R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Per alcuni musicisti, la precocità può rischiare, a un certo punto, di diventare una gabbia espressiva. Fa scalpore mediatico il bambino prodigio, l’adolescente meraviglioso, il giovane talento capace di sedurre l’industria discografica e il pubblico internazionale. Ma una volta costruita, questa mitologia rischia di sopravvivere al musicista stesso, anche quando l’artista ha ormai compiuto il percorso necessario per lasciarsela alle spalle. Il pianista indonesiano Joey Alexander, che incise il suo primo album all’età di undici (!!) anni, sembra aver definitivamente superato questo passaggio delicato. Celestial Keeper, il suo ottavo album, non è infatti il lavoro di un pianista che debba ancora dimostrare qualcosa. È piuttosto il risultato di un artista che sembra interrogarsi su ciò che rimane quando la prodigiosa facilità tecnica non è più sufficiente a definire un’identità. Possiamo comunque ben dire che oggi, a ventitré anni, Alexander si è costruito una carriera inebriante. Una traiettoria iniziata prestissimo, non esente da critiche all’inizio del suo acerbo ingresso nella musica, però poi attraversata da riconoscimenti prestigiosi, collaborazioni di altissimo profilo e da un processo di maturazione che lo ha portato lontano dalla semplice esibizione delle proprie capacità.

Celestial Keeper nasce proprio da una forma di sospensione, quasi da una zona d’ombra nella quale il musicista si trova costretto a riconsiderare il rapporto con la propria vocazione. Dopo un decennio vissuto tra New York e Baltimora, Alexander ritorna a Bali, il luogo di nascita da cui tutto aveva avuto origine. Questo viaggio sembra allora assumere un valore più profondo. Non si tratta di tornare indietro, bensì di recuperare una distanza spirituale sufficiente per poter osservare il proprio cammino con occhi diversi. Ed è un intervallo spazio-temporale che si avverte immediatamente nel suo pianismo. Alexander continua a possedere un’intelligenza lampeggiante, quella capacità di individuare con rapidità sorprendente la traiettoria melodica, la deviazione armonica, l’angolo inatteso da cui una frase può prendere nuova luce. Ma la sua musica non è più dominata dall’urgenza di occupare ogni spazio. Al contrario, lascia affiorare una raggiante forma di tranquilla indolenza, una disponibilità a lasciar sedimentare il suono, a permettere che una nota rimanga sospesa prima che la successiva venga a reclamarne il posto. Il giovane virtuoso non è affatto scomparso ma ha semplicemente imparato che il virtuosismo più autentico consiste talvolta nel rinunciare a mostrarlo. Il trio formato con Kris Funn al basso elettrico/contrabbasso e Jonathan Barber alla batteria rappresenta il centro di gravità dell’album. È una band molto centrata, capace di sostenere l’inquietudine del pianista senza trasformarla in un semplice esercizio di accompagnamento. Funn possiede una presenza elastica, spesso discreta ma fondamentale nel definire il peso specifico delle composizioni, mentre Barber imprime alla musica una mobilità nervosa e attentissima. Il loro dialogo con Alexander sembra fondere diverse genealogie del pianismo moderno come l’architettura del trio, l’indagine sul timbro, la libertà ritmica e la capacità di trasformare una struttura in un organismo continuamente mobile. Il contributo del sassofonista Jaleel Shaw allarga ulteriormente la prospettiva, dove in questo lavoro non viene utilizzato come semplice ospite chiamato a colorare alcuni brani, ma come una presenza capace di introdurre un diverso grado di tensione. Il suo fraseggio possiede una qualità narrativa, una capacità di trasformare l’energia in racconto che colma con coerenza l’ibridazione offertagli dal suo leader. L’ingresso delle voci modifica ulteriormente l’equilibrio dell’opera. Alita Moses introduce una dimensione di amichevole sensualità, una morbidezza che non si limita a sovrapporsi alla scrittura pianistica. La voce sembra penetrare nella composizione e rivelarne una dimensione che, fino a quel momento, era rimasta soltanto implicita. Alexander non accompagna semplicemente la cantante ma costruisce attorno alla sua emissione una trama armonica che ne amplifica la delicatezza. L’altra voce, quella di Lisa Fischer, famosa anche per le sue collaborazioni con i Rolling Stones, affronta invece uno dei brani più frequentati dell’intero repertorio jazzistico come My Funny Valentine. La cantante sceglie una lettura che privilegia la teatralità invece dell’intimità. Il risultato può dividere, proprio perché l’interpretazione sembra deviare verso estremi che possono risultare poco misurati. Ma è precisamente in questa scelta che si manifesta la volontà di Alexander, cioè quella di non utilizzare la voce come elemento decorativo, bensì inserirla in una concezione più ampia dell’album, nella quale ogni presenza debba contribuire a ridefinire il senso della musica. Per contro accade che proprio con le voci Celestial Keeper mostri i suoi margini di rischio. Gli interventi vocali non possiedono sempre la stessa forza del trio e in alcuni passaggi la loro presenza sembra meno necessaria di quanto l’idea iniziale lasciasse supporre. Non è un limite grave, ma una conseguenza della natura esplorativa del progetto. Alexander sta ancora verificando quanto possa allontanarsi dal proprio nucleo originario senza perdere la tensione che lo ha reso riconoscibile. Questo perché il cuore più irresistibile del disco resta comunque il trio e soprattutto il pianoforte. Quando Alexander si trova solo, la musica sembra improvvisamente spogliarsi di ogni sovrastruttura. Il brano diventa un distillato di puro spirito, una meditazione in cui ogni nota sembra possedere un peso superiore alla propria durata. Non c’è più alcuna necessità di dimostrare l’abilità tecnica, né di costruire un dispositivo complesso. Rimane solo il suono, nella sua forma più vulnerabile.

