A P P U N T I  D A  N O V A R A


Articolo e immagini di Mario Grella

Per la rassegna “Concerti del sabato”, il Conservatorio Cantelli di Novara ha offerto, sabato scorso, al pubblico ormai affezionato e sempre più numeroso, un appuntamento con la musica contemporanea. A ben guardare non c’è da rimanere sorpresi, poiché l’ormai consolidata rassegna novarese che vede esibirsi docenti del conservatorio, già affermati concertisti, unitamente ad attuali studenti, presenta sempre un programma molto variegato. Quest’anno il Festival ha coperto un arco temporale da novembre ad aprile con concerti presso l’auditorium Fratelli Olivieri, concerto gratuiti che hanno il grande merito di scandagliare la storia della musica classica, fin nei suoi repertori meno conosciuti e negli autori meno consueti. Come sottolinea infatti il Maestro Alessandro Zignani, che con Alessandra Aina direttrice del conservatorio cura la rassegna, “la tradizione musicale europea è minacciata da una progressiva restrizione dei suoi orizzonti” poiché viene eseguita quasi sempre solo una esigua parte del suo sterminato repertorio.

I Concerti del sabato nascono quindi anche dalla necessità di ampliare la visione del panorama musicale non solo per i musicisti e gli studenti, ma anche per il pubblico che, considerata l’entusiastica risposta data sembra aver gradito e aver condiviso questa necessità. Come detto, sabato scorso il programma prevedeva brani di quella che viene solitamente definita come “musica colta”, ma che a chi scrive sembra solo musica di alta e spesso di altissima qualità, con come precipua caratteristica quella di dover essere “ascoltata” e non “subita”. I concerti sono tradizionalmente preceduti da un laboratorio di ascolto, denominato “Musica in corso”, tenuto dal Maestro Zignani che in questa occasione era coadiuvato da due degli autori proposti, ovvero Guastavo Delgado e Leo Cicala.

Il concerto si apre con un brano di Philip Glass, mostro sacro del minimalismo e dell’elettronica. Il violino amplificato di Alessandro Cazzato “percorre” uno spazio fisico oltre che temporale, poiché lo spartito è disteso su più leggii per consentire (o costringere?) il violinista ad un inconsueto lento ma continuo movimento. Il brano, come tutta la musica di Glass, fa della ripetizione modulare, con minimali variazioni, la cifra stilistica inconfondibile del grande musicista statunitense. A seguire il programma prevede l’esecuzione di una composizione acusmatica di Jonathan Harvey del 1980, realizzata con il supporto di quella fucina musicale che fu la parigina IRCAM diretta da Pierre Boulez. Nella elaborazione elettronica, il suono delle campane della Cattedrale di Winchester e una giovane voce (fuori) dal coro diventano il materiale primordiale, sul quale Leo Cicala opera attraverso una spazializzazione del suono, ovvero “diffonde” attraverso una pulviscolare distribuzione di casse acustiche, woofer, diffusori, rendendo il pubblico partecipe di una vera esperienza sonora immersiva, termine spesso usato a sproposito. È proprio questa motilità del suono, che non proviene più da un diffusore fisso, a rendere densa e drammatica la composizione di Harvey.

Violino ed elettronica poi per l’esecuzione di Magma di Joao Paolo Olivera, compositore portoghese, ove l’apparente “disturbo” elettronico viene in realtà inglobato ed amalgamato nelle sonorità delle corde e nel loro risuonare nel ventre ligneo dello strumento che producono le atmosfere intense e sinistre, a cui il titolo efficacemente allude. Ancora un brano di elettronica pura con Wind Chimes di Danis Smalley, padre della cosiddetta “spettromorfologia”, ovvero una ridefinizione delle modalità in cui il suono viene percepito. Molto attento alle sonorità naturali (vento, acque, crepitii del fuoco, fenomeni atmosferici) l’autore cerca un apparentemente impossibile coniugazione di questi con le sonorità elettroniche: operazione sorprendentemente e poeticamente plausibile, anche in questo caso messa in opera grazie alla sapiente regia elettronica di Leo Cicala. Ancora una fusione tra elettronica e strumenti tradizionali in Colliding Wheels per sax tenore, pianoforte ed elettronica: brano intenso composto da Corrado Fantoni con un profondo dialogo tra il sax greve e solenne, acuto e lacerante di Paolo Trampetti e il pianoforte minimale e atonale di Fantoni, contrappuntati da effetti sonori altrettanto densi assemblati da Leo Cicala. Brano di grande suggestione e carico di tensione, molto godibile anche grazie all’accostamento di fonti sonore tradizionali e acusmatiche. Chiude il concerto String Me per violino ed elettronica di Gustavo Delgado, brano che sembra voler interiorizzare, come dal titolo, la vibrazione dello strumento accomunandolo alle vibrazioni dell’animo umano e dove l’elettronica sembra essere una presenza del tutto naturale nell’accompagnamento e nel “contrappunto” al vibrare delle corde.

Grande concerto che, va ricordato, è stato proposto ad un pubblico più che maturo e avvezzo ad ascolti nel solco della tradizione, che avrebbe potuto riservare una accoglienza anche più tiepida. L’ennesima dimostrazione che la “musica da non consumare”, per utilizzare l’azzeccata espressione che usò Riccardo Bertoncelli per tutt’altro genere musicale, non ha altri confini se non quelli della nostra disponibilità all’ascolto, una disponibilità non fondata su preconcetti o confini mentali del tutto immaginari.

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