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Mario Grella

Tell No Lies – Anasyrma (Aut Records, 2020)

R E C E N S I O N E


Recensione di Mario Grella

Non è facile scrivere di certi lavori musicali, come questo Anasyrma dei Tell No Lies, gruppo composto da Nicola Guazzaloca al piano, anche autore dei brani, Edoardo Marraffa ai sax sopranino e tenore, Filippo Orefice al sax tenore, Luca Bernard al contrabbasso, Andrea Grillini alle percussioni, con l’aiuto esterno di Christian Ferlaino al sax baritono, Francesco Guerri al violoncello e Federico Pierantoni al trombone. Quando non è facile scriverne, significa che è facile ascoltarli e anche introiettarli e questo perché la musica ha preso il sopravvento su teorie, concezioni, spiegazioni che qualche volta rendono tutto più macchinoso, soprattutto se chi scrive si compiace di ciò che scrive (e capita un po’ a tutti di dire bugie). Allora lasciamoli suonare e penseremo alla fine cosa dire o cosa scrivere…

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Marco Colonna & Alexander Hawkins – Dolphy Underlined (Fundacja Słuchaj Records, 2020)

R E C E N S I O N E


Recensione di Mario Grella

Per fare certe cose ci vuole coraggio, nella musica, come in tante altre attività. Celebrare un musicista come Eric Allan Dolphy, non richiede solo coraggio, ma anche convinzione di poterlo fare e, naturalmente, occorre avere talento. A dire la verità c’è anche chi si butta a capofitto in una impresa avendone la vocazione, ma non possedendone gli strumenti. Quando chi ha la vocazione, ha anche gli strumenti per farlo (e non parlo degli strumenti musicali, naturalmente), allora il gioco è fatto. È questo il gioco del grande clarinettista Marco Colonna e dello straordinario pianista Alexander Hawkins, capaci di cimentarsi con la memoria di un mostro sacro della musica (non solo del jazz) come Eric Dolphy, anche se questo gioco era altamente pericoloso. Lo è prima di tutto per l’incontenibile ecletticità del musicista e la sua inimitabile originalità, ma il clarinetto basso è anche il pane quotidiano di Marco Colonna e l’idea di rendere omaggio a Dolphy in compagnia di un pianoforte, molto “pensato” come quello di Hawkins, non poteva che essere una soluzione adeguata. Da questo incontro, “Bello come l’incontro di un ferro da stiro e di una macchina da cucire su di un tavolo anatomico” aveva scritto Lautremont, definizione assai adatta alla musica del grande clarinettista americano che potrebbe anche piacere ai nostri due musicisti, scaturisce un disco di eccezionale bellezza, di misurata originalità e di raffinato pregio: “Dolphy Underlined” uscito nello scorso mese di ottobre.


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Dino Saluzzi – Albores (ECM Records, 2020)

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Recensione di Mario Grella

Ci sono artisti che crescono e passano la vita identificandosi con lo strumento della loro arte. Succede più nella musica che nelle altre arti, poiché se la scrittura si fa sempre con lo stesso strumento (o quasi), nella musica lo strumento caratterizza maggiormente l’artista. Succede con Dino Saluzzi e il suo bandoneon. Sarebbe forse azzardato  estendere l’osservazione a chi artista non lo è, almeno non lo è in “stricto sensu”, come per esempio Maradona, tutt’uno col suo pallone ma si tratterebbe di un paragone nemmeno troppo forzato e, non solo per la comune madrepatria argentina, ma anche per un profondo radicamento nella cultura popolare di quel paese e non solo. Entrambi, Maradona e Saluzzi ci raccontano anche della loro terra natia senza bisogno di parole. Ricorda a questo proposito il musicista argentino: “…Non abbiamo ricevuto alcuna informazione tramite la radio o attraverso gli album, e non c’erano conoscenze di musica accademica o di musica sinfonica o concerti formali, quando ero molto giovane, comunque mio padre è stato in grado di trasmettermi un’educazione musicale…” Ed io aggiungerei inoltre un racconto della malinconia senza bisogno di parole. Forse anche il grande calciatore argentino non ci ha parlato solo di gioie sportive, anche se non ce ne siamo accorti.