L’album si apre proprio con la delicata e lirica prova solista di Bemused (I). Il pianoforte sembra muoversi in un territorio quasi privo di coordinate, tra cellule sonore che appaiono e scompaiono, improvvise curvature ed affioramenti di piccoli frammenti di memoria, con qualche ibridazione latineggiante. Alexander non costruisce un discorso lineare, procede per intuizioni, con illuminazioni momentanee, attraverso una sorta di cerebrale gioco di montaggio nel quale ogni elemento sembra poter essere collocato e ricollocato altrove. Le idee sono debordanti, ma non confuse, si accavallano senza andare alla deriva, dimostrando come l’improvvisazione possa essere una forma di pensiero estemporaneo capace di correggersi mentre procede. In Aversion il confronto del sax di Shaw con il trio assume una particolare intensità. Il brano sembra attraversato da stralunati saliscendi, da accelerazioni e improvvise sospensioni, come se la composizione rifiutasse deliberatamente di stabilizzarsi. Si avverte quasi la sensazione di un’attrazione irresistibile verso l’instabilità. Qui Alexander appare particolarmente libero. Il pianoforte non cerca di dominare il quartetto, ma partecipa a un processo di relazione continua. Shaw e il trio sembrano spingersi reciprocamente verso una zona nella quale la forma non è più un contenitore, ma una possibilità da ridefinire in tempo reale. È un passaggio importante perché dimostra come il musicista indonesiano abbia ormai sviluppato una concezione dell’ensemble più complessa rispetto a quella del semplice trio pianoforte-contrabbasso-batteria.

