R E C E N S I O N E
Recensione di Riccardo Talamazzi
Dobbiamo al sophos Pitagora di Samo ed alla sua scuola di Crotone, in un’epoca grosso modo databile nel VI° secolo A.C, la visione del connubio indissolubile tra matematica ed armonia musicale. Il numero diventa elemento magico-simbolico, oltre che sostanziale, venendo a determinare la natura intervallare tra le note nonché le assonanze – o le dissonanze – di tutte quelle onde acustiche percepite dal nostro orecchio che nell’insieme formano la musica. La relazione fra numero, proporzione e vibrazione resta sempre incorporata nella materia sonora di Pythagòras, del pianista e compositore calabrese Francesco Miniaci. All’interno di quest’opera le geometrie compositive diventano esperienze sensibili, attraversate da slittamenti, simmetrie imperfette e linee che sembrano inseguirsi senza mai chiudersi definitivamente, presentandosi quindi come un lavoro che s’allontana da qualsiasi collocazione troppo rassicurante. L’album non appartiene interamente al jazz, né alla tradizione colta contemporanea e proprio in questa zona di transito sembra costruirsi la propria identità. È comunque di per sé evidente come in questo lavoro vi convergano anni di studio, esperienze improvvisative e riflessioni sulla forma. Del resto i precedenti lavori di Miniaci mi avevano fortemente impressionato per la loro spregiudicatezza, a cominciare da Solo Monk (2021), dove lo stesso Miniaci aveva dimostrato di possedere il giusto carattere per rivisitare l’opera dell’iconico pianista. Nel prosieguo del suo percorso si arriva poi all’eterogeneo Virgilius (2023), dove accanto a brani di propria composizione, seguivano originali riarrangiamenti di lavori di Mingus e Wayne Shorter.

L’impressione iniziale che ho avuto con Pythagòras, non lo nascondo, è stata quella di trovarmi di fronte ad un album molto ambizioso, dove, se non avessi conosciuto in precedenza il valore dell’Autore, avrei potuto manifestare qualche perplessità critica. Invece mi sono accorto che nulla appariva irrigidito in formule scontate e prestabilite. Questo perché la scrittura lascia filtrare continue deviazioni, aperture improvvise, sospensioni che modificano la prospettiva dell’ascolto. In questo senso il lavoro di Miniaci evita forme manieristiche ed il gioco rischioso della contaminazione stilistica. Qui il dialogo tra linguaggi differenti avviene in modo organico, quasi fisiologico, come una lenta ratificazione della conoscenza maturata attraverso esperienze, ascolti e sedimentazioni culturali. La Falaut Flute Orchestra, guidata da Paolo Totti, costituisce il vero corpo architettonico dell’album. I numerosi flauti non svolgono una funzione decorativa, ma diventano un organismo mobile che espande e contrae continuamente il paesaggio armonico. Le tessiture create dall’ensemble fluiscono mutando di densità, mostrandosi talvolta rarefatte e impalpabili, altrove percorse da improvvisi addensamenti strumentali, sempre comunque guidati dall’autorevolezza del pianoforte. I solismi di flauto sono di Roberta Ferraro, dove il suo strumento incrementa la sensazione di trasparenza che l’orchestra così formata sembra già possedere naturalmente. All’interno di questo flusso, la tastiera s’insinua fra le linee orchestrali, creando fenditure, suggerendo direzioni armoniche più che imporle. Alcuni passaggi nascono da cellule spesso ma non obbligatoriamente di natura modale che si pongono alla base dell’intera costruzione. Altri invece aprono a un lirismo inatteso, attraversato da sensazioni a volte velatamente malinconiche ed in altri momenti decisamente più gioiose. C’è anche un aspetto romantico, talora barocco, nel modo in cui queste melodie vengono ariosamente fatte emergere tra scale pianistiche ed andamenti orchestrali. Tutto si muove in un ampio spettro di riferimenti, da Respighi a Liszt, da Debussy a Stravinsky per quello che riguarda le influenze classiche. Si passa da episodi di carattere sinfonico a tramestanti melodie dal gusto pastorale e a frammentazioni ritmiche che sembrano guardare in una certa misura alle tradizioni popolari Ma negli assoli pianistici troviamo anche frammenti di scale bebop, moduli impressionisti di natura new age, impetuosi andamenti percussivi. E non ci si ferma a queste impronte perché affiorano anche reminiscenze progressive, dai Renaissance ai Jethro Tull, perfino una suggestione beatlesiana. Eppure l’insieme mantiene, nonostante tutto, una discreta compattezza. Pur nella sua ambizione strutturale, quindi, l’album rimane anche orecchiabile, capace di imprimere nella memoria alcuni nuclei melodici che ritornano come un’innodia sommersa. Non si tratta di immediatezza facile, ma di una forma di seduzione lenta, che agisce per stratificazione e ritorni progressivi. Forse, proprio per tutto questo, Pythagòras rischia di abitare il limbo del culto, quella zona riservata ai lavori più singolari e difficilmente classificabili. Ma si tratta di una condizione che sembra appartenere naturalmente a musiche di questo tipo, così distanti dalle scorciatoie più semplificate della musica contemporanea.