Ph. Juan Hitters

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Anais Drago – SoloProject @ Museo di Storia Naturale Faraggiana Ferrandi, Novara – Streaming YouTube

A P P U N T I  D A  N O V A R A J A Z Z


Articolo di Mario Grella

Anais Drago è una musicista sorprendente. Lo è per tanti motivi, uno, che è apparentemente secondario è il nome, che mi riporta ad una scrittrice da me sempre amata come Anais Nin, ma è chiaro che non è questo il principale motivo per essere sorpresi. La vera sorpresa è prima di tutto lo spessore della sua cultura musicale e poi, naturalmente, la sua giovane età, la sua tecnica e l’espressività della sua musica, non necessariamente in questo ordine. Anais Drago con il suo violino, la sua voce e il supporto di effetti elettronici, si è esibita ieri sera nella sala del Museo di Storia naturale Faraggiana-Ferrandi, nell’ambito di NovaraJazz “streaming edition”, se così possiamo dire che, come ha ben spiegato Corrado Beldì nell’introduzione, grazie alla piattaforma allestita dal Comune di Novara comprendente nel suo palinsesto il Teatro Coccia, il Teatro Faraggiana, il “Circolo dei lettori”, gli “Amici della Musica”, il “Centro novarese di studi letterari” e naturalmente “Restart” e “NovaraJazz”, ha reso possibile una serie di attività culturali che in tempo di lockdown sarebbero restate morte e sepolte.

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Stefano Tamborrino – Seacup (Tǔk Music, 2020)

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Recensione di Mario Grella

Sarà perché le creazioni eccentriche mi attirano sempre (il primo brano si intitola Coda), ma non vedevo l’ora di ascoltare con attenzione l’ultimo lavoro di Stefano Tamborrino. E infatti, il mio istinto non mi inganna mai, sono bastate poche intense battute (anzi colpi di “Coda”), per farmi innamorare di Seacup prodotto per l’etichetta Tūk Music di Paolo Fresu. Per questo esordio, il batterista toscano ha messo insieme una band originale per composizione strumentale e raffinatissima per la qualità dei musicisti: Ilaria Lanzoni al violino, Katia Moling alla viola, Dan Kinzelman al sassofono, Andrea Beninati al violoncello, Gabriele Evangelista al contrabbasso e, naturalmente, Stefano Tamborrino alla batteria. Atmosfere invernali, interiori, profonde come quelle di acque nordiche, già dal primo brano che si confermano tali con i successivi intensi e poetici brani come Escher e Purple Whales che rimanda, anche semanticamente, a grandi e profondi spazi fisici e mentali. Un’atmosfera molto “string” che sa di mitologie nordeuropee, ma anche di raffinate culture musicali che inglobano musica colta, litanie popolari, lirismi e saghe misteriose, dove anche voci mistiche sembrano evocare spiritualità e voglia di inabissarsi nell’Essere. Il pizzicato di Purple Whales sembra essere la rappresentazione sonora di questo desiderio di stimolare l’anima per non farla dormire, per muoverla verso la profondità dell’emozione.

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Max De Aloe Quartet – Just for one day (Barnum for Art, 2020)

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Recensione di Mario Grella

Era inevitabile che prima o poi la pandemia influenzasse direttamente la creazione musicale e artistica in senso lato. Max De Aloe è un armonicista che ha attraversato, o meglio, è stato attraversato dal virus, come racconta lui stesso nel comunicato stampa che accompagna l’uscita di Just for one day, edito da Barnum for Art e registrato con il Max De Aloe Quartet composto, oltre che dallo stesso De Aloe, da Roberto Olzer al piano, Marco Mistrangelo al contrabbasso e Nicola Stranieri alla batteria. Una esperienza negativa che, come spesso accade per gli spiriti creativi, si trasforma in una positiva, fatta di coraggio e voglia di cimentarsi con la difficoltà. Alla base del disco, l’idea di omaggiare un mostro sacro della musica come fu David Bowie, un’operazione tuttavia lontanissima dall’idea di “riadattare” la musica di Bowie, ma molto vicina all’idea di “consonanza” con il grande musicista pop e rock. Anche se alla base del lavoro c’è l’omaggio a un personaggio come Bowie, è estremamente difficile costruire un disco che abbia come struttura portante l’armonica cromatica.

