A R T E – M O S T R E


Articolo di Mario Grella

Mi accingo a scrivere solo oggi della mostra antologica di Nan Goldin al Pirelli HangarBicocca di Milano che si è chiusa lo scorso 15 febbraio. Perché non farlo prima? Perché ho dei pregiudizi che, purtroppo, molto spesso vengono confermati dai fatti. Non pensavo che una struttura come il gigantesco Hangar, alle porte di Milano, potesse ospitare adeguatamente un’opera come quella della grande fotografa, videomaker e artista multimediale statunitense. Uno spazio troppo sovradimensionato per accogliere i suoi slideshow che necessitano di una attenzione intima, una dedizione, che richiedono una attenzione direi quasi ipnotica, dove la colonna sonora è parte dell’opera stessa e cui non ci si può accostare in ambienti così dispersivi. Per ovviare al problema, la curatrice Roberta Tendoni ha creato appositi ambiti, contenuti nel grande ventre dell’Hangar che, anche visivamente, apparivano subito sproporzionatamente piccoli rispetto al contenitore e al cui interno, pochi e scomodissimi sedili, dovevano accogliere i moltissimi visitatori costringendoli ad una turnazione isterica, caotica e disturbante per il visitatore più attento. Un vero peccato perché la retrospettiva, per la qualità e per la quantità delle “opere” esposte avrebbe meritato un allestimento diverso.

Nan Goldin non ha certo bisogno di presentazioni e allora diamo subito uno sguardo alle installazioni visive (per quel che ho potuto vedere, cioè poco, ma soprattutto male). Ad accogliere il visitatore non è però una serie fotografica, ma Bleending installazione site specific ossia, un sintetizzatore rigenerativo appeso a mezz’aria che trasmette le tracce audio, spesso cacofonie e voci metalliche con rumori vari, dovuti alla stessa presenza dei visitatori dell’Hangar, un coro mutevole di sensazioni sonore che evocano, anche fisicamente la presenza del pubblico. Per vedere, però, le prime immagini bisogna percorrere il gigantesco spazio della Hall per quasi tutta la sua lunghezza per poi quindi incontrare le immagini filmate di The Ballade of Sexual Dependency (1981-2022), opera-monstre di Nan Goldin, una proiezione di 700 ritratti scattati tra New York, Berlino, Londra e Providencetown per la maggior parte eseguiti tra gli anni Settanta e Novanta con qualche aggiunta successiva. Si tratta di amici, amanti, conoscenti, una specie di tribù che ha accompagnato la vita della Goldin fin dagli anni della frequentazione della Sataya Community School a Lincoln in Massachusetts, una scuola alternativa nota per una didattica poco convenzionale e della quale Nan Goldin divenne fotografa “ufficiale”, per quel che può valere questo termine in tale contesto. Le fotografie, prese singolarmente, non sono gran che significative: artisti o pseudo tali, volti da vita spericolata, trucchi sfatti, capelli arruffati da notti insonni, sguardi segnati dagli eccessi, abbigliamenti stravaganti; tutto questo non è certo una novità, basterebbe andare a vedere qualche scatto di Andy Warhol ma, anche prima di qualche serata surrealista.

Ciò che conta in questa opera, che definire straordinaria è dire poco, sono due altri elementi: il primo è che ogni foto deve essere osservata in relazione a tutte quelle che la precedono ma anche a tutte quelle che la seguono ed è quindi la sequenza a rendere le immagini un corpus completo. L’altro elemento inscindibile è la colonna sonora che comprende notissimi brani dei Velvet Underground, ma anche testi meno noti, e musiche di Yoko Onorata fino a Sweetblood Call di Louisiana Red o Pakard dalla voce cavernosa di Edmundo Rivero. Anche in Memory Lost (2019-2021) la colonna sonora (Mica Levi, CJ Calderwood, Eartha Kitt, Franz Schubert), risulta componente fondamentale per questo slideshow realizzato con immagini intime e personali, paesaggi poco significativi, cieli, stanze claustrofobiche, immagini spesso danneggiate, graffiate, sfuocate, (come sfuocato può essere solo un ricordo), un tentativo di documentare il tempo perduto, il tempo in cui Nan Goldin faceva uso di stupefacenti; qui si trovano anche le immagini che raccontano del suo tentativo di liberarsi dalla dipendenza, un lavoro dedicato al collettivo P.A.I.N. gruppo di attivisti che denuncia l’avidità e il cinismo delle case farmaceutiche. Sirens del 2019-20 è invece un’opera realizzata con immagini non originali. Si tratta di estratti di film, di trenta film storici di Andy Warhol, Federico Fellini, Luchino Visconti, Akira Kurosawa ed altri, accompagnati da musiche ipnotiche che evocano le sensazioni provate legato all’uso di stupefacenti e per questo “le sirene”, altro non sono che una allusione alla dipendenza.

