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Mario Grella

Parigi, 13arr. – di Jacques Audiard (Francia, 2021)

C I N E M A


Articolo di Mario Grella

Raccontare cinematograficamente una città, utilizzando il bianco e nero, è spesso necessario, soprattutto quando la vicenda raccontata è cruda come la realtà urbana e poetica come una storia d’amore. Pare che Jacques Audiard sia rimasto favorevolmente impressionato dal cristallino bianco e nero di Roma di Alfonso Cuaron, dove, guarda caso, anche lì il film era ambientato in un quartiere di una grande città. Ma il rapporto del b/n con il cinema anche in epoca del colore, non è comunque una novità, basti pensare a Manhattan di Woody Allen del 1979 o a Il cielo sopra Berlino di Wim Wenders del 1987, tanto per fare due nomi da storia del cinema. Ed è la città ad essere raccontata in Les Olympiades (titolo originale), nome con cui è conosciuta una parte del 13° arrondissement parigino, ma che il distributore italiano ha voluto, chissà poi perché, chiamare con il numero dell’intero distretto parigino. Il tredicesimo, non è proprio banlieu, diciamo che è una periferia parigina dignitosamente squallida, ma dello squallore urbano comune nelle grandi aree metropolitane e piuttosto lontana dalla banlieu violenta e truce, vista in La Haine di Kassovitz del 1995.

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Francesco Chiapperini – On the Bare Rocks and Glaciers @ Opificio, Novara – 24 marzo 2022

A P P U N T I  D A  N O V A R A J A Z Z


Articolo di Mario Grella

L’associazione tra jazz e musica popolare non è né nuova, né cervellotica. Il jazz delle origini nasce fortemente connotato da una vena popolare ed oggi, sempre più, sembra voler rivendicare quelle origini, benché felicemente mescolate allo spirito dell’innovazione e della ricerca. Francesco Chiapperini e il suo gruppo: Virginia Sutera (violino), Vito Emanuele Galante (tromba), Mario Mariotti (cornetta), Roger Rota (fagotto) e Andrea Ferrari (sax baritono), giovedì sera all’Opificio di Novara per Taste of Jazz 2022, hanno riportato in città un progetto oltremodo interessante, On the Bare Rocks and Glaciers, (già presentato nell’agosto del 2020, al Castello di Novara nella difficilile stagione post-pandemica), che affonda le radici in un filone della musica popolare, italiana in particolare, di grande tradizione e di tenace memoria: i canti alpini.

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Trio Correspondences @ Nòva, Novara – 20 marzo 2022

A P P U N T I  D A  N O V A R A J A Z Z


Articolo di Mario Grella, immagini sonore © Emanuele Meschini

Quando ad un concerto jazz incontro quel mostro sacro della critica musicale che è Riccardo Bertoncelli, significa che qualcosa di grosso bolle in pentola. Un po’ come se la sua presenza fosse garanzia della qualità del concerto. E così, facendo il disinvolto e chiacchierando dei tempi passati approfitto per chiedergli per quale dei tre musicisti del Trio Correspondences, di scena domenica scorsa per l’edizione invernale di NovaraJazz 2022, si fosse scomodato. Lui con la solita “nonchalance”, mi risponde che è venuto a dare un’occhiata. Ma io so che le sue “occhiate” non sono mai casuali, ed infatti Jason Roebke al contrabbasso, Josh Berman alla cornetta e Sven-Åke Johansson alla batteria, danno vita ad uno dei più suggestivi ed intensi concerti della stagione al Nòva uno spazio, vale la pena ricordarlo, ricavato da un’ex-caserma e al centro di interessanti progetti futuri.