Il Primo Tempo irrompe nell’aria con un coro flautato che pare quasi imitare un’insieme di voci femminili. Elementi gioiosi e descrittivi s’intercalano ad altri più meditativi, comunque sempre aerei e leggeri. Ma dopo un paio di minuti circa si fa sentire l’impeto del pianoforte che, come una burrasca, agita l’ambiente. È il preludio ad un assolo di Miniaci dove convergono elementi classici e moderatamente jazzati. Più riflessiva la seguente parentesi modale dove il flauto spicca il volo sull’ondeggiante tastiera del piano. Il Secondo Tempo comincia con un ¾ scandito dal pianoforte, con agogica lenta e un vago ricordo de La Mer di Debussy. Si affiancano i flauti per un poco, lasciando in un secondo tempo il pianoforte in solitudine ad impegnarsi in un romantico tema che progressivamente si rarefà fino a raggelarsi in una corona di note timbricamente alte. La progressione discendente di bassi favorisce un’improvvisazione tra il lirico ed il jazz che aumenta secondariamente di dinamica, dai toni a dir la verità un po’ enfatici. La coda si stempera con l’aiuto dei flauti in un tema dalle inflessioni new age. Il Terzo Tempo si costruisce su una complessa struttura reiterante sorretta dalla mano sinistra del pianista, al di sopra della quale i flauti si ricavano uno spazio che ricorda certe organizzazioni di musica cameristica contemporanea. Una veloce e pressante progressione ascendente di scale pianistiche conduce ad una zona modale dal sapore orientale. Il pianoforte si fa più percussivo, adagiandosi in un’ampia zona monotonale che pare alludere a tratti al famoso concerto jarrettiano di Colonia. Poi un’escursione nel folk, tra Ian Anderson ed Eleanor Rigby. La musica continua frammentandosi molto, magari anche troppo, riducendo un poco l’impressione di continuità provata nei due precedenti movimenti. Il Quarto Tempo procede in un’atmosfera molto melodica, giocata specularmente tra il piano e i flauti. Un briciolo di leziosità ma che fortunatamente è sommersa sotto il robusto impianto cantabile. Poi il piano ha una scossa ritmica incalzante, con una mano sinistra implacabile ed una serie di procedure quasi barocche, mescolate ad un senso compositivo tardo romantico.
Ciò che rende Pythagòras un’opera degna di attenzione non è soltanto la qualità della scrittura o l’originalità dell’organico, ma la capacità di ripensare il rapporto stesso tra forma e fruizione. Francesco Miniaci sembra infatti recuperare, in senso profondamente contemporaneo, quell’antica idea secondo cui la musica non sarebbe semplice intrattenimento estetico, bensì dispositivo conoscitivo, luogo di relazione fra materia, pensiero e sensibilità, per dirla alla maniera della scuola pitagorica. In questa prospettiva il suono torna ad essere misura invisibile del mondo, vibrazione capace di organizzare il caos senza poterlo del resto cancellare del tutto. L’opera di Miniaci lascia dietro di sé la sensazione di trovarsi di fronte non soltanto ad un album ma ad una vera esperienza d’ascolto, stratificata e mutevole, capace di rivelare nuovi dettagli ad ogni ritorno. Un lavoro che non consuma sé stesso nell’immediatezza. Con le sue visioni mutevoli, le sue geometrie instabili e le aperture liriche, quest’opera costruisce un universo interessante da esplorare, anche per conoscere qualcosa in più rispetto alla koinè stereotipata che spesso sentiamo risuonare attorno a noi.
Tracklist:
01. Pythagòras – I Tempo (6:36)
02. Pythagòras – II Tempo (5:43)
03. Pythagòras – III Tempo (6:24)
04. Pythagòras – IV Tempo (4:44)





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