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Sun Ra Arkestra – Swirling (Strut Records, 2020)

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Recensione di Mario Grella

Luci stellari, pianeti, satelliti, vortici, mondi galattici e magiche alchimie cosmiche. Inutile, far finta di nulla, è di tutto ciò che la musica di Sun Ra si nutre. Sembra che senza la sua “filosofia cosmica”, non si possa nemmeno fare musica. Eppure la sua musica ha una esistenza “ontologica” che è difficile non rilevare, anche sganciata da tutte le sue astruse ed originalissime teorie. Però a lui piaceva così e deve piacere così anche a noi. È una delizia sopraffina ascoltare questo magnifico Swirling, nuovo scintillante lavoro della Sun Ra Arkestra, registrato al Rittenhouse Soundworks di Philadelphia, che sotto la direzione del maestro Marshall Allen, porta avanti l’eredità spiritual-musicale del grande Sun Ra; e lo facciamo magari cominciando dal pezzo che da il titolo all’album.

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Rob Mazurek Exploding Star Orchestra – Dimensional Stardust (International Anthem, 2020)

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Recensione di Mario Grella

La musica colta di Rob Mazurek assomiglia molto alla musica e poco alla musica colta. Della musica colta non ha tutta la boriosa presunzione che spesso ha il mondo della musica colta. Eppure è fuori di dubbio che di musica colta si tratti e, come ogni musica colta che si rispetti, è pregna di una forte dose di sperimentazione, minimale e, spesso, piacevolmente melodica. Registrato nel giugno 2020, Dimensional Stardust è un lavoro che vede impegnati, sotto la direzione di Rob Mazurek (autore delle composizioni e tromba ottavino, rendering elettronici, synth modulare), un nutrito ed affiatato gruppo di musicisti che formano la mirabolante Exploding Star Orchestra e che vado a ricordare: Damon Locks voce, elettronica, Nicole Mitchell flauti,  Macie Stewart violini,  Tomeka Reid violoncelli, Joel Ross -vibrafono, Jeff Parker  chitarra, Jaimie Branch  tromba,  Angelica Sanchez piano acustico e  piano elettrico, Inghebrit Håker Flaten basso, Chad Taylor, Mikel  Patrik Acery batterie e  percussioni,  John Herndon  drum machine.

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Matteo Bortone – No Land’s (Auand, 2020)

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Recensione di Mario Grella

È uscito di recente per l’etichetta Auand Records l’ultimo lavoro di Matteo Bortone, in sestetto, un gruppo originario, un “combo” trasformato poi, su sollecitazione di Enrico Bettinello, per la partecipazione ad alcuni festival, tra i quali NovaraJazz. Matteo Bortone è un bassista, compositore, jazzista e qualcos’altro. Ecco, il disco è confezionato proprio con un pizzico di jazz e molto di “qualcos’altro” ed in questo sta la sua originalità. Se devo essere sincero fino in fondo, e su queste pagine lo sono sempre stato, io continuo a preferire il jazz al “qualcos’altro”, perché ho sempre considerato il jazz un “qualcos’altro” di suo, senza bisogno eccessivo di sconfinamenti e, non tanto per le difficoltà classificatorie, ma solo perché il “qualcos’altro” mi sembra sempre un tributo da pagare per farsi accettare, anche al di fuori dell’ambito jazz, uno strizzare l’occhio alla musica “da consumare”, per parafrasare una nota teoria di Riccardo Bertoncelli.

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