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Punkt.Vrt.Plastik – Zurich Concert (Intakt Records, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Mario Grella

Tra i tanti dischi che ricevo dal mio amico e “istigatore a delinquere”, James Cook, ho scelto di scrivere di questo magnifico Zurich Concert dei Punkt.Vrt.Plastik. pubblicato dall’etichetta Intakt Records. Mi ha colpito, ad un primo ascolto, la qualità dell’improvvisazione sperimentale, lenta, non forzata, non estrema, ma raffinata (voce del verbo raffinare), dove gli accordi e le note del pianoforte di Kaja Draskler, sembrano essere una materia in via di levigazione e di consunzione, come accade alla materia scultorea in Alberto Giacometti. Ma poi c’è anche un motivo per così dire esterno alla musica ovvero le appassionate note del grande pianista Alexander Hawkins che ne accompagnano la sua uscita, note illuminanti di chi del piano ha fatto un laboratorio di esperienze e di ricerche senza fine. È fuori discussione che anche in questo concerto zurighese, il protagonista quasi assoluto sia il piano e, se dobbiamo accennare ad una chiave di lettura per accostarsi a questo lavoro, potremmo dire che si tratti della “ripetizione” e della variazione sul tema. In tutti i brani è presente una costante, una piccola frase musicale che viene ripetuta, leggermente modificata, distorta, torturata e infine trasformata, dalla incredibile bravura di Kaja Draskler e dei suoi sodali, ovvero Petter Eldh al contrabbasso e Christian Lillinger alla batteria.

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Flee – di Jonas Poher Rasmussem (Danimarca, Francia, Svezia, Norvegia, 2021)

C I N E M A


Articolo di Mario Grella

In questi mesi, ma anche guardando ad un lasso di tempo più ampio, come gli ultimi due o tre anni, capita di imbattersi in film, concerti, libri, mostre, le cui tematiche ruotano attorno a grandi temi politici, ed uso “politico” naturalmente nella sua accezione più nobile. È evidente che attorno al filone delle migrazioni, della censura politica, delle ineguaglianze e dell’ecologia si stia concentrando la produzione culturale di mezzo mondo. Ma è altrettanto evidente, e gli ultimi fatti lo insegnano, che tutto questo non è ancora abbastanza per risvegliare le coscienze, tutte le coscienze. È in questa direzione che va il magnifico film d’animazione Flee diretto da Jonas Poher Rasmussen e candidato a tre Oscar (miglior animazione, miglior film straniero e miglior film), che racconta la storia di Amin Nawabi, giovane accademico danese, costretto a vivere con la presenza del terribile ricordo della sua fuga dall’Afghanistan, in preda alla guerra civile, dopo la ritirata dei russi che lo avevano invaso (tanto per cambiare).

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Mostly Other People Do The Killing – Disasters Vol. 1 (Hot Cup Records, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Mario Grella

Rendere udibile l’esperienza del disastro. Ecco, si potrebbe descrivere in questo modo il lavoro di Moppa Elliott, compositore molto singolare nel panorama del jazz contemporaneo così come, per le tematiche trattate, che potremmo definire con un termine genericamente “ecologiche”, ma in realtà sarebbe una definizione un po’ troppo vaga. Del resto il titolo di questo strabiliante lavoro, Disaster Vol. 1, lascia pochi dubbi, ma è evidente che i disastri evocati dai Mostly Other Peoples do the killing, ovvero lo stesso Moppa Elliott al basso, Ron Stabinsky al pianoforte ed elettronica e Kevin Shea alla batteria ed elettronica, sono disastri esistenziali o meglio disastri che afferiscono alla coscienza dell’essere umano, incapace di vivere il rapporto con il pianeta che lo ospita in maniera non conflittuale ed autodistruttiva. Anche il nostro rapporto con i disastri naturali appare malato, lo ignoriamo, cerchiamo di limitarne le conseguenze, senza mai interrogarci profondamente sul “senso” di una eruzione vulcanica o di un terremoto. Sarebbe necessario invece saper leggere anche la forza della natura e l’effimera vita umana, in una chiave di lettura escatologica. Per affrontare tematiche del genere con il jazz, anzi con il free jazz, ci vuole una bella dose di coraggio e di immaginazione.

