del 1941. Anche la magnifica Mars Red Predella del 1946, a parere di chi scrive l’opera più raffinata di tutta la mostra, ha come soggetto, tra altri tormentati animali, anche un cavallo. Tra i temi più legati alla tradizione e meno alla psiche individuale ecco il magnifico e magniloquente Le tentazioni di Sant’Antonio, dove la lussuria sembra essere una inquietante e per niente attraente regina insieme alle sue dame: l’opera del 1945, come impianto compositivo e suggestione, nulla ha da invidiare a “tentazioni” ben più celebrate come quelle di Matthias Grünewald o di Hieronymus Bosch. Per venire a creazioni più recenti, mi piace ricordare una grafica del 1962, esplicitamente intitolata Map of the Human Animal, di grande complessità simbolica, di armoniosa composizione formale e cromatica, dove ad ogni parte del corpo è associato un animale.

La mitologia, la storia biblica, il mistero, le creature fantastiche, tutto ciò che travalica la conoscenza razionale, alberga nella mente e nella psiche di questa grande artista del Novecento. Persino negli ultimi anni della sua intensa esistenza, Leonora, che fu come è noto anche scrittrice di un certo rilievo, ebbe modo di stupire il pubblico con uno straordinario romanzo immaginifico, Il cornetto acustico del 1974 (edito in Italia da Adelphi), scritto durante il suo soggiorno presso una casa di riposo messicana, dove la Carrington, facendo di necessità virtù, prese ispirazione per questa originale storia. André Breton, padre del surrealismo, ammirava e temeva il carattere indomito di Leonora Carrington e la considerò sempre come una delle donne ‘numinose’ del surrealismo, circondata com’era da quel misterioso e quasi mistico alone di spiritualismo. La mostra di Milano, aperta fino al prossimo undici gennaio, non è un’occasione da sottovalutare per approfondire la conoscenza di un’artista destinata ad essere riscoperta e valorizzata come merita.

Foto allestimento © Vincenzo Bruno 

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