A R T E – M O S T R E


Articolo di Mario Grella

Per chi ha frequentato Parigi all’inseguimento di mostre come ho fatto io per tutta la vita, non può essersi dimenticato di una mostra che potremmo definire epocale. Si tratta della gigantesca esposizione al Grand Palais del 1993 intitolata L’âme au corps. La mostra, che presentava anche un sontuoso catalogo, indagava sulla rappresentazione del corpo nell’arte e nella scienza in rapporto alla rappresentazione dell’anima. Il sottotitolo era Arts et Sciences nelle arti figurative (ma anche nella medicina) dal 1793 al 1993. È quindi stato impossibile per un visitatore attento non ricordare quella mostra straordinaria, accostandosi a Corps et âmes che, a Parigi, la Bourse de Commerce-Collection Pinault ha presentato durante la primavera/estate scorsi e che ha chiuso i battenti da qualche settimana. Non credo nemmeno che i curatori del percorso espositivo, costruito con una significativa parte delle opere della Collezione Pinault aventi per soggetto i corpi e la loro rappresentazione pittorica, grafica, fotografica o scultorea, se ne possano essere dimenticati.

Gli artisti esposti alla Bourse sono “solo” una quarantina da George Baselitz a David Hammons, da Arthur Java a Marlene Dumas, da Deana Lawson a Ali Cherri passando per Michael Armitage e Miriam Cahn. Una collezione imponente che offre ai visitatori una visione acuta ed originale della fragilità del corpo umano e quindi della esistenza stessa. In fondo un approccio non troppo dissimile da L’âmes au corps del 1993, benché in quel caso i materiali fossero organizzati in maniera molto più sistematica e sempre alla ricerca di precise relazioni tra i corpi e i moti dell’anima.

Ad accogliere il visitatore alla Bourse è uno straordinario dittico del pittore ghanese Gideon Appah che rappresenta scene di vita quotidiana nella sua città natale, Accra. È il corpo in purezza se così possiamo dire, il corpo che vive, che necessità di nutrimenti materiali e spirituali, il corpo sofferente e quello non corrotto dalla cosiddetta civiltà: opere di una naturalezza e freschezza impossibili da ritrovare nella pittura del mondo occidentale. Tra tutti i lavori esposti, quelle di Ali Cherri, nelle ventiquattro vetrine che circondano lo spazio espositivo centrale costruito da Ando, sono tra le cose più interessanti dell’esposizione parigina. Cherri dà vita a flash spettrali tra passato e presente, tra film e finzione, ibridando veri reperti archeologici con proprie creazioni che è molto difficile distinguere dai reperti originali, con lo strabiliante risultato di creare una sorta di gigantesca pellicola cinematografica (richiamata dalla circolarità delle pareti), con fotogrammi composti da oggetti, frammenti e corpi rappresentati, provenienti da molte culture diverse e che vanno a realizzare quella che lui chiama solipture ovvero una forma di solidarietà tra corpi che, nei secoli, hanno avuto la stessa sorte.

Salendo al primo piano ecco la prima mostra personale in Francia di Deana Lawson, fotografa afroamericana con base a New York. Scattando con una macchina fotografica a banco ottico, crea ritratti di ispirazione pittorica di sorprendente naturalismo, per i quali la sua cerchia ristretta posa in ambienti domestici. Le fotografie di Deana Lawson non sono puramente messe in scena. I modelli, con cui interagisce a lungo, si trovano in un ambiente specifico, una scena particolare: il loro abituale interno domestico. Come noi spettatori guardiamo le foto, così i soggetti delle fotografie fissano direttamente lo spettatore dall’interno del loro contesto naturale. Corpi nel loro ambiente che esprimono più che moti dell’anima, direi l’anima in purezza attraverso i contesti in cui sono collocati.

Altri corpi in altri contesti sono quelli di Philip Guston autore di opere figurative in stile caricaturale, riferiti agli ambiti del razzismo che perseguitava gli USA negli anni Sessanta e che oggi sembra essere ritornato con rinnovato vigore. Nella stessa sezione le opere iperrealiste di Duane Hanson che, anche se viste più volte, impressionano sempre così come sono calate nel dark side del sogno americano come l’imbianchino afroamericano, demotivato e abulico che sembra intento a tinteggiare la stessa sala espositiva.

Molto presente la cultura artistica statunitense come nel caso di Kara Walker che in un monumentale disegno, scrive una succinta storia degli Stati Uniti d’America con particolare accento sui crimini schiavisti e la società segregazionista. Di particolare suggestione, il malinconico fischio di Terry Adkins che fa da colonna sonora alle opere esposte in questa sezione. Ma non è solo l’impegno civile o politico a caratterizzare il percorso espositivo e, a proposito di anima, ecco i corpi di Marlene Dumas, artista sempre molto presente nelle collezioni di Pinault. Per i suoi suoi corpi si potrebbero usare le parole di Nietzsche quando affermava che “il corpo è l’anima”, e nella fattispecie in Birth, la Dumas non esita a dipingere la figura di Venere nelle sembianze di una donna incinta spostando il significato (ma anche il significante) da “bellezza” su quello di bellezza-fertilità.

Esposte nella stessa sezione sono le opere di Peter Doig, per molti il più grande pittore contemporaneo e quelle di Michael Armitage unite da un soggetto collaterale come la musica. La barca di Doig di House of Music naviga coi suoi musicisti improbabili verso il nulla cosmico e spirituale, così come i musicisti di Xalam, ritratti da Armitage in una discarica di Nairobi, sembrano attaccarsi agli strumenti non potendosi attaccare a nessuna concreta speranza.

Una bella mostra, nonostante il tema non sia certo dei più nuovi, un’occasione  comunque di vedere opere di artisti come Miriam Cahn, Ana Mendieta, Mira Schor, Wolfgang Tillmans (oltre alla scorpacciata della grandiosa mostra del Centre Pompidou), Richard Avedon (anch’egli presente a Parigi nella bella mostra della Fondation Cartier-Bresson), Niki De Saint-Phalle (e anche per lei contemporanea grandiosa mostra parigina al Grand Palais), Latoya Ruby Frazier, Zanella Muholi, Terry Adkins, Sheffield Levine, Auguste Rodin (e anche per lui a Parigi non c’è che l’imbarazzo della scelta), Arthur Java, William Kentridge, Robin Rhode e tanti altri che non sto qui ad elencare.

Impossibile però non soffermarsi, per finire, al monumentale capolavoro di George Baselitz intitolato Avignon che completa questo flusso di corpi. Tra figurazione e astrazione spuria, nel buio drammatico e spettacolare, le otto figure, ovviamente capovolte, vanno a formare una sorta di teatro dell’umano. Le figure ispirate in particolare agli ultimi dipinti di Picasso, ma anche ad opere di Lucas Carnach il Vecchio, Egon Schiele e Edvard Munch, salutano così il visitatore indicandogli quel corpo umano che fu, è stato, per certi versi è e magari sarà sempre il tema centrale dell’arte di tutti i secoli e di tutte le latitudini.

Photo © Mario Grella + Courtesy of Bourse de Commerce-Collection Pinault

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