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Belfast – di Kenneth Branagh (Gran Bretagna, 2021)

C I N E M A


Articolo di Mario Grella

Nonostante i fatti cruenti che sconvolsero l’Irlanda del Nord, tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Settanta, i film sull’argomento sono relativamente pochi. Si potrebbero ricordare il bellissimo Nel nome del padre di Jim Sheridan del 1993 (che vinse l’Orso d’oro al Festival di Berlino), Le ceneri di Angelica di Alan Parker del 1999, Bloody Sunday di Paul Greengrass del 2002 e pochissimi altri. Eppure la vicenda dell’Ira e le gesta di Bobby Sands e dei suoi compagni di lotta, occuparono per anni le pagine dei giornali e dei telegiornali e furono il soggetto per centinaia di saggi e libri d’ogni sorta. È anche per questo che saluto con piacere l’uscita nelle sale di Belfast di Kenneth Branagh, indubbiamente un bel film che avrebbe potuto essere bellissimo e sarebbe bastato poco, magari una ricostruzione delle strade di Belfast meno algida e posticcia, magari un’immagine più “sporca”, magari un’accortezza maggiore per la colonna sonora che, benché composta da brani di Van Morrison, sembra un po’ monocorde e prevedibile (perché non pescare anche nell’enorme serbatoio della musica irlandese?).

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A-SEPTiC w/ Vladimir Tarasov @ Nòva, Novara – 5 marzo 2022

A P P U N T I  D A  N O V A R A J A Z Z


Articolo di Mario Grella, immagini sonore © Emanuele Meschini

Sabato sera, allo spazio Nòva, che ospita i concerti della stagione invernale di NovaraJazz, è stato molto emozionante ascoltare un musicista nato a Mosca, e non un musicista qualsiasi, ma una leggenda vivente: Vladimir Tarasov. Sì proprio una leggenda vivente: lo è per la sua attività di musicista e compositore, che lo ha portato a suonare oltre che con la Lithuanian Symphonic Orchestra, anche con molte altre orchestre in Europa e negli USA. Ma non basta, Tarasov ha collaborato con moltissimi jazzisti come Peter Brötzmann, Mikolaj Trzaska, Ken Vandermark, Andrew Cyrille, the Rova Saxophone Quartet, Anthony Braxton, Mark Dresser, Lauren Newton e Josef Nadj, come si dice “solo per fare alcuni nomi”. In considerazione della sua poliedrica attività, oltre che di musicista, di performer e compositore per il cinema e la video art, ha anche collaborato con artisti quali Sarah Flohr e Ilya Kabakov del quale, mi sia concesso un ricordo del tutto personale, vidi a Parigi qualche decennio fa “Qui ci è capitato di vivere”, una installazione con un sottofondo sonoro proprio di Tarasov che usciva da una sgangherata radio sovietica.

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Chris Pitsiokos & Mulhouse Ensemble @ Nòva, Novara – 26 febbraio 2022

A P P U N T I  D A  N O V A R A J A Z Z


Articolo di Mario Grella, immagini sonore © Emanuele Meschini

Il jazz è meraviglioso soprattutto quando ci si prepara ad ascoltare qualcosa che poi si rivela essere qualcos’altro. È accaduto anche sabato sera, allo Spazio Nòva di Novara, in occasione del concerto di Chris Pitsiokos & Mulhouse Ensemble nell’ambito della stagione invernale di NovaraJazz. Se in un ensemble coabitano strumenti come la chitarra classica e la ghironda, e il gruppo fa riferimento ad una città piantata dentro il cuore dell’Europa, ci si aspetterebbe di ascoltare un jazz “folkeggiante” (stai a vedere che ho inventato un termine nuovo). E invece no, o forse un po’ sì è un po’ no, certo è che, chi vedendo una ghironda, ha pensato di trovarsi immerso in un mondo fatto di elfi ed unicorni, forse è rimasto un po’ deluso, ma chi frequenta la scena del jazz contemporaneo e di ricerca, sa bene che questa ricerca è ormai andata molto oltre quello che si poteva immaginare. Ma si sa che la ricerca si auto-riproduce all’infinito e i traguardi non sono mai visibili, né ben definiti e comunque, e qui sta il bello, non si raggiungono mai. Ecco allora che invece dei boschi incantati si viene catapultati in uno studio della “Scuola di Darmstadt”. Scherzi a parte, al primo ascolto, qualche evocazione folk i magnifici musicisti del Chris Pitsiokos & Mulhouse Ensemble la hanno data, facendola però vorticare subito in un enorme acceleratore di particelle musicali che ha trasformato la primigenia materia in un caleidoscopio di suoni di difficile classificazione (per fortuna), ma certamente segnati da una spiccata ricerca dissonante ed elettronica.

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