Sempre con molta difficoltà, barcamenandosi tra un pubblico numeroso e gli spazi angusti, riesco solo a intravedere alcune immagini di Fiore Leap, slideshow dedicato ai bambini come esseri animati da una fondamentale libertà, quella tipica dell’infanzia. Dopo lunga attesa e parecchi disagi logistici, eccomi finalmente al cospetto di The Other Side (1992-2021), con il titolo che fa riferimento al locale “queer” di Boston: lo slideshow altro non è che un omaggio alla fitta, viva, allegra e spregiudicata comunità queer, coinvolgendo contemporaneamente anche le comunità di New York, Bangkok, Parigi, Berlino. È importante ricordare che questi slideshow sono stati poi trasformati in volumi (molto preziosi e anche molti costosi), dove però purtroppo non si può godere della indispensabile colonna sonora che, anche in questo caso è fondamentale, costituita dal commento musicale di Charles Aznavour, Marianne Faithful, John Kelly, Peggy Lee, Klaus Nomi ed altri ancora. Con Stendhal Syndrome del 2024, Nan Goldin esprime una parte di sé, che è parte di molti di noi tutti che, senza quella metafisica a portata di mano che è l’arte, non potremmo proprio vivere. La nota sindrome, ha in realtà un’origine antica che nella Grecia classica veniva denominata scopophilia, cioè amore per l’atto di guardare, il modello ancestrale del voyeurismo insomma, ma forse qualcosa di più profondo. Lo slideshow è commentata dalla stessa Goldin che legge sei storie di figure mitologiche tratte da Metamorfosi di Ovidio, si tratta di Pigmalione, Cupido, Narciso, Diana, Ermafrodito, Orfeo che la Goldin identifica coi caratteri dei suoi più cari amici e che rivede nelle opere d’arte del passato dopo averle fotografate in grandi musei del mondo: Louvre, Metropolitan, Prado, Galleria Borghese. Opera intensa, con uno sguardo molto soggettivo che indaga a volte particolari delle opere non facilmente rilevabili. Anche qui ciò che fa degli scatti, a sua volta un’opera d’arte (e in fondo stiamo parlando di meta-arte), è certamente la sequenza delle slides e l’inscindibile commento musicale questa volta con brani di Mica Levi e il grande Arvo Pärt.

You Never Did Anything Wrong è un film il cui titolo è tratto da un’epigrafe trovata sulla lapide di un animale domestico in Portogallo, film che partendo da un eclisse solare si trasforma in una riflessione profonda e dolente sul rapporto uomo-animale: film di grande intensità emotiva, evidenziata dalla malinconica fisarmonica di Valerij Fedorenko e dalle cacofonie dell’onnipresente Mica Levi. Infine Sisters, Saints, Sibyls (2004-22) è un’installazione dedicata al suicidio della sorella diciottenne dell’artista, messo in atto durante un ricovero della giovane donna in un ospedale psichiatrico e questo è l’episodio che ha segnato, forse, tutta la carriera artistica della Goldin. Essendo stata commissionata nel 2004 per la cappella dell’Hôpital de la Salpêtriére di Parigi, dove il neurologo Mean-Martin Charcot condusse nell’Ottocento studi sull’isteria femminile, l’opera, una proiezione a tre canali con un letto di dolore alla base degli schermi, è stata proposta nelle sue gigantesche dimensioni nel cosiddetto “Cubo” del Pirelli Hangar. Anche qui però va sottolineata la difficoltà del visitatore ad accedere al grande spazio alto oltre venti metri, dove l’effetto claustrofobico, che l’opera dovrebbe creare, viene in realtà disturbato da un andirivieni di visitatori che, anche in questo caso, disturba la fruizione dell’opera. A conclusione di questo commento vien da dire “peccato!” Ed è un peccato proprio perché, da sempre, gli allestimenti del Pirelli Hangar Bicocca sono sempre stati azzeccati e, soprattutto, hanno sempre reso godibili anche le installazioni più impegnative e scenografiche. Qui, forse, mancava proprio il contrario e cioè quella possibilità di riflessione, in certi casi di intimità necessarie per farsi permeare appieno dalle opere di Nan Goldin.

Photo © Agostino Osio – Courtesy of Pirelli HangarBicocca, Milano

Una risposta a “Nan Goldin – This Will Not End Well @ Pirelli HangarBicocca, Milano”

  1. […] Thanksgiving di Nan Goldin, di cui ho recentemente scritto su queste pagine riferendomi alla recente mostra, sulla sua opera, al Pirelli HangarBicocca di Milano (detto per inciso la raccolta degli scatti […]

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