R E C E N S I O N E
Recensione di Aldo Del Noce
Chi scrive, abituale estimatore del poliedrico sotto-filone avant-garde dell’etichetta salentina, ha in più occasioni suggerito che lo stesso potesse esser caratterizzato da una grafica distinta ed indicativa.
Per quanto possano valere le attenzioni e i suggerimenti soggettivi, in qualche modo si coglie una risposta (sia pure involontaria) nell’inattesa grafica, candida e vacua, dell’ennesimo lavoro del prolifico quanto sperimentato duo Sergio Armaroli & Giancarlo Schiaffini, già variamente spesi entro un differenziato pabulum collaborativo, non soltanto discografico e nemmeno circoscritto alla label qui ospitante.
“La scelta di una cover vuota (su cui ognuno può disegnare in verità ciò che crede!) e l’assenza di note è una mia scelta, considerando l’eccesso di ‘informazione’ attuale” secondo il contitolare Armaroli – ed in particolare la rinuncia alla sua identità di artista anche visuale sembra ulteriore elemento di polemica, su una materia aperta quanto allarmante (su cui non si potrà non concordare).

Riprendendo il titolo, la “decostruzione” non è atteggiamento nuovo da parte del duo, che particolarmente alla seminale figura di Thelonious Monk aveva già devoluto una bipartita edizione, articolata in duo e in quartetto, con distinte implicazioni d’approccio (e di fatto applicando la formula “deconstructing” del titolo alla sola formazione binaria).
Il qui dedicatario Albert Ayler rappresenta una figura egualmente storica, pur appartenente ad un già differente sentire ed ulteriori progettualità e che, pur attraversando diverse e non sempre nitide scelte identitarie, segnò la sua breve parabola vitale ed artistica mercé scelte alquanto personali, elaborando materiali sia popolari che colti, conferendo peculiare linfa alla corrente free dell’aperta epoca post-coltraniana.
L’epoca autorizzava una consistente rappresentazione discografica, ed in particolare la produzione ayleriana risulta articolata in almeno una trentina di uscite (e s’invita anche a recuperare riedizioni di importanti prove live a cura dei cataloghi HatHut e Shandar), nelle cui line-up si sono avvicendate figure del calibro di Don Cherry, Gary Peacock, John Tchicai o Sunny Murray, e nei cui elementi stilistici si ravvisano mutevoli orientamenti, inclusivi di materiale folklorico ed energiche propensioni free, non ignorando vecchie radici R&B e la formativa musica militare.
Piuttosto alterni i riscontri di pubblico e critica nei confronti di certe uscite in LP, ma l’estetica di Ayler sembra convergere verso il clima spiritato delle scelte finali, fra cui sono da citare gli ultimi lavori di studio, tra cui il celebrato Music Is the Healing Force of the Universe (cui facciamo risalire parte del titolo del disco qui trattato) e The last Album, che ne sancivano in giovane età la cessazione della frenetica parabola artistica e esistenziale (cui non sembrarono estranee oscure turbe di personalità).
Articolata lungo nove tracks, la scaletta attinge ad album ayleriani alquanto “propositivi” tra cui Bells, Spirits Rejoice e Spirits e la formula strumentale palesa da subito polimorfismo e diversificate mimesi: di Spirits Rejoice, in apertura, si ricorda il curioso rifarsi all’inno transalpino La Marseillaise, nella versione originale di fatto non particolarmente dominante nello sviluppo di un brano di spirito ebbro e febbrile, rivisitato invece nella riproposizione letterale del tema, giocato da lamine di tratto nitido e garbato a mo’ di cullante introduzione, su cui interviene la voce corposa e lacerante dell’ottone, tesa a tratteggiare uno sfibrato ritmo di marcia, dai vaghi sentori blues.
Energico e cristallino l’attacco del vibrafono in dialettica con la lucida vis polemica del trombone in Holy Family, preludendo alle arguzie brillanti condivise nel vivido e conciso Dc.
Ricordiamo l’originaria Bells come una maratona esagitata e senza rete di spirito free, qui riproposta con un solenne e funereo rituale affidato ai tamburi e ad un’obliqua e sferzante voce di trombone, il cui spirito teso non è esente da una vaga mestizia circense.
Oblique eccentricità alla base della reinterpretazione di Holy Ghost, di cui si maniera in parte la tensione esasperante; molto diversa la strutturazione ed il clima originale della successiva Heart Love, intessuta tra ritmica R&B e calda fruibilità, qui rivisitata con un’impostazione schematica implementata da ricco colorismo africaneggiante. Concentrata ed intimista nella versione di partenza, Ct (o C.T.) riesce qui riesposta in formula astrattista e non poco interrogativa.
Serotino e spettrale il mood della comunque intensa revisione di Witches and Devils, preparante l’epilogo nel misterico Universal Message, rispetto ad un originale rorido d’ebbrezza qui strutturato su un sentire orientalista e quasi impersonale.

