C I N E M A
Articolo di Mario Grella
Vorrei iniziare il commento al bel film di Chloé Zhao, Hamnet con un preambolo che potremmo chiamare “Sindrome di Bazin”. Ne sono affetto da sempre e per riassumere posso dirvi che Bazin, il creatore della critica cinematografica moderna, fu il primo a porsi una domanda fondamentale: cosa ci fa una macchina da presa in un dato luogo di un tempo immaginario? Insomma per farla breve, ho sempre avuto difficoltà a giudicare un film ambientato in un’epoca precedente all’invenzione dl cinema (che è poi un po’ lo stesso dubbio di André Bazin). Il film di Zhao non fa eccezione, essendo ambientato nella seconda metà del Cinquecento e con una aggravante a complicare le cose, si tratta infatti di un film sul teatro, quindi potremmo definirlo un “metacinema teatrale”.

Hamnet, com’è noto, è la storia della vita famigliare di William Shakespeare (interpretato da Paul Mescal) tratto da un best seller di Maggie O’Farrell e, in particolare, la vicenda della morte di Hamnet, figlio undicenne di Anne Hataway, (nel romanzo e nel film Agnes, egregiamente interpretata da Jessie Buckley). La moglie di Shakespeare e mamma di Hamnet ha altre due figlie, una dei quali gemella di Hamnet, nate e vissuti sotto l’ancestrale selvaggia egida materna, di una donna legata alla terra e ai misteri della foresta ed invisa a molti abitanti del villaggio di Strafford-upon-Avon. Proprio a seguito di quella tragica morte per peste, Will mette mano al dramma di Hamlet, il cui nome altro non è che una sostituzione di fonema. Per dedicarsi al teatro, anima e corpo, Shakespeare aveva lasciato moglie e figli nel villaggio dello Warwickshire per una Londra cupa e quasi medioevale, dove però il teatro è già un incanto assoluto e dove il Globe Theatre, sulle rive del Tamigi, è un po’ il contraltare del luogo del mistero di Strafford, ossia quella foresta cupa e piena di segreti che è il luogo d’elezione della selvaggia Agnes. Letto in questa chiave biografica, Hamlet non è altro che l’elaborazione del lutto in forma teatrale e drammaturgica, di un padre disperato e inconsolabile davanti alla morte del figlioletto, naturalmente ricordando che il capolavoro shakespeariano ha dato luogo a molte altre interpretazioni e chiavi di lettura.

L’Hamnet di Chloé Zahao (per di più ispirato dal romanzo della O’Farrell), se può essere letto come l’incapacità all’azione dell’uomo moderno, attraversato dal dubbio esistenziale (come, per esempio in Camus, o anche come vittima del complesso edipico freudiano, infatti Will odiava il padre-padrone che lo riteneva un buono a nulla) è certo molto distante dalle interpretazioni più storico-sociologiche che di Hamlet sono state date negli anni. Quando William Shakespeare mette finalmente in scena Hamlet a Londra, tra il pubblico meno abbiente che occupa la spartana platea del Globe, c’è anche la moglie Agnes pronta a tendere la mano all’attore afferrandolo alla base del pollice, come fece la prima volta quando conobbe William in un gesto un po’ da veggente. Anche il pubblico la imita, protendendo le mani verso il palco, in una scena finale di grande impatto che deve molto alle origini del teatro come ritualità collettiva legata al sacro e quindi alla morte.
Film difficile nel senso più nobile del termine, per le tematiche affrontate, per la narrazione per immagini che, benché qualche volta indulgano alla suggestione coloristica e chiaroscuristica della pittura di un Seicento nordico e algido, raccontano la vicenda con un rigore essenziale, una intrinseca cupezza e un fondamentale realismo. Candidato a otto statuette agli Oscar, è certamente un film da vedere.






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