Whispers of Love vede al centro la voce di Alita Moses che porta con sé un alito di dolcezza soul. Tuttavia la prova di Alexander è superbamente essenziale, fondata su intervalli e armonie limpide. Stella By Starlight è forse uno dei momenti pianistici più belli che abbia mai ascoltato riguardo alle versioni del famoso standard di Victor Young e Ned Washington, datato 1944. In questa dimensione Alexander affronta il brano senza cercare di sottrarlo alla sua storia, ma nemmeno di inchiodarlo a una forma definitiva. La melodia viene osservata da prospettive diverse, sottoposta a una lenta deformazione interna, fino a quando il pianoforte prende il controllo del discorso e l’improvvisazione diventa quasi una seconda composizione. In Deep Calls to Deep la comparsa del pianoforte elettrico introduce una diversa temperatura. Il Fender Rhodes non rappresenta una semplice variazione timbrica, ma apre una fenditura trasversale nel linguaggio dell’album. La superficie sonora diventa più morbida, il ritmo acquista una discreta componente funky e il dialogo con Shaw assume una qualità quasi tattile. Si avverte un’impennata acidula, una deviazione che interrompe la continuità apparentemente acustica dell’album e lo conduce verso un territorio più elettrico. Il titolo del brano, quasi simbolico, suggerisce che Alexander sembri interessato soprattutto alla tensione tra profondità e movimento, tra la necessità di cercare un significato e lo sforzo esplicito di possederlo completamente. Arriviamo quindi al punto debole di questo album. Purtroppo mi riferisco agli eccessi sospirosi della cantante, la pur brava e ricercata Lisa Fisher, avvertibili in My Funny Valentine di Rodgers & Hart (1937). Il birignao della cantante non viene salvato nemmeno dall’eclettico pianista indonesiano che comunque fa sempre il suo dovere. In Bemused Again (II) il gesto improvvisativo assume una fisionomia differente. È come se Alexander tornasse sul medesimo paesaggio dopo averne modificato la luce. Il materiale viene ripensato, accelerato, trasformato in un jazz contrappuntato dal sapore bachiano ma in stretta vicinanza all’influsso di Jarrett. In questo senso, i due brani Bemused I e II formano una specie di dittico aperto, sebbene ciascuno esposto in tonalità differenti, esprimendo una riflessione sulla natura stessa dell’invenzione, sul modo in cui idee simili possano generare conseguenze diverse quando vengono attraversate dalla creatività in momenti differenti. Aliceanna (Bmore) invece si muove lungo la linea più collaudata della formazione triadica. Il brano fluisce in stile apollineo, con un pianoforte dal tocco bilanciato e una ritmica sostenuta ma molto misurata. Il successivo intervento di un Rhodes dalle qualità oniriche amplia il quadro senza appesantirlo, aggiungendo una superficie elettronica che sembra provenire da una distanza indefinita. In questo brano la scrittura di Alexander mostra una delle sue qualità più interessanti, cioè far sì che le cose sporgano dal nulla, o almeno dando l’impressione di provarci. La sonorità del piano elettrico, ad esempio, appare quando sembrava non esserci alcuna necessità di introdurlo e così una linea che si apre all’improvviso si trova a modificare caratterialmente il paesaggio. As Far as the Eye Can See possiede invece una natura più ampia, quasi panoramica. Il titolo suggerisce una prospettiva rivolta verso l’orizzonte e la musica sembra effettivamente dilatarsi, come se cercasse una profondità non soltanto sonora. Non c’è bisogno di descrivere la Natura perché essa possa affiorare all’interno della composizione, infatti è già presente nella sensazione di apertura e nella dilatazione dei tempi, dove si percepisce la capacità di lasciare che il suono si allarghi autonomamente. Così il trio nel suo insieme sembra lavorare su una lastra di cristallo, con ammirevole autodisciplina, ben attento a non incrinare la delicata superficie d’appoggio. Il sax soprano s’insinua come una carezza tra le pieghe delle battute mentre Alexander riesce ad equilibrarsi tra un certo romanticismo jazz e una forma di naturalismo che pesca nel cuore di questa pensosa quasi ballad. Conclude la versione di How Great Thou Art, un inno cristiano originariamente creato in Svezia da Carl Boberg (1885) e successivamente tradotto in inglese da Stuart K.Hine. Suonato in perfetta solitudine da Alexander, la sua armonia tipicamente gospel viene mirabilmente riproposta con semplicità quasi pop. Non è difficile riconoscere, tra l’altro, nelle prime note del chorus, una famosa canzone di Sergio Endrigo del 1970 a tema ecologista.

In una scena quasi cannibalesca come quella statunitense, la scelta di rallentare, tornando alle proprie origini e di accettare una fase di incertezza possiede qualcosa che va decisamente controcorrente. Alexander sembra aver compreso che la crescita artistica non è necessariamente una linea retta ascendente. Può conoscere pause, deviazioni, anomie. Può persino attraversare il dubbio senza che questo debba essere interpretato come un fallimento. Quando la tecnica diventa finalmente esperienza e l’esperienza, a sua volta, si trasforma in musica, si ottiene un lavoro come questo, capace di conservare un celestiale senso di leggerezza. Alexander non ha smesso di essere un virtuoso, la sua musica conserva ancora una voracità fanciullesca, la curiosità di chi vuole ancora scoprire nuove possibilità ma ora questa energia si trova a convivere con una consapevolezza più adulta. Il bambino prodigio è ormai lontano, ma il suo talento non è stato certo cancellato. Semplicemente, Alexander è ritornato nella sua Bali e sicuramente l’Indonesia, tra montagne, silenzi, memorie e nuove aperture, non restituirà all’Autore il musicista che era ma gli offrirà la possibilità di diventare ancor più di quello che attualmente è.

Tracklist:
01. Bemused (solo improv I) (4:54)
02. Aversion (6:24)
03. Whispers of Love (4:10)
04. Stella by Starlight (5:05)
05. Deep Calls To Deep (5:12)
06. My Funny Valentine (6:19)
07. Bemused Again (solo improv II) (3:17)
08. Aliceanna (Bmore) (5:20)
09. As Far As The Eye Can See (6:59)
10. How Great Thou Art (2:58)


Riccardo Talamazzi è un insopportabile vecchiaccio che vuol sempre aver ragione su tutti e tutto. Va avvicinato con le dovute cautele perché morde. E non ama essere contraddetto.

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