Tentando di schematizzare un’opinione sull’apporto dei due co-protagonisti, azzarderemmo che al veterano Schiaffini tocchi la complessa veste del re-incarnare sia le voci solistiche della brass section di partenza che, soprattutto, la variabile foga del trasversale spirito jazz dei brani originali, affrontanti con sperimentata grinta e l’efficace palette chiaroscurale e scultorea dello strumento, laddove al vibrafonista-percussionista Armaroli spetti un più articolato, ma spesso non immediato, ruolo di armonizzatore meta-stilistico delle matrici strutturali degli eterogenei materiali di partenza, oltre che di induttore di ‘assist’ per la voce solistica d’ottone.
Riservandoci di maturare con rinnovati ascolti le nostre impressioni, queste sono condivise, ed in parte guidate, con gli ormai abituali commenti del vibrafonista Sergio Armaroli:
“La scelta dell’organico, vibrafono, percussioni e trombone, vuole idealmente collegarsi a certi sperimentalismi di Albert Ayler con l’uso del clavicembalo e del violino, pensando ad esempio all’apporto del violinista Michel Samson, figura straordinariamente interessante di collegamento tra ambito euro-colto e jazz d’avanguardia, cui mi sono ispirato per “decostruire” prima timbricamente la musica di Ayler riconducendola ad una purezza sonora nascosta. Il vibrafono disegna melodie limpide, quelle ispirate al repertorio folklorico ad esempio, alle ricorrenti musiche di marcia interpretate con un approccio purista, in contrasto con il suono libero, apparentemente caotico, robusto e free del saxofono ayleriano. Il fraseggio è stato depurato da scorie free, dal blues e l’africanità è quasi assente. In questo senso decostruire vuole significare: modificare il punto di vista rispetto alla musica di Ayler e più in generale di una “africanità” sospesa, irrisolta. E decostruire rispetto all’Universo significa, per me, liberare la musica, non solo di Ayler, da tutti i pregiudizi ideologici che possono condizionare l’ascolto (free, non-free) e riportarla alla sua condizione di idea, di principio generatore di un mondo sonoro: semplici melodie come pretesto per una improvvisazione libera che qui è ridotta all’essenziale, alla sua ombra”.
Si attende di implementare tali valutazioni al confronto con un’ulteriore operazione ad organico allargato (per analogia con quanto in precedenza realizzato), su cui il vibrafonista non manca di fornire corpose anticipazioni: “Come per Monk il progetto vedrà uno sviluppo in nonetto, dove si ri-tornerà idealmente alla sonorità magmatica dell’Ayler ‘mainstream’ con una direzione che, dall’ideale in-duo, ri-trova il corpo sonoro all’interno di una comunità-gruppo che si incontrerà a febbraio per una lunga sessione di registrazione”.
Si permane dunque in “dolce attesa” di un’ulteriore elaborazione dei materiali qui ri-vissuti, rilevandone intanto una disamina interventista entro una formula a duo che si riconferma progettuale, sintonica e ri-creativa, nonché di palese schiettezza, entro una neo-incarnazione amministrata tra istinto e sapienza.
Musicisti:
Sergio Armaroli – vibrafono, synth, balafon cromatico, percussioni
Giancarlo Schiaffini – trombone
Tracklist:
01. Spirits Rejoice (4.13)
02. Holy Family (10.20)
03. Dc (2.42)
04. Bells (3.58)
05. Holy Ghost (3.03)
06. Heart Love (5.37)
07. Ct (4.32)
08. Witches and Devils (3.06)
09. Universal Message (5.55)
All compositions by Albert Ayler
Photo © Luca D’Agostino
Deconstructing Ayler in the Universe su Spotify




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