C I N E M A
Articolo di Mario Grella
Si può girare un film formalmente e visivamente avvincente con un ritmo pressoché perfetto, con una fotografia ricercata, con punti di ripresa originali, con i contrasti di colore (i famosi sette contrasti di colore di cui parlava Johannes Itten) al posto giusto e dove persino i richiami simbolici sono tutti al posto giusto. Si possono fare film ben costruiti di cui però è difficile cogliere il senso generale ed altri formalmente mirabili, per i motivi che si sono detti, ma che nascono su presupposti fallaci (magari anche vagamente ridicoli). Credo sia questo il caso del film di Paolo Strippoli (alla sua terza regia) che mette in piedi una mirabile “pellicola” che ha però il solo difetto, a mio modo di vedere, di raccontare una storia basata su un presupposto un po’ carnevalesco. La storia inizia con la comparsa nella vita di Anna (Jasmine Trinca), moglie di Walter (Adriano Giannini), mamma di Alice (Romana Maggiore Vergano) e del fratello Tobia, membri di una famiglia della buona borghesia di Bari, di una sorta di diavolessa-preveggente, l”estranea” appunto, interpretata da Valeria Bruni Tedeschi.

A seguito di un incidente alla figlia Alice, la “diavolessa”, non solo prefigura ad Anna un futuro di disgrazie, ma le chiede esplicitamente il “sacrificio” dei suoi famigliari diretti e indiretti. Anna infatti, dopo che nel corso di una festa nella villa di famiglia un cane ha sbranato una gamba ad Alice, durante una preghiera nella cappella dell’ospedale incontra una donna, cinica, perversa e dotata di straordinari poteri che le promette di riuscire a mantenere in vita la figlia, in cambio della facoltà di poter fare ingrassare, in maniera smodata, l’altro figlio Tobia. Presa dalla disperazione la donna accetta ed in effetti la figlia guarisce. Ma “l’estranea” non si accontenta e quando Tobia, grasso oltre ogni misura, finisce in un reparto di rianimazione per il cedimento del cuore, l’estranea riappare e chiede in cambio della guarigione del figlio, il sacrificio del marito Walter che infatti prima tenta il suicidio per un rovescio finanziario e poi resta coinvolto in un pauroso incidente automobilistico. Anche qui, e la cosa incomincia a diventare vagamente stucchevole, per la sopravvivenza del marito, l’estranea chiede la vita di altre due vittime sacrificali, ovvero quella della moglie di Tobia e del bambino che sta per partorire.

Alla fine, per farvela breve ed arrivare all’epilogo, la figlia Alice, durante un diluvio universale che imperversa su Roma e sull’universo mondo, infila un paio di forbici nel pancino di “mammà” interrompendo così la catena maledetta. Ecco, tutto quello che il film intenzionalmente avrebbe potuto mostrare (e che poi effettivamente mostra), frana miserevolmente sotto questa idea di horror malefico che, per chi vi scrive, (ed è probabilmente un mio limite), non ha alcun fascino narrativo. Ribadisco che la vicenda è visivamente e narrativamente ben raccontata, capace anche di trasmettere allo spettatore un perdurante stato di angoscia, ma quello che trovo poco affascinante, poiché non sustanziato di una parvenza di credibilità, sono proprio i presupposti dell’ordito: si esce dal cinema con la sensazione che il regista abbia sprecato la sua capacità narrativa per raccontare una storia quasi ridicola. No, confermo, l’horror soprannaturale non è proprio il mio genere.






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